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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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525 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Demansionamento: quando la prova spetta al lavoratore
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso di un lavoratore che chiedeva un risarcimento per demansionamento, straining e perdita di chance. La Corte ha ribadito che l'onere di provare concretamente il demansionamento spetta al dipendente, non essendo sufficienti affermazioni generiche. Anche la contestazione sul calcolo del TFR per il periodo estero è stata respinta, in quanto basata su una specifica e accettata previsione contrattuale.
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Revoca incarico dirigenziale: non è demansionamento
Un dirigente amministrativo di un'azienda sanitaria, a cui era stato conferito un incarico dirigenziale in via temporanea, ha citato in giudizio l'ente dopo la revoca di tale incarico, sostenendo di aver subito un demansionamento illegittimo. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che la revoca di un incarico dirigenziale temporaneo, conferito in attesa delle procedure formali di assegnazione, non costituisce demansionamento se il dipendente viene riassegnato a mansioni riconducibili alla sua categoria contrattuale di appartenenza. L'incarico temporaneo non crea un diritto alla prosecuzione o alla formalizzazione dello stesso.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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Tetto stipendiale dirigenti: la Cassazione decide
Un dirigente di un ente pubblico ha contestato la riduzione del suo compenso a causa del tetto stipendiale imposto per legge. La Corte di Cassazione ha stabilito che il tetto stipendiale si applica a tutti i rapporti di lavoro, anche a quelli sorti prima dell'entrata in vigore della legge, respingendo il ricorso del dirigente e accogliendo quello dell'ente. La Corte ha chiarito che la normativa successiva ha un effetto sostitutivo e abrogativo sulla disciplina precedente, estendendo il limite retributivo a tutti i destinatari a partire dalla sua decorrenza.
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Erroneo inquadramento: prescrizione quinquennale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva differenze retributive per un erroneo inquadramento professionale. La Corte ha confermato l'applicazione della prescrizione quinquennale, distinguendo nettamente il caso da un'ipotesi di demansionamento, che avrebbe previsto una prescrizione decennale. La decisione si fonda sulla qualificazione della domanda come rivendicazione di crediti da lavoro e non come risarcimento del danno.
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Danno da usura psicofisica: risarcimento per pausa negata
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per danno da usura psicofisica a favore di alcuni lavoratori del settore sanitario a cui, per oltre dieci anni, non era stata concessa la pausa lavorativa obbligatoria. Secondo la Corte, una violazione così sistematica e prolungata permette al giudice di presumere l'esistenza di un danno effettivo, anche senza prove mediche dirette, condannando il datore di lavoro. L'appello dell'azienda è stato dichiarato inammissibile.
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Risarcimento buoni pasto: la Cassazione chiarisce
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria Locale per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla mancata erogazione del servizio mensa o dei buoni pasto sostitutivi. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene i buoni pasto non siano monetizzabili, il lavoratore ha diritto a un risarcimento per equivalente se il datore di lavoro non adempie all'obbligo di fornirli. La domanda non va intesa come richiesta di monetizzazione, ma come legittima pretesa di risarcimento buoni pasto per inadempimento contrattuale.
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Progressione di carriera: diritto alla promozione
Un avvocato dipendente di un ente pubblico previdenziale, pur essendosi classificato utilmente in una selezione interna, si è visto negare la promozione a causa della mancata approvazione formale della graduatoria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'ente non può interrompere arbitrariamente una procedura legittimamente avviata, confermando il diritto del lavoratore alla progressione di carriera. La sentenza chiarisce che il 'blocco' normativo degli stipendi ha inciso solo sugli effetti economici, non sul diritto giuridico alla promozione. Di conseguenza, al lavoratore è stato riconosciuto l'inquadramento superiore con decorrenza giuridica retroattiva, il risarcimento del danno per il periodo intermedio e gli effetti economici a partire dalla fine del blocco.
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Danno da usura psicofisica: la pausa negata si paga
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda sanitaria a risarcire i propri dipendenti per il danno da usura psicofisica causato dalla sistematica mancata concessione della pausa di lavoro per oltre un decennio. La Corte ha stabilito che, sebbene il danno non sia automatico (in re ipsa), la sua esistenza può essere provata dal giudice tramite presunzioni, basandosi sulla gravità e sulla durata della violazione.
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Buoni pasto: diritto per turni oltre 6 ore
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di una dipendente del settore sanitario a ricevere i buoni pasto, o il loro controvalore economico, per ogni turno di lavoro superiore alle sei ore. L'ordinanza stabilisce che il diritto alla pausa, previsto dalla legge per turni lunghi, è strettamente collegato al diritto alla consumazione del pasto. Di conseguenza, se l'azienda non fornisce il servizio mensa, deve corrispondere un'indennità sostitutiva. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda ospedaliera, la quale sosteneva che il diritto spettasse solo in caso di impossibilità di lasciare il luogo di lavoro, consolidando un importante principio a tutela dei lavoratori turnisti.
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Lavoro effettivo: anche senza prestazione per colpa datoriale
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19630/2025, ha stabilito che il requisito del "lavoro effettivo" per l'accesso all'indennità NASpI è soddisfatto anche quando il dipendente è impossibilitato a svolgere la propria mansione a causa di un ingiustificato rifiuto da parte del datore di lavoro. Secondo la Corte, il concetto di "lavoro effettivo" ha una valenza giuridica e non meramente naturalistica, comprendendo tutti i periodi in cui il rapporto di lavoro è attivo e dà diritto a retribuzione e contribuzione. Di conseguenza, è stata annullata la decisione della Corte d'Appello che richiedeva la presenza fisica del lavoratore, penalizzandolo per una condotta illecita del datore.
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Diritto all’assunzione: quando la P.A. può negarlo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto all'assunzione di un candidato vincitore di un concorso pubblico non è assoluto. Se una nuova legge (ius superveniens) modifica l'organizzazione dell'amministrazione, eliminando la necessità del posto messo a concorso, la P.A. ha il potere-dovere di non procedere all'assunzione. Nel caso specifico, il trasferimento delle funzioni sanitarie dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale ha legittimamente impedito l'assunzione di un'infermiera vincitrice di concorso, senza che ciò comporti un risarcimento del danno.
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Diritto all’assunzione: cosa succede se cambia la legge
Un vincitore di un concorso pubblico per un ruolo sanitario presso il Ministero della Giustizia si è visto negare l'impiego. La Corte di Cassazione ha confermato che il suo diritto all'assunzione è stato annullato da una legge successiva che ha trasferito le funzioni sanitarie dal Ministero al Servizio Sanitario Nazionale. Questo cambiamento organizzativo ha reso l'assunzione giuridicamente impossibile, anche dopo la fine di un precedente blocco delle assunzioni.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Buoni pasto enti locali: obbligo o discrezionalità?
Un dipendente comunale ha citato in giudizio l'ente per il mancato pagamento dei buoni pasto. Dopo una vittoria in primo grado, la Corte d'Appello ha respinto la domanda. Il caso è giunto in Cassazione, che ha ritenuto la questione di fondamentale importanza per l'interpretazione del contratto collettivo nazionale. Pertanto, con ordinanza interlocutoria, ha rinviato la decisione a una pubblica udienza per definire se l'erogazione dei buoni pasto enti locali sia un obbligo o una facoltà discrezionale dell'amministrazione.
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Buoni pasto enti locali: è un diritto o una facoltà?
Un dipendente pubblico ha richiesto il pagamento di buoni pasto arretrati a un Comune. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, sostenendo che l'erogazione non è un diritto soggettivo ma una facoltà dell'ente, condizionata dalle risorse finanziarie. La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha ritenuto la questione di principio e ha rinviato il caso a una pubblica udienza per decidere se i buoni pasto enti locali siano un obbligo e su chi gravi l'onere di provare la disponibilità dei fondi.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Demansionamento: quando il ricorso è inammissibile?
Un dirigente pubblico ha citato in giudizio un'Amministrazione Provinciale per presunto demansionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e ha ribadito i limiti di giurisdizione del giudice ordinario sugli atti di macro-organizzazione della P.A., confermando l'assenza di demansionamento.
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Diritto al buono pasto: la Cassazione chiarisce
Un gruppo di infermieri ha citato in giudizio la propria Azienda Sanitaria per ottenere il pagamento dei buoni pasto non corrisposti. Dopo un lungo iter giudiziario, la Corte di Cassazione ha stabilito che la richiesta dei lavoratori non doveva essere intesa solo come una pretesa retributiva, ma anche come una domanda di risarcimento per il danno subito. La Corte ha annullato la precedente sentenza d'appello che aveva respinto la domanda, affermando il principio che il diritto al buono pasto può essere tutelato anche in via risarcitoria e che i giudici devono interpretare in modo completo le domande dei ricorrenti.
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Onere della prova demansionamento: chi deve provarlo?
La Cassazione ha stabilito che l'onere della prova del demansionamento grava sul lavoratore. In un caso contro una società di servizi postali, è stato respinto il ricorso di un dipendente che non ha dimostrato di svolgere mansioni superiori dopo un cambio di reparto, negandogli così il risarcimento.
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