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Art. 118 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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225 provvedimenti

Altri anni per Art. 118 Codice di Procedura Civile

Decadenza NASpI attività preesistente: obbligo di comunicazione
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla decadenza NASpI per attività preesistente. Un lavoratore, che svolgeva già un'attività autonoma, ha perso il diritto all'indennità di disoccupazione per non aver comunicato tale attività all'Ente Previdenziale al momento della domanda. La Corte ha chiarito che l'obbligo di comunicazione non riguarda solo le nuove attività intraprese durante la percezione del sussidio, ma anche quelle già esistenti. Il fattore decisivo è la contemporaneità tra il godimento della NASpI e lo svolgimento di un'altra attività lavorativa, anche se iniziata in precedenza. La mancata comunicazione comporta la perdita del beneficio.
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Continuità lavorativa negata: il licenziamento blocca l’anzianità
Un gruppo di lavoratori ha fatto causa alla nuova società datrice di lavoro per ottenere il riconoscimento degli scatti di anzianità maturati con la precedente azienda. I dipendenti sostenevano vi fosse stata una continuità lavorativa a seguito di un trasferimento d'azienda. Tuttavia, sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la richiesta, accertando che il primo rapporto era terminato con un licenziamento mai impugnato dai lavoratori, seguito da una nuova assunzione. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni precedenti, rigettando il ricorso. I giudici supremi hanno ribadito che, in assenza di impugnazione del licenziamento e di un effettivo passaggio diretto, non si applicano le tutele del trasferimento d'azienda e non può essere rivendicata alcuna continuità lavorativa per il mantenimento dei vecchi trattamenti economici.
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Rimborso accise energia elettrica: l’utente vince sul fornitore
Una società cliente ha citato in giudizio il proprio fornitore per ottenere il rimborso accise energia elettrica versate a titolo di addizionali provinciali, ritenute in contrasto con la normativa europea. Il fornitore si opponeva, sostenendo la validità del contratto e l'impossibilità di applicare le direttive europee tra privati. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del fornitore. Alla luce della dichiarazione di incostituzionalità della norma interna, il pagamento risulta privo di causa. Pertanto, il consumatore finale ha pieno diritto alla restituzione delle somme indebitamente versate. La Corte ha inoltre stabilito che tale diritto si estende all'imposta sul valore aggiunto applicata sulle accise non dovute, poiché un'imposta non può gravare su un importo illegittimo.
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Rimborso accise energia elettrica: vittoria contro i fornitori
Una società utente ha citato in giudizio le proprie aziende fornitrici per ottenere il rimborso accise energia elettrica, specificamente le addizionali provinciali addebitate in bolletta. Mentre il giudice di primo grado aveva accolto la richiesta, la Corte di Appello l'aveva respinta. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione di secondo grado, dando ragione all'utente. I giudici supremi hanno stabilito che, a seguito della dichiarazione di incostituzionalità della norma di riferimento, il pagamento di tali addizionali risulta privo di giustificazione fin dall'origine. Pertanto, il consumatore finale ha il pieno diritto di esercitare l'azione di ripetizione dell'indebito direttamente nei confronti del fornitore, entro il termine di prescrizione decennale. Sarà poi il fornitore a doversi rivalere sullo Stato. La sentenza conferma il diritto al recupero delle somme ingiustamente versate.
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Maxi Debito Annullato: Vince la Motivazione Apparente
Una contribuente impugna un'intimazione di pagamento per oltre 150 mila euro derivante da numerose cartelle esattoriali. La difesa contesta la regolarità delle notifiche degli atti presupposti. Il giudice di appello respinge il ricorso affermando genericamente che la prova delle notifiche risulta fornita dai documenti depositati in copia. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della cittadina rilevando il vizio di motivazione apparente. La sentenza impugnata è nulla poiché non esplicita il percorso logico seguito per ritenere valide le notifiche contestate, limitandosi a un'affermazione di stile che non raggiunge il minimo costituzionale richiesto. La Suprema Corte cassa il provvedimento e rinvia la causa al giudice di merito.
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Fermo amministrativo auto: il Giudice Tributario è competente
Un contribuente ha impugnato un preavviso di fermo amministrativo auto emesso per il mancato pagamento della tassa automobilistica, eccependo il difetto di notifica delle cartelle e la prescrizione del credito. I giudici di merito avevano dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice tributario in favore di quello ordinario. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la competenza spetta al giudice tributario. Il fermo amministrativo auto, quando riguarda crediti di natura tributaria, non è un atto di espropriazione forzata ma una misura cautelare-coercitiva. La Corte ha inoltre confermato la legittimità della difesa dell'ente di riscossione tramite avvocati del libero foro nei gradi di merito.
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Vizio di motivazione dell’avviso di accertamento: stop alla TOSAP
Una società energetica ha impugnato un avviso di accertamento TOSAP relativo a un cavidotto interrato, denunciando il vizio di motivazione dell'avviso di accertamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'atto è nullo se non indica espressamente l'aliquota applicata e la misura esatta dell'area occupata. Tali elementi sono considerati essenziali per permettere al contribuente di esercitare il proprio diritto di difesa. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che l'amministrazione comunale non può integrare la motivazione dell'atto durante il giudizio, poiché la validità del provvedimento deve essere valutata esclusivamente in base al suo contenuto originario al momento della notifica.
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Incentivo all’esodo: tra data della firma e certezza del costo
Una società consortile ha impugnato un avviso di accertamento riguardante la deduzione di un **incentivo all'esodo** pagato a un dirigente. L'Agenzia delle Entrate sosteneva che il costo dovesse essere imputato interamente all'anno della firma dell'accordo (2006), mentre la società aveva dedotto una parte nel 2007, anno di effettiva cessazione del rapporto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, rilevando che la presenza di un termine iniziale di efficacia al 1° gennaio 2007 rendeva il costo certo e determinabile solo da quella data. Prima di tale termine, eventi come il decesso o le dimissioni del dirigente avrebbero potuto annullare l'obbligo. La sentenza chiarisce che la competenza fiscale segue l'efficacia giuridica dell'accordo e non la semplice data della sua sottoscrizione.
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Riunione dei ricorsi: ordine e coerenza in Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di pluralità di impugnazioni derivanti da una singola sentenza emessa da una Corte d'Appello territoriale. Diverse parti, tra cui alcuni familiari e una compagnia assicuratrice, avevano presentato ricorsi separati in tempi diversi. La Suprema Corte, rilevando la pendenza di più procedimenti relativi allo stesso provvedimento, ha applicato l'istituto della riunione dei ricorsi ai sensi dell'articolo 335 del codice di procedura civile. Questa decisione garantisce che tutte le doglianze siano esaminate congiuntamente, evitando il rischio di pronunce contrastanti sulla medesima vicenda. L'ordinanza interlocutoria ha quindi disposto l'unificazione dei fascicoli per una trattazione unitaria nell'udienza fissata, assicurando coerenza logica e risparmio di risorse processuali.
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Procura speciale per decisione accelerata: firma e validità
Un automobilista ha citato in giudizio l'ente gestore delle strade per i danni subiti dalla propria vettura a causa di profonde buche non segnalate. Dopo il rigetto della domanda nei primi due gradi di merito, il caso è giunto in Cassazione. La Corte ha formulato una proposta di definizione accelerata per inammissibilità. Il ricorrente ha chiesto la decisione, ma la procura speciale per decisione accelerata allegata all'istanza risultava priva della firma del cliente, recando solo quella digitale dell'avvocato. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, sottolineando che la firma della parte è un elemento essenziale per l'attribuzione della paternità del mandato, non sostituibile dalla firma digitale del difensore.
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Enfiteusi: canone basso e frazionamento portano alla proprietà
La Corte di Cassazione ha confermato l'estinzione dell'enfiteusi su vari lotti di terreno originariamente facenti parte di un'unica grande tenuta demaniale. Il caso nasce dalla pretesa dell'Agenzia del Demanio di mantenere il vincolo su terreni frazionati nel tempo, sostenendo che il canone originario complessivo superasse il limite legale per l'estinzione automatica. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che, in caso di lottizzazione e godimento separato, il canone deve essere parametrato alla singola porzione. Poiché i canoni pro quota risultavano inferiori alle 1.000 lire annue alla data di entrata in vigore della Legge 16/1974, il rapporto deve considerarsi estinto ope legis. La decisione ribadisce che il frazionamento del fondo comporta la riduzione proporzionale del canone, favorendo il consolidamento della piena proprietà in capo ai privati.
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Motivazione apparente: nullità della sentenza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro una sentenza della Commissione Tributaria Regionale che aveva annullato un avviso di accertamento per omessi versamenti. La decisione dei giudici di merito è stata dichiarata nulla per motivazione apparente. La CTR si era infatti limitata a definire condivisibili le tesi della società contribuente in merito a un presunto condono fiscale, senza tuttavia esplicitare l'iter logico-giuridico seguito per giungere a tale conclusione e senza rispondere alle contestazioni specifiche dell'Ufficio. La Suprema Corte ha ribadito che una sentenza priva di un reale percorso argomentativo viola il minimo costituzionale richiesto per la validità dei provvedimenti giudiziari.
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Operazioni inesistenti: prova e onere tributario.
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società cooperativa l'utilizzo di operazioni inesistenti per evadere l'IRAP. Mentre il primo grado ha confermato l'accertamento, l'appello lo ha annullato con una motivazione giudicata apparente dalla Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice non può limitarsi a definire generiche le prove del fisco senza analizzarle, né può considerare la tracciabilità dei pagamenti come prova definitiva della realtà delle operazioni.
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Patrocinio a spese dello Stato: guida ai compensi
La Corte di Cassazione ha analizzato il ricorso di un legale riguardante la liquidazione dei compensi per l'attività svolta in regime di Patrocinio a spese dello Stato. Il ricorrente contestava l'applicazione di uno scaglione tariffario inferiore e il mancato riconoscimento dell'aumento per la difesa di più parti. La Suprema Corte ha confermato che, per prestazioni concluse prima del 2022, il giudice può discostarsi dai minimi tariffari in base all'impegno profuso. Tuttavia, ha accolto il ricorso per omessa pronuncia, poiché il tribunale non aveva risposto alla richiesta di aumento del compenso per l'assistenza plurima.
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Motivazione apparente: sentenza nulla in Cassazione
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza della Corte di Giustizia Tributaria della Puglia a causa di una motivazione apparente. La controversia riguardava la rettifica delle dichiarazioni IRES, IRAP e IVA di una società per le annualità 2010 e 2011. Mentre il giudice di primo grado aveva parzialmente accolto il ricorso della società, l'Amministrazione finanziaria aveva proposto appello incidentale contestando i termini economici della proposta conciliativa. I giudici di secondo grado hanno rigettato l'appello dell'Ufficio limitandosi a un rinvio generico alla sentenza di primo grado, senza analizzare le specifiche doglianze sollevate. La Suprema Corte ha stabilito che tale laconicità impedisce di comprendere l'iter logico-giuridico seguito, rendendo la sentenza nulla per violazione del minimo costituzionale della motivazione.
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Impianto idrico: stop a sentenze contraddittorie
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza relativa al distacco di un'utenza da un impianto idrico comune a causa di una motivazione gravemente contraddittoria. Mentre il giudice di merito sosteneva l'autonomia degli impianti delle due società coinvolte, gli atti tecnici evidenziavano la necessità di opere strutturali su parti comuni per rendere effettivo il distacco. Tale illogicità nel definire l'unicità o la separazione dell'impianto idrico ha reso impossibile ricostruire il percorso logico-giuridico della decisione, imponendo un nuovo esame del caso.
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Difetto di motivazione: sentenze tributarie nulle
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un avviso di accertamento per IRES, IRAP e IVA notificato a una società. L'Agenzia delle Entrate ha invocato il giudicato esterno di una sentenza relativa a un'annualità differente, ma la Suprema Corte ha rigettato tale tesi poiché i presupposti di fatto erano diversi. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso per il palese difetto di motivazione della sentenza d'appello, la quale si era limitata a un rinvio acritico alla decisione di primo grado senza analizzare i motivi di gravame proposti dall'ufficio impositore.
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Qualificazione Struttura Complessa: Legge non basta senza Atto ASL
Un dirigente medico ha richiesto le differenze di stipendio all'Azienda Sanitaria, sostenendo di aver diretto per anni un'unità che una legge regionale classificava come 'struttura complessa'. L'Azienda, tuttavia, l'aveva formalmente definita 'semplice' nel proprio atto organizzativo. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta del medico. Ha stabilito un principio chiaro: ai fini della retribuzione, la qualificazione formale contenuta nell'atto aziendale prevale sulle indicazioni di una legge regionale. La corretta qualificazione di struttura complessa non può derivare automaticamente dalla legge, ma richiede un atto formale specifico dell'ente. Di conseguenza, il medico ha perso la causa.
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Motivazione apparente: quando la sentenza è valida
Un professionista ha impugnato l'iscrizione d'ufficio alla Gestione Commercianti operata dall'ente previdenziale, lamentando una motivazione apparente della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudice di merito ha correttamente utilizzato il verbale ispettivo come fonte di prova liberamente valutabile. La decisione ribadisce che il vizio di motivazione apparente sussiste solo quando il ragionamento logico-giuridico è del tutto impercettibile o contraddittorio, non quando il giudice aderisce alle risultanze istruttorie in modo sintetico.
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Motivazione apparente: nullità sentenza tributaria
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una società che ha impugnato un'intimazione di pagamento lamentando la mancata notifica delle cartelle esattoriali presupposte. La contribuente aveva inoltre proposto una querela di falso in sede civile per contestare la regolarità delle notifiche. La Suprema Corte ha annullato la sentenza d'appello ravvisando una motivazione apparente, poiché il giudice tributario non aveva dato conto dell'esito del giudizio civile né aveva spiegato l'iter logico per cui riteneva valide le notifiche contestate, violando l'obbligo di sospensione del processo previsto per i casi di pregiudizialità necessaria.
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