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Veduta

52 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Apertura su un muro che consente non solo di guardare verso il fondo del vicino (inspectio) ma anche di affacciarsi comodamente (prospectio). Costituisce una servitù che limita il diritto di proprietà del vicino.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Distanze tra costruzioni e pareti finestrate: la porta non conta
La Proprietaria di un immobile contestava la nuova opera realizzata da I Vicini, lamentando la violazione delle distanze tra costruzioni e pareti finestrate previste dal D.M. 1444/1968. Sul muro dell'attrice era presente unicamente una porta d'accesso a due ante. La Corte di Cassazione ha chiarito che le norme sulle distanze tra costruzioni e pareti finestrate si applicano soltanto in presenza di pareti munite di vere e proprie vedute, ovvero aperture che permettono l'affaccio comodo e sicuro sul terreno confinante. Una semplice porta di ingresso non trasforma la muratura in una parete finestrata. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Proprietaria, confermando la piena legittimita' della costruzione dei Vicini e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Distinzione tra luce e veduta: quando il muro del vicino è legale
Un proprietario ha citato in giudizio la vicina chiedendo l'arretramento di un muro eretto a breve distanza da un'apertura, sostenendo fosse una finestra. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione di primo grado, dichiarando il muro del tutto legittimo poiché l'apertura costituiva una semplice luce e non una veduta. L'erede del proprietario ha proposto ricorso in Cassazione contestando sia la qualificazione tecnica sia la mancata rinnovo della perizia peritale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accertamento per la distinzione tra luce e veduta costituisce una valutazione di fatto riservata in via esclusiva al giudice di merito sulla base della perizia svolta. Di conseguenza, la vicina ha vinto la causa e l'erede è stato condannato al pagamento di tutte le spese di lite.
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Specificità dei motivi di appello: stop a formalismi
La proprietaria di un giardino cita in giudizio il vicino per ottenere il ripristino di un'apertura modificata sulla facciata dopo alcuni lavori edilizi. Il Tribunale respinge la domanda possessoria. La proprietaria propone impugnazione, ma la Corte d'Appello dichiara l'atto inammissibile ritenendolo troppo generico. La Suprema Corte accoglie il ricorso della donna. I giudici di legittimità chiariscono che la specificità dei motivi di appello non richiede formule sacramentali o la redazione di una sentenza alternativa. È sufficiente che l'atto indichi i punti contestati e le ragioni di dissenso, come la distinzione tra luci irregolari e vedute. La decisione impugnata viene quindi annullata con rinvio a una nuova sezione della Corte territoriale.
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Distanze legali tra edifici: il sottotetto abusivo va demolito
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul rispetto delle distanze legali tra edifici in seguito alla realizzazione di un nuovo sottotetto e di un balcone. I proprietari di un immobile adiacente hanno agito in giudizio contestando la costruzione della nuova copertura, realizzata a meno di dieci metri dal confine, e la creazione di una veduta illegittima. Le costruttrici sostenevano che la struttura fosse un semplice volume tecnico esente dai limiti di distanza. I giudici hanno respinto questa tesi, precisando che l'opera aumentava la volumetria dell'immobile e non serviva solo a contenere impianti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato l'obbligo di demolire la sopraelevazione abusiva e di eliminare la veduta, condannando le ricorrenti al pagamento delle spese legali.
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Diritto di veduta e distanze legali: veranda salva
I Proprietari di un appartamento chiedono la rimozione della veranda realizzata dal Vicino sul terrazzo sottostante. Gli attori lamentano la violazione delle distanze legali e la lesione del loro diritto di veduta. Il Vicino contesta la natura delle aperture superiori, prive della possibilità di affaccio per la presenza di davanzali sporgenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Vicino. I Giudici stabiliscono che per configurare un vero diritto di veduta non basta la semplice facoltà di guardare (inspectio). Serve anche la concreta possibilità di affacciarsi in sicurezza (prospectio). Inoltre, la Suprema Corte precisa che le distanze tra edifici si applicano solo a costruzioni fronteggianti, annullando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Apertura di vedute su cortile: illegittime le nuove finestre
La vicenda nasce dalla contestazione sollevata dalla venditrice originaria di un appartamento contro i nuovi proprietari per l'abusiva apertura di vedute affacciate sul cortile esclusivo sottostante e la lesione del decoro dell'edificio. Gli acquirenti hanno sostenuto di aver acquistato il diritto al mantenimento delle finestre per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, eccependo inoltre la mancata citazione di tutti i condomini. I giudici hanno respinto le tesi dei nuovi proprietari poiché le perizie tecniche e le planimetrie catastali d'acquisto hanno smentito la preesistenza delle aperture al momento della vendita. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna alla chiusura delle finestre: il singolo condomino può agire a tutela delle parti comuni senza coinvolgere l'intera compagine, e l'onere probatorio sull'usucapione ricade interamente su chi realizza l'opera illegittima.
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Distanze legali: il confine incerto riapre la lite tra vicini
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio la Vicina lamentando la violazione delle distanze legali e dei confini di proprietà a causa di un ampliamento edilizio e di un balcone. Il Tribunale e la Corte d'appello hanno respinto le sue richieste, ritenendo che il confine coincidesse con il muro di recinzione esistente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Proprietario Confinante. I giudici di legittimità hanno rilevato che la sentenza d'appello non ha spiegato in modo chiaro e logico come sia stato individuato il confine tra i terreni, limitandosi a richiamare acriticamente la decisione di primo grado. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza con rinvio, ordinando un nuovo esame per stabilire l'esatta linea di confine e verificare il rispetto delle distanze legali.
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Distanze legali per vedute: la doppia causa blocca il verdetto
I comproprietari di un immobile agivano in giudizio contro i vicini lamentando la violazione delle distanze legali per vedute a causa di un'apertura sul confine, chiedendone la chiusura o la regolarizzazione come luce. Nelle more, un secondo giudizio tra le stesse parti accertava l'illegittimità della veduta, ordinando il ripristino di una grata metallica. Questa seconda decisione passava in giudicato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei comproprietari, confermando l'improponibilità della prima causa. Essendo già stato accertato con efficacia di giudicato l'obbligo di eliminare la veduta illecita, la domanda subordinata di regolarizzazione della luce (proposta solo in caso di mancato riconoscimento della veduta) non doveva essere esaminata, escludendo ogni omessa pronuncia.
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Distanze legali tra edifici: demolizione evitata col Salva-Casa
Il proprietario di un immobile ha demolito e ricostruito due manufatti modificandone la sagoma. Il vicino ha fatto causa lamentando la violazione delle distanze legali tra edifici, chiedendo l'arretramento della nuova costruzione a dieci metri poiché la parete presentava delle aperture considerate vedute. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del vicino. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del costruttore, stabilendo che i giudici di merito devono applicare le nuove norme di semplificazione edilizia più favorevoli, che consentono di mantenere le distanze preesistenti in caso di ricostruzione sulla stessa area di sedime. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che non basta la presenza di semplici aperture per definire una parete come finestrata, ma occorre verificare in concreto se esse consentano un affaccio comodo e sicuro sul fondo del vicino.
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Diritto di veduta e grata sul terrazzo: decide la Cassazione
I Proprietari del Terrazzo chiedono la demolizione della sopraelevazione realizzata dalla Vicina, ritenendola lesiva del loro diritto di veduta. La Vicina si difende sostenendo che la presenza di una grata in ferro sul parapetto del terrazzo, installata anni prima, impedisse l'affaccio e quindi escludesse l'esistenza di una vera e propria veduta acquisita per usucapione. La Corte d'Appello dà ragione alla Vicina. La Corte di Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso dei Proprietari del Terrazzo: la sola presenza di una grata non trasforma automaticamente una veduta in una semplice luce. È necessario verificare in concreto se l'ampiezza delle maglie della grata consenta comunque l'affaccio e la visione laterale e obliqua. La causa viene quindi rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Distanze dalle vedute: la Cassazione ordina di arretrare il capannone
Una proprietaria ha citato in giudizio i vicini confinanti per l'abusiva installazione di una scala a chiocciola sul proprio spiazzo esclusivo e per la costruzione di un capannone in lamiera a distanza inferiore a quella legale dalla propria finestra. La Corte d'Appello ha accertato la proprietà esclusiva dello spiazzo in capo alla donna e ha ordinato l'arretramento del capannone per violazione delle distanze dalle vedute. I vicini hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'apertura fosse solo una luce irregolare e contestando la proprietà dell'area. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'apertura è una veduta e che i giudici di merito hanno correttamente valutato le prove e i titoli di proprietà. I vicini perdono la causa e devono rimuovere la scala e arretrare il capannone.
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Distanze legali tra edifici: quando la finestra è solo luce
Una disputa tra vicini di casa e il proprietario di un albergo riguarda il rispetto delle distanze legali tra edifici e l'altezza di un muro di confine. I proprietari di un villino lamentavano che l'hotel fosse troppo vicino e che il muro togliesse luce. La Corte d'Appello aveva ordinato l'arretramento dell'hotel e l'abbassamento del muro. La Cassazione ha però accolto il ricorso dei proprietari dell'hotel e del Comune. I giudici di legittimità hanno chiarito che la distanza minima di dieci metri si applica solo in presenza di vere e proprie vedute e non di semplici luci. Inoltre, la compensazione delle spese legali decisa nei confronti del Comune è stata annullata perché priva di motivazione. La causa torna in Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Violazione delle distanze legali: la terrazza abusiva va demolita
Il Proprietario Danneggiato ha citato in giudizio I Proprietari Confinanti lamentando la violazione delle distanze legali. Questi ultimi avevano trasformato un lastrico solare in un terrazzo con vasca idromassaggio, creando vedute abusive, e costruito un manufatto a ridosso del confine. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno ordinato il ripristino dello stato dei luoghi e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei confinanti, confermando che la violazione delle distanze legali per vedute e costruzioni arreca un danno immediato alla riservatezza e al valore dell'immobile. Tale pregiudizio si presume esistente (danno in re ipsa) e legittima la liquidazione equitativa del risarcimento, senza che la vittima debba fornire una prova specifica della perdita economica subita.
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Diritto di Panorama: la Bella Vista non Salva il Condominio
Un proprietario ha citato in giudizio un Condominio per la demolizione di una balaustra che permetteva di guardare nel suo fondo. Il Condominio si è difeso invocando il cosiddetto 'diritto di panorama'. La Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale: il diritto di panorama non è un diritto autonomo che può giustificare la violazione delle norme sulle distanze e sulle aperture (luci e vedute). Il diritto del vicino a non subire ispezioni prevale sul semplice godimento di una bella vista. Di conseguenza, la Corte ha dato ragione al proprietario, stabilendo che l'apertura doveva essere regolarizzata secondo legge, a prescindere dal panorama.
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Chiusura vedute illegittime: il Giudice non può regolarizzarle
Un proprietario ha citato in giudizio il vicino per ottenere la chiusura di due finestre aperte sul muro di confine, ritenendole illegittime. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla chiusura delle vedute illegittime. Se un cittadino chiede al giudice di ordinare la chiusura di una finestra perché costituisce una 'veduta' non autorizzata, il giudice non può decidere autonomamente di 'declassarla' e ordinarne la semplice regolarizzazione come 'luce'. La domanda di chiusura e quella di regolarizzazione sono legalmente distinte e non intercambiabili. Imporre la regolarizzazione invece della chiusura richiesta costituisce un errore processuale (ultrapetizione). La Corte ha quindi annullato la decisione precedente e ha rinviato il caso a un nuovo giudice.
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Principio di Prevenzione Vedute: Chi Costruisce Prima Non Ha Ragione
La controversia nasce tra i proprietari di due lotti vicini. Il Titolare di un Autosalone costruisce un edificio con vedute aperte a distanza illegale sulla proprietà del vicino, un'Officina. In sua difesa, invoca il diritto di aver costruito per primo. La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale: il principio di prevenzione non si applica alle vedute. Chiunque apra una finestra o un balcone deve sempre rispettare la distanza minima di un metro e mezzo dal confine, a prescindere dal fatto che il vicino abbia già costruito o meno. Di conseguenza, il proprietario dell'autosalone perde la causa e viene condannato ad arretrare le vedute per ripristinare la distanza legale.
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Pavimentazione sul confine: non è costruzione ma è sconfinamento
Un proprietario cita in giudizio i vicini, accusandoli di aver violato le distanze legali e di aver realizzato uno sconfinamento con pavimentazione sul suo terreno. La Corte di Cassazione stabilisce un principio importante: una semplice pavimentazione a raso non è una 'costruzione' ai fini del calcolo delle distanze tra edifici. Di conseguenza, la richiesta di arretramento dell'edificio del vicino viene respinta. Tuttavia, la Corte accoglie il ricorso del proprietario su un altro punto cruciale. I giudici avevano erroneamente ignorato che la stessa pavimentazione, pur non essendo una costruzione, costituiva un'occupazione illegittima del fondo altrui. La sentenza viene quindi annullata limitatamente alla questione dello sconfinamento con pavimentazione, che dovrà essere riesaminata da un nuovo giudice per decidere sulla restituzione del terreno e sul risarcimento dei danni.
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Violazione distanze legali: tetto alzato, vista negata e rinvio
Un proprietario ha citato in giudizio la vicina a causa di lavori edilizi che, a suo dire, integravano una violazione delle distanze legali. L'intervento, qualificato come nuova costruzione, aveva ridotto la luminosità, la veduta e impedito l'esercizio di una servitù di passaggio. La Corte d'Appello aveva ordinato la parziale demolizione dell'opera, inclusa la riduzione dell'altezza del tetto e l'arretramento di una porzione di edificio. La Corte di Cassazione, investita della questione, ha ritenuto il caso particolarmente complesso, soprattutto per il calcolo delle distanze relative alle vedute. Per questo motivo, ha rinviato la decisione finale a una pubblica udienza per un esame più approfondito, senza ancora proclamare un vincitore.
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Finestra sul Vicino: Usucapione Valida per Aperture Interne
Una proprietaria ottiene il riconoscimento del suo diritto a mantenere un'apertura tra la sua cucina e il vano scala privato del vicino. La Corte di Cassazione ha confermato che è possibile l'usucapione di una servitù per un'apertura interna a un edificio, anche se questa non si qualifica come luce o veduta. A differenza delle aperture verso l'esterno, quelle tra due unità interne dello stesso complesso non sono considerate precarie o basate sulla mera tolleranza. Pertanto, il possesso protratto per oltre vent'anni ha consolidato il diritto, rendendo illegittima la chiusura operata dal vicino. La decisione finale ha sancito la validità dell'usucapione servitù apertura interna.
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Finestre sul cortile comune: la Cassazione impone le distanze
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di apertura vedute su cortile comune. Un proprietario aveva aperto delle finestre affacciate su uno spazio condiviso, e il vicino si era opposto. La Corte d'Appello aveva dato ragione a chi aveva aperto le finestre, applicando le norme sull'uso della cosa comune. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo un principio fondamentale: anche su un'area comune, l'apertura di vedute deve rispettare le norme sulle distanze legali (art. 905 c.c.). Farlo diversamente imporrebbe una servitù illegittima a carico degli altri comproprietari. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per una nuova decisione.
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