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Art. 905 Codice Civile

119 provvedimenti

Distanze tra costruzioni e pareti finestrate: la porta non conta
La Proprietaria di un immobile contestava la nuova opera realizzata da I Vicini, lamentando la violazione delle distanze tra costruzioni e pareti finestrate previste dal D.M. 1444/1968. Sul muro dell'attrice era presente unicamente una porta d'accesso a due ante. La Corte di Cassazione ha chiarito che le norme sulle distanze tra costruzioni e pareti finestrate si applicano soltanto in presenza di pareti munite di vere e proprie vedute, ovvero aperture che permettono l'affaccio comodo e sicuro sul terreno confinante. Una semplice porta di ingresso non trasforma la muratura in una parete finestrata. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Proprietaria, confermando la piena legittimita' della costruzione dei Vicini e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Distanze tra costruzioni: Ristrutturazione o Nuova Opera? La Cassazione chiarisce
La Cassazione ha respinto il ricorso di alcuni proprietari che contestavano le opere realizzate dalla vicina. Essi sostenevano che la vicina avesse costruito una "nuova costruzione" violando le **distanze tra costruzioni** e il diritto di veduta. La Corte ha confermato che si trattava di una "ristrutturazione" conforme alle norme urbanistiche e alle distanze preesistenti, anche in zona a vincolo assoluto. Ha inoltre stabilito che le aperture dei ricorrenti non configuravano un vero "diritto di veduta". Infine, ha chiarito che il "danno in re ipsa" per violazione delle distanze non è automatico e può essere escluso se non si dimostra un effettivo pregiudizio.
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Servitù di Veduta: Rialzo Terreno e Muro di Confine, la Cassazione
Un proprietario ha citato in giudizio i vicini per aver innalzato il loro terreno di 30 cm, sostenendo che questo creava una nuova servitù di veduta e introspezione sul suo fondo. I tribunali di primo e secondo grado hanno respinto la domanda, ritenendo l'innalzamento minimo e conforme alle normative locali, e non idoneo a causare danno. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Ha stabilito che, in presenza di un muro di confine, non può configurarsi una servitù di veduta a vantaggio di un solo fondo, poiché il muro ha una funzione divisoria reciproca. Il ricorrente non ha provato che l'introspezione fosse impossibile prima dell'innalzamento del terreno. La sua richiesta è stata quindi respinta.
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Balcone e Distanze tra Costruzioni: La Cassazione Conferma l’Arretramento
Un Proprietario ha citato in giudizio i Vicini per la violazione delle distanze tra costruzioni, chiedendo la demolizione di un balcone e la rimozione di un serbatoio. I Vicini hanno chiesto l'usucapione del cortile. La Corte d'Appello ha accolto in parte la richiesta del Proprietario, ordinando l'arretramento del balcone, ma ha rigettato la rimozione del serbatoio e la domanda di usucapione dei Vicini. La Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo ammissibile l'interpretazione estensiva della domanda iniziale del Proprietario e inammissibili i ricorsi dei Vicini per mancanza di specificità. Le spese sono state compensate.
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Distanze tra costruzioni: vince il vicino, ricorso tardivo
Due proprietarie hanno citato in giudizio la vicina per aver realizzato una sopraelevazione violando le distanze tra costruzioni stabilite in un accordo contrattuale a quattro metri dal confine. La Corte di Appello ha ordinato l'arretramento dell'opera. La proprietaria condannata ha notificato una citazione per revocazione e, solo molti mesi dopo, ha proposto ricorso per Cassazione contestando il vincolo contrattuale rispetto alle regole sulle strade pubbliche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo: la notifica della revocazione fa scattare automaticamente il termine breve di sessanta giorni per ricorrere in Cassazione. La vicina confinante ha vinto la causa e l'opera deve essere arretrata a spese della controparte.
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Distanze Legali per Vedute: Obbligatorie anche su Aree Comuni
Una Proprietaria ha citato in giudizio l'Erede di un vicino per la chiusura di vedute dirette aperte sul suo fondo, violando le norme sulle distanze legali per vedute. L'Erede si è difesa sostenendo che il terreno era di sua proprietà esclusiva o, in subordine, una parte comune indivisa. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato l'Erede a eliminare le vedute. La Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che le distanze legali per vedute si applicano anche quando lo spazio su cui si apre la veduta è comune tra le parti, superando il principio 'nemini res sua servit' in questo contesto.
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Distanze legali tra edifici: il sottotetto abusivo va demolito
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul rispetto delle distanze legali tra edifici in seguito alla realizzazione di un nuovo sottotetto e di un balcone. I proprietari di un immobile adiacente hanno agito in giudizio contestando la costruzione della nuova copertura, realizzata a meno di dieci metri dal confine, e la creazione di una veduta illegittima. Le costruttrici sostenevano che la struttura fosse un semplice volume tecnico esente dai limiti di distanza. I giudici hanno respinto questa tesi, precisando che l'opera aumentava la volumetria dell'immobile e non serviva solo a contenere impianti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato l'obbligo di demolire la sopraelevazione abusiva e di eliminare la veduta, condannando le ricorrenti al pagamento delle spese legali.
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Uso della cosa comune: la Cassazione annulla il verdetto
Un contenzioso condominiale vedeva contrapposti i proprietari di un immobile e un vicino riguardo alla realizzazione di una veranda addossata al muro dello stabile e alla modifica di un balcone. Il vicino chiedeva la demolizione della veranda, mentre i proprietari ne sostenevano la legittimità invocando la disciplina sull'uso della cosa comune. La Corte d'Appello ordinava la rimozione della veranda, ritenendo inammissibile la tesi dei proprietari poiché basata su fatti considerati nuovi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei proprietari, precisando che specificare la posizione del manufatto costituisce una semplice difesa e non una domanda inammissibile. La Suprema Corte ha inoltre riscontrato l'omesso esame delle contestazioni sulle distanze legali relative al balcone. La sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione.
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Sopraelevazione e distanze legali: quando il tetto va demolito
I proprietari di fabbricati adiacenti si sono affrontati in tribunale per contestare la realizzazione di abbaini, balconi e l'innalzamento della copertura del tetto. I giudici di secondo grado avevano ritenuto legittimi tali interventi poiché gli edifici originari erano costituiti in aderenza. La Corte di Cassazione ha invece annullato la decisione affermando che ogni sopraelevazione e distanze legali devono rispettare le norme del piano regolatore comunale vigenti al momento dei nuovi lavori. Qualsiasi sopraelevazione costituisce una nuova costruzione e, se lo strumento urbanistico locale vieta la costruzione a confine, l'opera deve rispettare la distanza minima prescritta. La Cassazione ha inoltre precisato che anche le solette dei balconi sporgenti rientrano nel calcolo delle distanze. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
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Distanze tra edifici: deroghe comunali e sopraelevazioni
I proprietari di un immobile confinante citano in giudizio la società vicina per aver eseguito opere di sopraelevazione e balconi violando le distanze tra edifici. La Corte d'Appello ordina l'arretramento applicando le deroghe previste dal piano particolareggiato comunale per le strutture ricettive. La Corte di Cassazione respinge le difese del costruttore, confermando l'inammissibilità di foto storiche tardive per provare chi avesse edificato per primo. La Suprema Corte accoglie invece il ricorso dei vicini: le deroghe urbanistiche alle distanze minime statali sono valide solo se disciplinano un gruppo unitario di edifici in una specifica area e non singole proprietà isolate. Inoltre, il giudice di rinvio dovrà valutare le novità normative sul recupero dei sottotetti.
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Diritto di veduta e distanze legali: veranda salva
I Proprietari di un appartamento chiedono la rimozione della veranda realizzata dal Vicino sul terrazzo sottostante. Gli attori lamentano la violazione delle distanze legali e la lesione del loro diritto di veduta. Il Vicino contesta la natura delle aperture superiori, prive della possibilità di affaccio per la presenza di davanzali sporgenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Vicino. I Giudici stabiliscono che per configurare un vero diritto di veduta non basta la semplice facoltà di guardare (inspectio). Serve anche la concreta possibilità di affacciarsi in sicurezza (prospectio). Inoltre, la Suprema Corte precisa che le distanze tra edifici si applicano solo a costruzioni fronteggianti, annullando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Apertura di vedute su cortile: illegittime le nuove finestre
La vicenda nasce dalla contestazione sollevata dalla venditrice originaria di un appartamento contro i nuovi proprietari per l'abusiva apertura di vedute affacciate sul cortile esclusivo sottostante e la lesione del decoro dell'edificio. Gli acquirenti hanno sostenuto di aver acquistato il diritto al mantenimento delle finestre per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, eccependo inoltre la mancata citazione di tutti i condomini. I giudici hanno respinto le tesi dei nuovi proprietari poiché le perizie tecniche e le planimetrie catastali d'acquisto hanno smentito la preesistenza delle aperture al momento della vendita. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna alla chiusura delle finestre: il singolo condomino può agire a tutela delle parti comuni senza coinvolgere l'intera compagine, e l'onere probatorio sull'usucapione ricade interamente su chi realizza l'opera illegittima.
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Distanze tra edifici: prevale la legge sul piano comunale
I proprietari di due immobili vicini si sono scontrati in tribunale per il mancato rispetto delle distanze legali. I primi attori chiedevano l'arretramento dell'immobile confinante. I vicini convenuti rispondevano domandando l'arretramento della nuova costruzione avversaria. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda riconvenzionale dei convenuti. Gli eredi della parte convenuta hanno quindi fatto ricorso in Cassazione. Gli Ermellini hanno ribadito che le norme statali sulle distanze tra edifici prevalgono sui piani regolatori comunali. L'obbligo dei dieci metri tra pareti finestrate tutela la salute pubblica ed è inderogabile. La Corte ha accolto il ricorso dei vicini, cassando la pronuncia con rinvio per una nuova verifica dei confini.
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Violazione distanze legali: niente risarcimento senza prova
Una proprietaria cita in giudizio i vicini lamentando una presunta violazione distanze legali per un balcone e un garage. Durante il processo la donna vende l'immobile e i nuovi acquirenti rinunciano alla demolizione delle opere. La venditrice mantiene invece la richiesta economica. La Corte d'Appello condanna i vicini a pagare diecimila euro qualificando il danno come automatico, senza però svolgere alcuna perizia o istruttoria per verificare l'effettivo mancato rispetto dei limiti edilizi. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei confinanti e cassa la sentenza: sebbene il danno patrimoniale possa considerarsi presunto, l'illecito materiale richiede sempre una prova rigorosa. Nessun indennizzo spetta senza la previa e certa verifica dell'abuso costruttivo.
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Terreno sopraelevato e servitù di veduta: il ruolo delle reti
Un proprietario ha realizzato un muro di contenimento e ha sopraelevato il proprio terreno di circa un metro rispetto al confine. Una società confinante ha chiesto la rimozione delle opere, lamentando la creazione abusiva di una servitù di veduta a distanza inferiore a un metro e mezzo dal confine. Il proprietario ha successivamente installato due reti metalliche alte oltre un metro e ottanta per impedire l'affaccio sul terreno limitrofo. I giudici di secondo grado hanno ordinato la chiusura della veduta, ritenendo le reti inidonee a bloccare la visuale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del proprietario. I giudici supremi hanno evidenziato la contraddittorietà della sentenza precedente, imponendo una nuova valutazione per verificare se le recinzioni impediscano concretamente l'ispezione visiva e l'affaccio diretto sul fondo vicino.
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Diritto di veduta: quando l’apertura è solo una luce
La Corte d'Appello ha confermato che un'apertura non può essere considerata diritto di veduta se le sue caratteristiche fisiche, come l'altezza dal suolo, non permettono l'affaccio sul fondo del vicino. Nonostante la presenza di una licenza edilizia storica, il giudice ha stabilito che senza l'effettivo esercizio del passaggio di luce e aria con possibilità di guardare fuori, l'apertura resta una luce irregolare, impedendo così l'usucapione della servitù.
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Cessazione della materia del contendere in appello
La Corte d'Appello di Brescia ha dichiarato la cessazione della materia del contendere in una lite riguardante l'accertamento di servitù e confini tra due società. Il mutamento della situazione di fatto è derivato dall'acquisto dell'immobile da parte dell'appellante tramite decreto di trasferimento in una procedura esecutiva, rendendo superflua ogni decisione sul merito della causa originaria.
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Principio di prevenzione: salva anche l’immobile abusivo
Due vicini si scontrano in tribunale per la violazione delle distanze tra i rispettivi edifici. I primi proprietari chiedono l'arretramento della casa dei vicini, i quali rispondono con una domanda simile. La Corte d'appello ordina ai primi proprietari di arretrare il proprio immobile poiché quello dei vicini era stato costruito per primo. I primi proprietari ricorrono in Cassazione, sostenendo che l'edificio dei vicini fosse abusivo e che quindi non potesse beneficiare del principio di prevenzione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando che l'eventuale natura abusiva di una costruzione rileva solo nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Nei rapporti privati tra vicini, il principio di prevenzione si applica ugualmente, obbligando chi costruisce per secondo a rispettare le distanze legali, a prescindere dalla regolarità edilizia del primo fabbricato.
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Muro sul confine: regole e distanze legali tra costruzioni
Il proprietario di un terreno ha citato in giudizio la vicina per costringerla ad arretrare un muro di contenimento, costruito a ridosso del confine per sostenere un terrapieno artificiale. Il proprietario lamentava la violazione delle distanze legali tra costruzioni stabilite dal piano regolatore locale. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ritenendo che la distanza di cinque metri si applicasse solo agli edifici e non ai muri. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del proprietario. I giudici hanno chiarito che la nozione di costruzione è unica e comprende anche i muri di contenimento di terrapieni artificiali. Di conseguenza, i regolamenti comunali non possono limitare l'applicazione delle distanze ai soli edifici, escludendo altre opere stabili. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Distanze legali: il confine incerto riapre la lite tra vicini
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio la Vicina lamentando la violazione delle distanze legali e dei confini di proprietà a causa di un ampliamento edilizio e di un balcone. Il Tribunale e la Corte d'appello hanno respinto le sue richieste, ritenendo che il confine coincidesse con il muro di recinzione esistente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Proprietario Confinante. I giudici di legittimità hanno rilevato che la sentenza d'appello non ha spiegato in modo chiaro e logico come sia stato individuato il confine tra i terreni, limitandosi a richiamare acriticamente la decisione di primo grado. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza con rinvio, ordinando un nuovo esame per stabilire l'esatta linea di confine e verificare il rispetto delle distanze legali.
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