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Art. 907 Codice Civile

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Distanze tra costruzioni: Ristrutturazione o Nuova Opera? La Cassazione chiarisce
La Cassazione ha respinto il ricorso di alcuni proprietari che contestavano le opere realizzate dalla vicina. Essi sostenevano che la vicina avesse costruito una "nuova costruzione" violando le **distanze tra costruzioni** e il diritto di veduta. La Corte ha confermato che si trattava di una "ristrutturazione" conforme alle norme urbanistiche e alle distanze preesistenti, anche in zona a vincolo assoluto. Ha inoltre stabilito che le aperture dei ricorrenti non configuravano un vero "diritto di veduta". Infine, ha chiarito che il "danno in re ipsa" per violazione delle distanze non è automatico e può essere escluso se non si dimostra un effettivo pregiudizio.
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Destinazione del padre di famiglia: eredità e servitù
Due sorelle ereditano dal padre un terreno insieme ad altri familiari. Nel 1992 le eredi dividono il bene e una porzione viene poi venduta ad un vicino. Questo realizza un nuovo fabbricato non rispettando le distanze legali rispetto alle finestre delle sorelle. Le proprietarie chiedono il rispetto della servitù, ma i giudici d'appello negano il diritto sostenendo che la precedente comunione ereditaria impedisse il sorgere del vincolo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso delle sorelle. I giudici chiariscono che la destinazione del padre di famiglia opera proprio al momento della divisione dei fondi tra gli eredi, se lo stato dei luoghi è stato mantenuto inalterato. Inoltre, la deroga alle distanze per la presenza di strade pubbliche richiede presupposti specifici che la sentenza impugnata non ha motivato. Le sorelle ottengono così l'annullamento della decisione e il rinvio della causa.
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Distanze legali tra edifici: finestra contesa e ricorso inammissibile
Due proprietari hanno contestato la sopraelevazione di un edificio confinante, ritenendo violasse le distanze legali tra edifici e chiudesse le loro finestre. Il Tribunale aveva dato loro ragione, qualificando le aperture come "vedute". La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, considerandole semplici "luci", per le quali le norme sulle distanze erano meno restrittive. I proprietari hanno presentato ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. Il motivo principale è stato un errore nella notifica del ricorso a una delle parti, che non è andata a buon fine e non è stata correttamente riattivata dai ricorrenti.
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Violazione distanze costruzioni: il diritto di veduta prevale sull’abuso
La Corte Suprema ha esaminato un caso di violazione distanze costruzioni tra due proprietari. La Proprietaria del piano superiore ha citato in giudizio l'Inquilina del piano inferiore per la rimozione di una tettoia con pareti sul terrazzo, realizzata senza autorizzazioni e che limitava la sua veduta. L'Inquilina ha eccepito l'usucapione e contestato la base della domanda. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Inquilina. Ha ribadito che la violazione delle distanze legali (Art. 907 c.c.) causa un "danno in re ipsa", non richiedendo prova specifica del pregiudizio. La domanda di usucapione è stata respinta per mancanza di prova.
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Autorizzazione impianto idroelettrico: il PEAR prevale sulle circolari
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di alcuni Proprietari contro l'autorizzazione unica per un impianto idroelettrico rilasciata a un'Azienda dalla Provincia. I Proprietari contestavano l'applicazione delle norme regionali sul Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR), che individuava aree non idonee per tali impianti, e il rispetto delle distanze legali. La Corte ha accolto il primo motivo, affermando che il divieto di localizzazione stabilito dal PEAR si applica alle istanze di autorizzazione unica presentate dopo la sua entrata in vigore, anche se la concessione di derivazione acqua era precedente. Le circolari interpretative non possono modificare la legge. Di conseguenza, la Corte ha annullato l'autorizzazione impianto idroelettrico, accogliendo le ragioni dei Proprietari e cassando la sentenza precedente.
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Diritto di Veduta in Appiombo: Manufatto su Balcone e Sentenza Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso riguardante il diritto di veduta in appiombo. Un proprietario aveva costruito un manufatto in legno e vetri sul proprio balcone. I vicini del piano superiore lamentavano che questa struttura ostruiva la loro veduta. I giudici di merito avevano ordinato la demolizione. Il proprietario ha proposto ricorso, sostenendo l'errata applicazione dell'Art. 906 c.c. anziché l'Art. 907 c.c. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il diritto di veduta in appiombo era stato violato e che la decisione dei giudici precedenti era corretta. Il ricorrente dovrà pagare le spese legali.
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Distanze Minime tra Edifici: Quando la finestra non fronteggia
In un caso complesso riguardante le **distanze minime tra edifici**, un'Azienda costruttrice aveva venduto un appartamento. Un'altra Azienda confinante ha citato in giudizio l'Acquirente per la violazione delle distanze legali, chiedendo la demolizione. L'Acquirente ha chiamato in causa l'Azienda costruttrice. La Corte d'Appello aveva imposto all'Acquirente di arretrare l'appartamento. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda costruttrice. Ha stabilito che l'obbligo di rispettare i 10 metri tra pareti finestrate e antistanti non si applica se le due pareti aderiscono completamente in basso e una finestra non fronteggia l'altra parete, essendo quest'ultima più bassa, senza spazi vuoti o intercapedini. La sentenza di appello è stata cassata.
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Distanze tra costruzioni: L’Aumento di Volume Trasforma la Ristrutturazione
Un Proprietario ha citato in giudizio i Vicini per aver demolito e ricostruito un fabbricato con altezza superiore, violando le distanze tra costruzioni. I Vicini sostenevano fosse una mera ristrutturazione. La Corte d'Appello ha condannato i Vicini a demolire o arretrare l'intero fabbricato, qualificando l'intervento come "nuova costruzione" per l'aumento di volume. La Cassazione ha confermato che l'aumento di altezza configura una nuova costruzione soggetta alle distanze legali. Tuttavia, ha cassato la sentenza d'appello, stabilendo che, in assenza di norme locali specifiche, l'ordine di ripristino deve limitarsi alle sole parti che eccedono le dimensioni originarie dell'edificio.
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Distanze legali veduta condominio: la nuova opera va demolita
Un condomino demolisce un vecchio manufatto situato sulla propria terrazza e ne edifica uno nuovo più alto e volumetrico, posizionandolo a soli 1,5 metri dal balcone sovrastante. Il proprietario dell'appartamento superiore chiede la demolizione della nuova struttura per violazione delle distanze legali veduta condominio. Il costruttore si difende sostenendo che il vicino non possiede un titolo formale che certifichi il diritto di veduta. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del costruttore. I giudici chiariscono che i balconi e le finestre realizzati dall'originario costruttore prima della vendita dei singoli appartamenti ottengono il diritto di veduta automaticamente per destinazione del padre di famiglia. Di conseguenza, ogni nuova costruzione successiva deve rispettare la distanza minima di tre metri prevista dalla legge.
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Distanze legali tra edifici: la sanatoria non evita la demolizione
La proprietaria di un immobile agisce contro il vicino confinante per la realizzazione di manufatti in violazione delle distanze legali tra edifici, tra cui l'ampliamento di un casotto, un muretto e una struttura con tettoia. Il Tribunale e la Corte d'Appello qualificano tali opere come nuove costruzioni e ordinano la riduzione in pristino mediante demolizione degli ampliamenti. Il vicino propone ricorso sostenendo la conformità urbanistica e l'applicazione di deroghe normative sulle ristrutturazioni. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso: la regolarità edilizia verso la pubblica amministrazione non sana il mancato rispetto dei distacchi verso i privati. Gli ampliamenti volumetrici costituiscono a tutti gli effetti nuova costruzione e devono rispettare la distanza minima assoluta e inderogabile di dieci metri tra pareti.
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Diritto di veduta e distanze legali: veranda salva
I Proprietari di un appartamento chiedono la rimozione della veranda realizzata dal Vicino sul terrazzo sottostante. Gli attori lamentano la violazione delle distanze legali e la lesione del loro diritto di veduta. Il Vicino contesta la natura delle aperture superiori, prive della possibilità di affaccio per la presenza di davanzali sporgenti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Vicino. I Giudici stabiliscono che per configurare un vero diritto di veduta non basta la semplice facoltà di guardare (inspectio). Serve anche la concreta possibilità di affacciarsi in sicurezza (prospectio). Inoltre, la Suprema Corte precisa che le distanze tra edifici si applicano solo a costruzioni fronteggianti, annullando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Distanze legali tra costruzioni: muro privato e opere abusive
Un proprietario ha eseguito importanti lavori di ristrutturazione sul proprio immobile, trasformando una tettoia in un terrazzo praticabile e installando pareti in vetrocemento e tubazioni a ridosso del confine. La società confinante ha promosso un'azione giudiziaria contestando l'omesso rispetto delle distanze legali tra costruzioni e la lesione della propria privacy. I giudici di merito hanno accertato che il muro divisorio apparteneva in via esclusiva alla società attrice, la quale aveva edificato per prima. Di conseguenza, le nuove opere del vicino risultavano abusive per mancata richiesta di comunione del muro e per violazione delle distanze relative a vedute e condutture. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario, confermando l'ordine di arretramento e rimozione dei manufatti illeciti.
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Diritto di veduta: quando l’apertura è solo una luce
La Corte d'Appello ha confermato che un'apertura non può essere considerata diritto di veduta se le sue caratteristiche fisiche, come l'altezza dal suolo, non permettono l'affaccio sul fondo del vicino. Nonostante la presenza di una licenza edilizia storica, il giudice ha stabilito che senza l'effettivo esercizio del passaggio di luce e aria con possibilità di guardare fuori, l'apertura resta una luce irregolare, impedendo così l'usucapione della servitù.
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Servitù di veduta: perché la proprietà non basta contro la tettoia
Una comproprietaria ha agito in giudizio per accertare la natura condominiale di un locale cisterna. Il convenuto, un altro condomino, ha eccepito l'usucapione del locale e ha chiesto in via riconvenzionale l'arretramento di una veranda con tettoia realizzata dalla donna, ritenendola lesiva delle distanze legali rispetto al proprio terrazzo sovrastante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condomino. I giudici hanno chiarito che la semplice proprietà di un appartamento non attribuisce automaticamente una servitù di veduta sul fondo vicino. Per pretendere il rispetto delle distanze minime di tre metri previste dalla legge per le nuove costruzioni, è indispensabile dimostrare di aver acquistato specificamente tale diritto di veduta tramite un titolo negoziale o per usucapione. Di conseguenza, la richiesta di demolizione della tettoia è stata respinta.
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Distanze legali: balcone troppo vicino e sopraelevazione
Il Proprietario Sottostante ha contestato la costruzione, da parte del Proprietario dell'Ultimo Piano, di una sopraelevazione e di un balcone aggettante sul lastrico solare sovrastante. Il balcone violava le distanze legali rispetto alla finestra sottostante. Inoltre, il Proprietario Sottostante richiedeva l'indennità di sopraelevazione. La Corte d'Appello aveva rigettato le richieste. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che le distanze legali di tre metri si applicano anche in senso verticale ai balconi e hanno carattere assoluto. Inoltre, ha chiarito che l'indennità di sopraelevazione è sempre dovuta in caso di aumento di volumetria, senza che rilevi la proprietà della colonna d'aria. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Servitù per destinazione del padre di famiglia salva la tettoia
Una proprietaria ha citato in giudizio il proprietario confinante per i danni da lavori di ristrutturazione mal eseguiti. Il confinante ha risposto chiedendo la rimozione di una tettoia che violava le distanze e la sua veduta. I giudici di merito hanno ordinato la demolizione della tettoia, ritenendo che la proprietaria non avesse mai eccepito l'esistenza di una servitù per destinazione del padre di famiglia. La Cassazione ha invece accertato che tale difesa era stata tempestivamente sollevata fin dal primo grado. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato la sentenza d'appello per omessa pronuncia, rinviando la causa a un nuovo giudice affinché verifichi l'effettiva sussistenza della servitù per destinazione del padre di famiglia, che potrebbe salvare la tettoia dalla demolizione.
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Litisconsorzio necessario: la Cassazione ferma la causa sulle distanze
Una proprietaria ha citato in giudizio un'azienda sanitaria locale per violazione delle distanze tra costruzioni, lamentando l'edificazione di un immobile troppo vicino al proprio terrazzo e la creazione di una sala mortuaria. Dopo che la Corte d'Appello ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, la proprietaria ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso non era stato notificato ad altri comproprietari originariamente parte del giudizio. Riconoscendo un'ipotesi di litisconsorzio necessario, i giudici hanno ordinato l'integrazione del contraddittorio entro quaranta giorni, disponendo la rimessione della causa a nuovo ruolo senza ancora decidere il merito della controversia.
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Violazione delle distanze legali: demolizione sì, danno da rifare
I Proprietari Confinanti hanno citato in giudizio il Costruttore per la sopraelevazione di un fabbricato in violazione delle distanze. I giudici di merito hanno ordinato la demolizione dell'opera e risarcito i danni per trentamila euro. La Corte di Cassazione ha confermato la violazione delle distanze, ribadendo che la concessione edilizia non sana i rapporti tra privati. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Costruttore limitatamente alla quantificazione del danno. La sentenza è stata cassata con rinvio poiché il giudice d'appello ha liquidato il danno in via equitativa senza spiegare i criteri di calcolo. Di conseguenza, la violazione delle distanze legali è confermata, ma l'ammontare del risarcimento dovrà essere interamente ridiscusso e motivato nel nuovo giudizio.
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Distanze dalle vedute: tenda del bar contro affaccio dei vicini
I proprietari di due appartamenti sovrastanti hanno citato in giudizio i titolari di un bar al piano terra, lamentando che una grande tenda da sole impedisse la loro veduta in appiombo e che due condizionatori causassero rumori e calore intollerabili. La Corte d'appello aveva ordinato la rimozione della tenda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei proprietari del bar, stabilendo che i giudici d'appello non hanno accertato se la tenda costituisca una vera e propria costruzione ai fini delle distanze dalle vedute. La Suprema Corte ha inoltre confermato la legittimità dei condizionatori sulla facciata condominiale, in quanto uso lecito della cosa comune senza prova di immissioni intollerabili. La causa è stata rinviata per un nuovo esame della struttura della tenda.
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Rinuncia al ricorso in cassazione: l’accordo azzera le tasse
Due comproprietari, condannati in appello alla demolizione di alcune porzioni di un fabbricato e al risarcimento dei danni per violazione delle distanze legali, hanno proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole. Di conseguenza, i ricorrenti hanno depositato un formale atto di rinuncia al ricorso in cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, specificando che la rinuncia esclude l'obbligo di versare l'ulteriore importo a titolo di raddoppio del contributo unificato. Non si è provveduto sulle spese poiché la controparte non ha svolto attività difensiva.
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