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Usura

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361 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Liberazione anticipata: l’assoluzione non cancella gli altri reati
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo 2011-2014. Nonostante la successiva assoluzione dal reato di fittizia intestazione di beni, pendevano ancora un procedimento per diffamazione e una condanna non definitiva per usura. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assoluzione dovesse riaprire la valutazione sul suo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'assoluzione da un singolo reato non cancella automaticamente la preclusione processuale se rimangono altri elementi ostativi. Inoltre, i giudici possono valutare autonomamente la condotta del condannato sotto il profilo della risocializzazione, anche se i fatti non costituiscono reato. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Reato di usura: condannati anche gli esattori del prestito
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura e per estorsione a carico di un gruppo di soggetti che prestavano denaro a tassi usurari (fino al 405%) a un artigiano in difficoltà. I giudici hanno chiarito che il reato di usura si consuma anche durante la fase di riscossione delle rate. Di conseguenza, rispondono di concorso nel reato anche i collaboratori che intervengono successivamente per recuperare i soldi, anche usando minacce e armi. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, obbligandoli a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria, mentre ha annullato senza rinvio la condanna per uno degli imputati nel frattempo deceduto.
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Reato di usura: condanna annullata per calcoli errati
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per il reato di usura inflitta a una donna dalla Corte di appello di Ancona, rinviando il caso alla Corte di appello di Perugia per un nuovo giudizio. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi vizi logici nella valutazione delle prove. Nel primo episodio, i giudici d'appello avevano ignorato un appunto manoscritto della difesa che dimostrava un prestito di importo superiore e durata maggiore, escludendo così il tasso usurario. Nel secondo episodio, lo scambio immediato di un assegno bancabile con denaro contante era stato erroneamente qualificato come sconto usurario, ignorando che lo sconto tra privati richiede solitamente un assegno postdatato. La Cassazione ha quindi imposto una nuova e coerente valutazione di tutto il materiale probatorio.
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No all’esercizio arbitrario delle proprie ragioni per l’usura
L'Imputato è stato condannato per tentata estorsione e invasione di terreni o edifici. Il difensore ha chiesto di riqualificare il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'assistito voleva solo recuperare somme portate da assegni in suo possesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni richiede un diritto legittimo e azionabile davanti a un giudice. Nel caso specifico, il credito derivava da un prestito usurario, rendendo la pretesa giuridicamente inesistente e non tutelabile. Di conseguenza, l'uso della forza o della minaccia per recuperare un credito usurario integra il reato di estorsione e non quello di autotutela. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto di pena tra armi e usura
Il Ricorrente ha richiesto il riconoscimento del vincolo del reato continuato tra due condanne definitive: una per porto abusivo d'armi e una per usura, commesse nel 2006. Il Tribunale di Monza, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta evidenziando l'assoluta disomogeneità dei reati e dei beni giuridici protetti. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i reati fossero legati da un unico scopo associativo e da una stretta vicinanza temporale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la vicinanza temporale non è un criterio decisivo e che un programma criminoso generico non basta a configurare il reato continuato. È necessaria la pianificazione specifica di ciascun reato sin dall'inizio. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Concorso nel reato di usura: condannata la moglie complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per concorso nel reato di usura e per estorsione, commessi insieme al marito defunto. La coppia prestava denaro in contanti pretendendo in cambio assegni postdatati con tassi di interesse usurari tra il 48% e il 79%. La difesa sosteneva la totale estraneità della moglie, ma i giudici hanno accertato la sua attiva partecipazione: era titolare di dodici conti correnti usati per incassare i titoli, partecipava agli incontri con le vittime e minacciava il protesto degli assegni per costringerle a pagare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale e civile della donna, in quanto la sua condotta non era di mera conoscenza passiva, ma di consapevole e attiva collaborazione nel disegno criminoso del coniuge.
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Reato di usura: la promessa di interessi basta per la condanna
Il caso riguarda un creditore condannato per il reato di usura e per estorsione aggravata. Il colpevole prestava denaro a tassi illegali e minacciava la vittima per ottenere i pagamenti. La difesa sosteneva che la vittima non fosse credibile e che non ci fosse usura poiché il capitale non era stato interamente restituito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni della vittima sono attendibili se coerenti, anche senza riscontri esterni. Inoltre, per la consumazione del reato di usura basta la semplice promessa di interessi usurari, indipendentemente dall'effettivo rimborso del capitale. La condanna a sei anni di reclusione e alla confisca dei profitti illeciti è stata confermata in via definitiva.
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Reato di usura: condanne confermate nonostante i vizi di forma
Un uomo e una donna sono stati condannati per il reato di usura e per esercizio abusivo del credito. Il primo prestava denaro a tassi altissimi, mentre la seconda lo aiutava a riscuotere i pagamenti dai debitori in difficoltà. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando le condanne. I giudici hanno chiarito che il diritto di difesa non è violato se la mancata audizione di un testimone non viene contestata subito. Inoltre, le intercettazioni provenienti da un procedimento separato ma strettamente collegato sono pienamente utilizzabili. Infine, l'attività finanziaria abusiva ripetuta nel tempo non si prescrive finché non cessa l'intera condotta illecita. I ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali.
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Reato continuato e usura: no allo sconto se passano anni
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato avanzata da una condannata per due diverse sentenze di usura. La ricorrente sosteneva che i reati fossero stati compiuti in un arco temporale ravvicinato e con le stesse modalità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per configurare il reato continuato non basta la ripetizione di condotte simili o una generica scelta di vita criminale. È invece necessaria una programmazione iniziale unitaria dei singoli reati. Nel caso specifico, l'ampio intervallo temporale di circa quattro anni tra i fatti di usura esclude l'esistenza di un unico disegno criminoso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il cumulo delle pene e condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Reato di usura: redditi minimi e auto di lusso costano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di gestire un'attività sistematica di prestiti illeciti a Roma. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le testimonianze delle vittime, le quali si trovavano in un grave stato di bisogno economico, costrette ad accettare tassi di interesse fino al 90% annuo. Oltre alle condanne detentive, la Suprema Corte ha confermato la confisca allargata dei beni di lusso degli imputati, tra cui auto di grande valore, poiché sproporzionati rispetto ai redditi quasi inesistenti dichiarati al fisco. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando che il reato di usura si consuma con il pagamento delle singole rate e che la sproporzione patrimoniale giustifica il sequestro dei beni accumulati illecitamente.
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Confisca per usura: reato prescritto ma il profitto si perde
Un uomo, accusato del reato di usura, ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che, pur dichiarando la prescrizione del reato, ha confermato la confisca di 12.000 euro, considerati il profitto dell'attività illecita. La Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca per usura ha natura diretta e preventiva quando ha per oggetto il denaro corrispondente agli interessi usurari percepiti. Di conseguenza, tale misura resta valida e obbligatoria anche se il reato si è estinto per prescrizione, purché sia stata precedentemente accertata la responsabilità dell'imputato nei gradi di giudizio precedenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Usura aggravata: il finto lavoro non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura aggravata ai danni di due commercianti. L'imputato pretendeva interessi sproporzionati, simulando un rapporto di lavoro subordinato per giustificare la sua costante presenza nel supermercato delle vittime. La difesa contestava l'attendibilità delle persone offese e l'applicazione dell'aggravante speciale, sostenendo che i prestiti fossero destinati a scopi esclusivamente personali. I giudici di legittimità hanno chiarito che per l'applicazione dell'aggravante legata all'attività imprenditoriale è sufficiente la qualifica soggettiva di imprenditore della vittima, senza che il prestito debba essere necessariamente destinato all'azienda. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un cittadino rimasto agli arresti domiciliari per 359 giorni con l'accusa di usura, poi conclusasi con l'assoluzione. Nonostante l'esito favorevole del processo penale, i giudici hanno confermato che l'uomo ha tenuto una condotta gravemente colpevole. Egli aveva infatti realizzato un'operazione economica complessa e anomala: l'acquisto di un terreno a prezzo stracciato dal proprio debitore, aggirando i divieti contrattuali tramite un conto cointestato per incassare i canoni di locazione. Questa condotta ambigua ha generato una legittima apparenza di reato, giustificando la misura cautelare. Di conseguenza, il richiedente perde la causa e non riceverà alcun indennizzo dallo Stato, dovendo anche pagare le spese processuali.
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Reato di usura: la condanna è definitiva nonostante il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di usura. L'imputato contestava l'attendibilità della vittima e la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso per cassazione non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione dei fatti, specie se i motivi riproducono fedelmente le contestazioni già respinte in appello. Nel caso specifico, la colpevolezza dell'imputato poggiava su solide prove oggettive, tra cui messaggi scritti, tabulati telefonici e comunicazioni scritte che documentavano i tassi di interesse usurari e gli incontri per la consegna del denaro. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di usura: la Cassazione condanna chi sfrutta il bisogno
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di usura. L'imputato aveva concesso prestiti a tassi usurari a una vittima in gravi difficoltà economiche, sfruttando la sua soggezione psicologica. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza dello stato di bisogno della vittima e la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti spetta solo ai giudici di merito e che lo stato di bisogno è ampiamente dimostrato dalla vulnerabilità finanziaria della vittima, la quale non aveva altra scelta se non accettare i prestiti. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di usura o semplice truffa? La Cassazione fa chiarezza
Un uomo e una donna erano stati condannati in primo grado per il reato di usura. La Corte d'Appello aveva poi riqualificato il fatto in truffa aggravata, dichiarando prescritto il reato per l'uomo e assolvendo la donna sulla base delle sole dichiarazioni spontanee del coimputato. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la pattuizione successiva di interessi sproporzionati integra pienamente il reato di usura, a prescindere da minacce o raggiri. Inoltre, ha chiarito che le dichiarazioni del coimputato necessitano di rigorosi riscontri esterni per fondare un'assoluzione. La Cassazione ha quindi confermato la responsabilità penale dell'uomo e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio sulla donna e per la rideterminazione della pena dell'uomo.
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Reato di usura: condannato il figlio che riscuote i debiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di usura. L'imputato sosteneva di aver solo aiutato il padre a recuperare somme di denaro, senza conoscere il tasso usurario, e che le sue minacce costituissero tentata estorsione ormai prescritta. I giudici hanno invece chiarito che pretendere attivamente interessi sproporzionati e usare minacce per riscuotere i debiti configura pienamente la partecipazione al reato di usura. Inoltre, poiché la vittima era un imprenditore, è stata applicata un'aggravante speciale che ha allungato i tempi di prescrizione, impedendo l'estinzione del reato per i fatti commessi fino al 2007. L'imputato è stato condannato a pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Reato di usura: condannato l’usuraio tradito dai propri appunti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura a carico di un soggetto che aveva prestato denaro a tassi strozzini. Nel 2007, l'imputato aveva concesso un prestito iniziale di 100.000 euro alla vittima, pretendendo un tasso di interesse del 3% mensile. Successivamente, a fronte di ulteriori piccoli prestiti, aveva costretto la vittima e la madre a firmare cambiali per ben 300.000 euro. La difesa ha contestato l'attendibilità della vittima, ma i giudici hanno evidenziato che la confusione nei conteggi è tipica dello stato di soggezione psicologica di chi subisce usura. Inoltre, le perquisizioni hanno rivelato appunti scritti e cambiali che confermavano i tassi illeciti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'usuraio al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Usura con metodo mafioso: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di usura con metodo mafioso. Il caso riguarda un gruppo criminale che prestava denaro a tassi strozzini, riscuotendo i pagamenti con gravi minacce, tra cui l'esibizione di armi da fuoco per evocare la forza intimidatrice dei clan. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del metodo mafioso ha natura oggettiva e si applica anche se l'autore non appartiene a un'associazione mafiosa formale. Inoltre, la Corte ha ribadito che l'usura è un reato a consumazione prolungata: ogni pagamento di interessi sposta in avanti il tempo del reato. La Cassazione ha dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi, confermando le condanne e le confische dei beni, tranne per un imputato deceduto e per un altro la cui pena per la continuazione deve essere ricalcolata.
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Reato di usura: il silenzio dell’imputato non prova la colpevolezza
Un imprenditore viene condannato per concorso nel reato di usura per aver emesso fatture fittizie e incassato assegni relativi a un prestito usurario gestito da un terzo. La vittima dichiara di non aver mai conosciuto l'imprenditore. I giudici di merito fondano la condanna sul silenzio dell'imputato e sulla mancanza di giustificazioni per l'emissione delle fatture. La Corte di Cassazione annulla la condanna senza rinvio. La Corte stabilisce che il silenzio dell'imputato non può essere interpretato come prova di colpevolezza, poiché ciò comporterebbe un'illecita inversione dell'onere della prova. L'emissione di fatture false, pur illecita, non dimostra automaticamente la consapevolezza del patto usurario sottostante. L'imputato viene quindi assolto per non aver commesso il fatto.
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