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Usura

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361 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Tentata estorsione per debiti d’usura: condannati i creditori
Il caso riguarda un finanziamento di ottantamila euro concesso a tassi usurari pari al quarantotto per cento annuo. Successivamente, il creditore e un complice hanno tentato di recuperare le somme attraverso gravi minacce, evocando l'intervento di presunti esponenti della criminalità organizzata. Gli imputati hanno impugnato la condanna sostenendo che si trattasse di un lecito recupero crediti o, al massimo, del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per il reato di usura e per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che non si può invocare il recupero di un diritto legittimo quando il credito deriva da un patto usurario nullo, escludendo così la derubricazione del reato e confermando la gravità della condotta minatoria.
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Reato di usura: l’aiuto economico si rivela una trappola
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura nei confronti di un soggetto che prestava denaro a un'impresa familiare applicando tassi d'interesse mensili del 15%. Il ricorrente contestava la regolarità del processo d'appello, svoltosi in forma scritta a causa delle norme emergenziali, lamentando il mancato rinvio per un suo concomitante impegno in sede civile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impedimento del difensore non rileva se non è stata richiesta espressamente la discussione orale. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto pienamente utilizzabili le testimonianze della contabile e del collaboratore dell'impresa, le quali provavano l'accordo usurario (un prestito di 29.000 euro a fronte di una restituzione di 50.000 euro). Di conseguenza, il ricorrente perde la causa, la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione diventa definitiva e dovrà pagare le spese processuali.
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Reato di usura: la finta vendita non salva gli estorsori
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per estorsione e usura. Gli imputati concedevano prestiti a tassi usurari, pretendendo come garanzia la firma di contratti preliminari di vendita immobiliare e ricorrendo a gravi minacce fisiche per ottenere i pagamenti. La Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva per i principali responsabili, convalidando anche l'aggravante della tentata estorsione commessa in un alloggio momentaneamente disabitato, considerato comunque privata dimora. Al contrario, i giudici hanno accolto il ricorso di un coimputato a causa di un grave difetto di motivazione della sentenza d'appello, disponendo per lui un nuovo processo.
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Estorsione e usura: quando il protesto legale diventa reato
Due commercianti sono stati condannati per i reati di estorsione e usura ai danni di alcuni imprenditori agricoli. Gli imputati vendevano materiale per l'irrigazione accettando assegni postdatati. Alla scadenza dei titoli, se i clienti non potevano pagare, i venditori imponevano tassi d'interesse usurari (dal 44% al 270%) per concedere una dilazione. Per costringere le vittime a pagare, minacciavano di protestare gli assegni, causandone il fallimento commerciale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando che la minaccia di esercitare un diritto legittimo (il protesto) diventa estorsione se usata per ottenere un profitto ingiusto (gli interessi usurari). I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento delle parti civili.
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Concorso nel delitto di usura: condannato chi fa da tramite
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di un intermediario per il reato di concorso nel delitto di usura. L'indagato aveva accompagnato la vittima a casa dei finanziatori per facilitare l'ottenimento di un prestito a tassi illegali, ricevendo in cambio una percentuale sulle rate mensili, definita aggio. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse limitato a indicare e accompagnare il soggetto senza un reale interesse criminale. I giudici hanno respinto questa tesi, stabilendo che anche l'attività di procacciatore configura una partecipazione attiva al reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Reato di usura: condannato chi prestava soldi al 120% annuo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura nei confronti di un soggetto che aveva prestato diecimila euro a una donna in gravi difficoltà economiche, pretendendo un tasso di interesse del 120% annuo (mille euro al mese). La vittima, impossibilitata ad accedere al credito bancario perché segnalata alla Centrale dei rischi, aveva persino dovuto consegnare orologi di pregio per pagare le rate. La difesa sosteneva l'inattendibilità della donna, evidenziando il suo ruolo formale di amministratrice in alcune società. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la qualifica di prestanome non garantisce un reddito reale e l'applicazione di un tasso così sproporzionato dimostra di per sé lo stato di bisogno della vittima. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di usura aggravata: condannato chi sfrutta il bisogno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura aggravata a carico di un soggetto che ha prestato denaro a condizioni fortemente svantaggiose. L'imputato conosceva le gravi difficoltà economiche della vittima, una condizione che ha compromesso la sua libertà contrattuale spingendola ad accettare tassi sproporzionati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, in quanto generico e volto a ridiscutere valutazioni di merito già correttamente affrontate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di estorsione: condannati gli usurai che usano violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura e reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano concesso prestiti a tassi usurari a una commerciante in grave stato di bisogno. Di fronte alle difficoltà di restituzione, i condannati avevano utilizzato minacce e violenze fisiche contro i familiari della vittima per impossessarsi di beni mobili e immobili. La difesa sosteneva che la condotta andasse qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e che vi fosse stata desistenza volontaria per aver rinunciato agli interessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il recupero di un credito usurario (quindi illecito) esclude qualsiasi pretesa legittima e che l'usura si consuma già con la promessa degli interessi, rendendo impossibile la desistenza. I ricorrenti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni.
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Usura aggravata: condanna confermata ma l’aggravante vacilla
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due soggetti condannati per il reato di usura aggravata. Il primo imputato contestava la legittimità delle intercettazioni ambientali e la sussistenza delle aggravanti relative allo stato di bisogno delle vittime e alla loro qualità di imprenditori. Il secondo imputato sollevava contestazioni simili. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del secondo imputato per carenza di interesse, poiché le aggravanti erano già state considerate subvalenti rispetto alle attenuanti. Ha invece accolto parzialmente il ricorso del primo imputato: la sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente all'aggravante dello stato di bisogno per alcuni capi d'accusa. I giudici d'appello dovranno motivare meglio se l'alto tasso di interesse applicato dimostri da solo la grave difficoltà economica delle vittime, senza basarsi su formule generiche.
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Reato di usura: condanna definitiva anche senza garanzie scritte
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura a carico di un creditore che aveva prestato denaro applicando tassi d'interesse esorbitanti, pari al 792% su base annua. L'imputato contestava la sussistenza del reato, sostenendo che la vittima non avesse accettato di firmare garanzie scritte. I giudici hanno chiarito che il reato di usura si perfeziona con la semplice promessa o pattuizione degli interessi usurari, a prescindere dall'effettivo pagamento o dalla firma di documenti. Inoltre, la Corte ha negato l'attenuante del danno di speciale tenuità, poiché un interesse di 200 euro su un prestito di 1.000 euro in un solo mese rappresenta un danno economico proporzionalmente rilevante per la vittima. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna penale e le sanzioni pecuniarie.
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Stato di bisogno nell’usura: condannato chi sfrutta la crisi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura ed estorsione a carico di un soggetto che aveva concesso prestiti a tassi usurari a un imprenditore in difficoltà. La difesa contestava la sussistenza dell'aggravante legata allo stato di bisogno della vittima, sostenendo che la crisi economica fosse dovuta alla sua stessa incapacità gestionale. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che lo Stato di bisogno nell'usura sussiste oggettivamente anche se causato da scelte imprudenti o negligenti della vittima, poiché rileva solo l'approfittamento della sua vulnerabilità. Inoltre, la Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, non automatiche per la sola incensuratezza, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di risarcimento per le parti civili.
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Reato continuato: perché la distanza nel tempo nega lo sconto
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per diverse condotte di usura giudicate separatamente da due diverse Corti d'Appello (Napoli e Torino). La Corte d'Appello di Torino, in sede di esecuzione, ha respinto la richiesta a causa della notevole distanza temporale (circa due anni), della diversità geografica dei reati (Campania e Piemonte) e delle differenti modalità esecutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che la semplice somiglianza dei reati non basta a dimostrare un unico disegno criminoso originario. Per applicare il reato continuato occorre una programmazione iniziale complessiva, esclusa in questo caso dalla distanza temporale e territoriale delle condotte.
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Commissione di massimo scoperto: la Cassazione frena i rimborsi
La Societe0 Correntista ha citato in giudizio la Banca contestando l'applicazione di interessi usurari e l'illegittimite0 della commissione di massimo scoperto nei propri conti correnti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della societe0, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che, per i rapporti bancari esauriti prima del 2010, la commissione di massimo scoperto non si somma direttamente agli interessi per verificare il superamento del tasso soglia dell'usura. Al contrario, essa va confrontata separatamente con una specifica soglia calcolata sulla base delle rilevazioni medie della Banca d'Italia. Di conseguenza, la banca non e8 stata condannata a ulteriori restituzioni rispetto a quanto gie0 stabilito in primo grado, e la societe0 e8 stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Dichiarazioni della persona offesa: condanna senza altre prove
Un uomo, condannato per il reato di usura a quattro anni di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riapertura del dibattimento in appello e contestando l'attendibilità della vittima. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rinnovazione dell'istruttoria in appello è un evento eccezionale e discrezionale. Inoltre, hanno ribadito che le dichiarazioni della persona offesa possono, da sole, fondare la responsabilità penale dell'imputato. Questo è possibile purché il giudice svolga un controllo rigoroso e approfondito sulla credibilità del testimone e sulla coerenza del suo racconto, senza che tale valutazione di fatto possa essere ridiscussa in sede di legittimità se priva di evidenti contraddizioni logiche.
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Usura aggravata: condannato il boss che usava intermediari
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura aggravata a carico di un soggetto che prestava denaro a tassi illeciti. L'Imputato sosteneva che i prestiti fossero stati concessi da altri soggetti e che non vi fosse prova del suo coinvolgimento diretto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che i coimputati agivano come semplici intermediari dell'Imputato. La colpevolezza di quest'ultimo è stata provata tramite intercettazioni telefoniche, messaggi e il riconoscimento fotografico da parte della Vittima. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Usura bancaria: assoluzione annullata per difetto di calcoli
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della parte civile contro l'assoluzione di un funzionario di banca accusato di usura bancaria e altri reati. La Corte d'Appello aveva confermato l'assoluzione escludendo la retroattività della legge anti-usura del 1996, ma senza analizzare concretamente i dettagli del rapporto di credito e i tassi applicati. La Cassazione ha rilevato un grave vizio di motivazione: i giudici di secondo grado si sono limitati a enunciare formule astratte senza confrontarsi con i calcoli e le contestazioni specifiche sollevate dalla vittima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, rinviando la causa al giudice civile competente in grado di appello per un nuovo esame della vicenda e per la decisione sul risarcimento dei danni.
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Usura e inammissibilità del ricorso per cassazione: la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un uomo condannato per usura. La Corte d'Appello aveva precedentemente dichiarato prescritti i fatti fino al 2008, riducendo la pena per le condotte successive e revocando la sospensione condizionale della pena. L'imputato ha impugnato la decisione lamentando la carenza di motivazione sulla responsabilità penale e la violazione del principio del ragionevole dubbio. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato e respinto nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di usura: condanna definitiva anche senza il pagamento
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura nei confronti di un creditore che aveva prestato diciannovemilacinquecento euro a un imprenditore in grave difficoltà economica, pretendendo la restituzione di trentamila euro. La difesa sosteneva che il reato non fosse configurabile senza l'effettivo incasso di tutti gli interessi. I giudici hanno invece stabilito che il reato di usura si perfeziona già al momento della semplice pattuizione degli interessi illeciti, a prescindere dal loro effettivo pagamento. Inoltre, lo stato di bisogno della vittima, tristemente culminato nel suicidio, era ben noto al creditore. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e dei risarcimenti agli eredi della vittima.
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Calcolo del tasso soglia: scontro tra banche e pensionati
Un pensionato ha ottenuto la condanna di un istituto di credito alla restituzione degli interessi pagati per un finanziamento con cessione del quinto. Il Tribunale ha ritenuto che il contratto superasse il limite legale a causa dell'inclusione delle spese di assicurazione obbligatoria nel calcolo complessivo del costo del credito. L'istituto di credito ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le polizze assicurative imposte per legge non debbano essere computate per il calcolo del tasso soglia, in conformità con le istruzioni della Banca d'Italia dell'epoca. La Suprema Corte, rilevando la complessità e l'importanza della questione giuridica, ha rinviato la causa alla pubblica udienza per una decisione definitiva.
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Reato continuato: no allo sconto tra spaccio e usura
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: la prima per spaccio di stupefacenti commesso nel 2018, la seconda per usura commessa tra il 2018 e il 2020. La difesa sosteneva che i proventi dello spaccio fossero destinati a finanziare l'attività usuraria, configurando un unico progetto originario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice propensione a delinquere per profitto o il reimpiego di denaro illecito non bastano a dimostrare un medesimo disegno criminoso. La distanza temporale tra le condotte e il coinvolgimento di complici diversi escludono una pianificazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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