La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura nei confronti di un soggetto che prestava denaro a un'impresa familiare applicando tassi d'interesse mensili del 15%. Il ricorrente contestava la regolarità del processo d'appello, svoltosi in forma scritta a causa delle norme emergenziali, lamentando il mancato rinvio per un suo concomitante impegno in sede civile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impedimento del difensore non rileva se non è stata richiesta espressamente la discussione orale. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto pienamente utilizzabili le testimonianze della contabile e del collaboratore dell'impresa, le quali provavano l'accordo usurario (un prestito di 29.000 euro a fronte di una restituzione di 50.000 euro). Di conseguenza, il ricorrente perde la causa, la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione diventa definitiva e dovrà pagare le spese processuali.
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