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Uso Personale

109 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La detenzione di sostanze stupefacenti destinata esclusivamente al consumo proprio, che costituisce un illecito amministrativo e non un reato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Uso personale di stupefacenti: tra consumo e spaccio
Un uomo ha subito una condanna per spaccio dopo essere stato trovato in possesso di sostanza stupefacente. La difesa ha sostenuto la tesi dell'uso personale di stupefacenti, evidenziando lo stato di tossicodipendenza del soggetto. I giudici hanno respinto questa ricostruzione a causa delle concrete modalità di conservazione della sostanza e dell'assenza di certificati medici recenti che attestassero la dipendenza in atto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la piena validità della decisione di secondo grado e negando le attenuanti generiche e la sospensione condizionale a causa di un precedente specifico per spaccio.
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Destinazione allo spaccio o uso personale: ricorso inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la condanna penale relativa al possesso di droga. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale e che il fatto dovesse rientrare tra gli illeciti amministrativi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi presentati erano generici e privi di un reale confronto con la sentenza di appello. I giudici hanno confermato la destinazione allo spaccio valutando le circostanze concrete e le testimonianze raccolte in dibattimento. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Uso personale o spaccio: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per reati legati agli stupefacenti. La difesa sosteneva la tesi della detenzione per uso personale della sostanza sequestrata. I giudici di merito avevano già respinto questa ricostruzione, valorizzando elementi concreti come le modalità di conservazione della droga, il contesto del fatto e le condizioni personali del soggetto. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso per Cassazione non può richiedere una nuova valutazione dei fatti già correttamente analizzati dai giudici dei precedenti gradi. L'imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Coltivazione di cannabis per uso personale: serra e condanna
L'Imputato ricorreva in Cassazione sostenendo che la detenzione di circa sette grammi di marijuana e la coltivazione di due piante integrassero la coltivazione di cannabis per uso personale, dunque esente da responsabilità penale. Tuttavia, le forze dell'ordine avevano rinvenuto nell'abitazione una serra attrezzata con impianti specifici, bilancino di precisione, forbici e dosi già confezionate. Dalle piantine era inoltre possibile ricavare ben 140 dosi individuali. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva e dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'allestimento di una struttura idonea a rafforzare la produzione, unito agli strumenti per il confezionamento e ai precedenti specifici, smentisce la tesi del consumo individuale, confermando la condanna penale.
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Dosi e 80 mila euro: confermata la destinazione allo spaccio
Due imputati hanno impugnato la sentenza della Corte di Appello che confermava la loro condanna per detenzione di stupefacenti. I soggetti sostenevano che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale. I giudici hanno invece accertato precisi elementi che dimostravano la destinazione allo spaccio. Gli agenti hanno infatti rinvenuto un quantitativo idoneo a ricavare oltre cento dosi, una somma di denaro superiore a ottanta mila euro a fronte di nessuna attività lavorativa documentata e diversi manoscritti con cifre e nominativi. La Corte di Cassazione ha rigettato le censure difensive e ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando entrambi i ricorrenti alle spese di giudizio e a tremila euro ciascuno per la Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: condanna confermata
Un soggetto condannato per spaccio di lieve entità ha presentato ricorso per contestare la mancata qualificazione della sostanza come destinata al consumo proprio. La difesa ha denunciato un vizio di motivazione, sostenendo la tesi dell'uso personale di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di merito avevano infatti già valutato e respinto tale circostanza con argomentazioni logiche, coerenti e corrette. Il controllo di legittimità non consente un nuovo esame dei fatti probatori. Il ricorrente deve quindi scontare la condanna penale confermata, pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso Personale Stupefacenti: Cassazione Inammissibile sul Ricorso
Un Lavoratore è stato condannato per il reato di detenzione di stupefacenti (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90), poiché la quantità e le modalità di possesso escludevano l'uso personale stupefacenti. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione sulla sua responsabilità penale e sull'esclusione dell'uso personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo infondato e non specifico, in quanto riproponeva censure già valutate e respinte in appello. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Detenzione per uso personale di stupefacenti: limiti del ricorso
Un imputato condannato per reati legati alle sostanze illecite ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la tesi della detenzione per uso personale di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché le censure riguardavano la ricostruzione materiale dei fatti, preclusa nel giudizio di legittimità. I giudici di secondo grado avevano già motivato in modo corretto e completo la destinazione allo spaccio della sostanza. La decisione si fonda sull'analisi delle modalità di conservazione dello stupefacente, sul contesto dell'azione e sulle condizioni personali ed economiche dell'interessato. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva con l'obbligo di pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: condanna ferma anche al primo giorno
Le forze dell'ordine hanno fermato L'Imputato con 7,5 grammi di cocaina ad elevata purezza. L'Imputato ha ammesso di aver accettato di vendere la droga per conto di terzi dietro compenso di 80 euro al giorno. La difesa ha sostenuto che la sostanza fosse destinata all'uso personale e che l'attività non fosse ancora iniziata. I giudici hanno escluso l'uso personale ma hanno riconosciuto il reato di spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Imputato. I giudici di legittimità hanno confermato la pena superiore al minimo edittale. L'accordo per un compenso giornaliero dimostra infatti una condotta professionale inserita in contesti criminali. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e la multa inflitta.
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Destinazione ad uso personale della droga tra scorta e spaccio
L'Imputato è stato trovato in possesso di cinquantacinque grammi di hashish suddivisi in più confezioni e sufficienti per trentadue dosi. Essendo disoccupato e privo di redditi lecite, la Corte d'Appello ha escluso che la sostanza fosse destinata al consumo proprio. L'Imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la mancata destinazione ad uso personale della droga. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo frazionato, insieme all'assenza di risorse economiche per giustificare l'acquisto della sostanza, dimostra lo spaccio a terzi. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: conta il contesto
Un uomo ha impugnato la sentenza di condanna sostenendo che quindici grammi di cocaina costituissero una semplice scorta per uso personale. I giudici hanno invece confermato la sussistenza della destinazione allo spaccio. Diversi indizi univoci hanno smentito la tesi difensiva: la fuga all'alt delle forze dell'ordine con il tentativo di gettare la droga, la presenza notturna a cento chilometri da casa, il possesso di foglietti con conteggi e la sproporzione economica rispetto al reddito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'imputato alle spese e a una sanzione.
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Cessione di sostanze stupefacenti: ricorso inammissibile
L'imputato subisce una condanna per il reato di cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità alla pena di otto mesi di reclusione e ottocento euro di multa. Il condannato impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, invocando l'uso personale e la conseguente irrilevanza penale della condotta. I Supremi Giudici dichiarano il ricorso inammissibile e manifestamente infondato, poiché l'interessato non aveva mai contestato l'effettiva cessione della sostanza nel corso del giudizio di secondo grado. Di conseguenza, la Suprema Corte conferma integralmente la condanna e infligge al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: il peso del frazionamento
L'imputato è stato fermato con 2,9 grammi lordi di cocaina suddivisi in diversi involucri. La difesa ha sostenuto che la sostanza fosse destinata al consumo individuale, invocando la sanzione amministrativa. I giudici hanno invece confermato la condanna penale, escludendo l'uso personale a causa del frazionamento in dosi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal soggetto: la detenzione di sostanze stupefacenti già suddivise costituisce reato di lieve entità. L'uomo deve scontare oltre un anno di reclusione, pagare la multa e versare una somma alla cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale escluso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per il reato di detenzione ai fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano sorpreso l'indagato mentre cedeva una dose di stupefacente a un soggetto sconosciuto in cambio di 70 euro. La successiva perquisizione ha portato al rinvenimento di altra sostanza, suddivisa in tre involucri idonei a confezionare circa tredici dosi. La difesa ha sostenuto che la sostanza fosse destinata all'uso esclusivamente personale, contestando le valutazioni dei giudici precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché riproponeva questioni di fatto già ampiamente smentite. I giudici hanno condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti in carcere: no all’uso personale
Un detenuto ha introdotto nell'istituto penitenziario 13,5 grammi di hashish, corrispondenti a oltre 88 dosi medie, al rientro da un permesso premio. La difesa ha sostenuto la destinazione ad uso personale e ha contestato la quantificazione della pena. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come spaccio di lieve entità ed escluso il mero consumo personale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, sancendo che la detenzione di stupefacenti in carcere oltre i limiti tabellari, unita alla positività dei compagni di cella e all'illogicità di rischiare i benefici per fare scorta, dimostra la destinazione a terzi. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Patteggia la pena ma fa ricorso: la Cassazione lo sanziona
Un imputato accusato di detenzione di sostanze stupefacenti concordava la pena di quattro mesi di reclusione e duemila euro di multa dinanzi al Tribunale. Successivamente, la difesa presentava ricorso per cassazione contro patteggiamento, sostenendo che la sostanza fosse destinata a un consumo esclusivamente personale e quindi non punibile penalmente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso senza formalità. La legge limita rigidamente i motivi di impugnazione dopo l'accordo sulla pena, escludendo contestazioni sulla destinazione della droga. I giudici hanno condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un motivo d'impugnazione non consentito dalla legge penale.
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Destinazione dello stupefacente: respinto il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per reati di droga, sostenendo che la sostanza fosse destinata a uso personale o uso di gruppo. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché i motivi sollevati riguardavano questioni di fatto già ampiamente vagliate dai giudici di merito. La destinazione dello stupefacente deve essere accertata considerando le modalità di conservazione, le circostanze concrete e le condizioni personali del soggetto. I giudici di legittimità non possono riesaminare le prove. Di conseguenza, il ricorrente ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Scorta o spaccio: la detenzione di stupefacenti
L'Imputato deteneva nella propria abitazione circa cinquanta grammi di sostanza illecita, suddivisa in due involucri e frazionata in dodici dosi singole. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come reato di detenzione di stupefacenti per spaccio, escludendo la tesi difensiva della scorta per consumo personale. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che l'accusa non avesse provato la destinazione a terzi della droga. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo e le modalità di confezionamento frazionato dimostrano la cessione a terzi. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Metadone o spaccio? Uso personale di stupefacenti smentito
Le Forze dell'Ordine hanno sequestrato 1200 millilitri di metadone nel frigorifero di due fratelli conviventi, già condannati per spaccio di cocaina. I due imputati hanno invocato la tesi dell'uso personale di stupefacenti per evitare una nuova sanzione penale. I magistrati di merito hanno respinto tale ricostruzione a causa del quantitativo eccessivo, del contemporaneo smercio di altre sostanze e dell'offerta di cessione a terzi testimoniata da testimoni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei due imputati. La Suprema Corte ha confermato la piena rilevanza penale della condotta, condannando entrambi alle spese processuali e al versamento di tremila euro a testa alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre trentacinque grammi di hashish e marijuana. La difesa sosteneva la destinazione all'uso personale e richiedeva l'attenuante speciale del danno di speciale tenuità. I giudici di merito hanno respinto tali tesi valorizzando la quantità e la diversa tipologia di sostanze. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di argomentazioni nuove e fondato sulla semplice riproposizione di censure di fatto già risolte. L'imputato è stato condannato alla pena di cinque mesi di reclusione, diecimila euro di multa, oltre al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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