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U.E.P.E.

46 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Acronimo di Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, l'organo del Ministero della Giustizia che si occupa della gestione e del controllo dei condannati ammessi a misure alternative alla detenzione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Affidamento in prova all’estero: serve la residenza effettiva
Un condannato richiede di svolgere l'affidamento in prova all'estero in Spagna, dove possiede un immobile per locazioni turistiche. Il Tribunale di Sorveglianza nega l'esecuzione oltre confine e dispone la misura in Italia, rilevando l'assenza di residenza abituale e di iscrizione consolare. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'uomo. Per attuare una misura alternativa in uno Stato dell'Unione Europea, la legge richiede una residenza legale provata dall'iscrizione all'A.I.R.E. La mera titolarità di una casa vacanze non garantisce il controllo e la presa in carico da parte dei servizi sociali esteri. Il condannato deve quindi eseguire la prova in Italia.
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Ricorso Penale Inammissibile: Affidamento in Prova Negato in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale presentato da un condannato. Questi contestava la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato l'affidamento in prova. La Suprema Corte ha ritenuto che il ricorso fosse inammissibile perché mirava a una nuova valutazione dei fatti già esaminati e respinti dal giudice precedente. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già considerato la relazione dell'U.E.P.E., la gravità delle condotte del condannato e l'inadeguatezza del domicilio alternativo proposto. Di conseguenza, il condannato è stato obbligato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Revoca della pena sostitutiva: serve la notifica degli uffici
La Corte d'appello disponeva la revoca della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità inflitta a un condannato. I giudici territoriali motivavano la decisione sostenendo che l'uomo non avesse mai avviato l'attività lavorativa presso l'ente designato, mostrando colpevole disinteresse. Il condannato proponeva ricorso per cassazione, evidenziando che né l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna né il Comune avevano mai formalizzato il calendario e le modalità operative necessarie per iniziare la prestazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la revoca della sanzione non può scattare per la semplice inerzia temporale del cittadino. Gli uffici competenti devono prima attivare regolarmente la sequenza esecutiva e notificare le istruzioni concrete, rendendo l'obbligo effettivamente esigibile prima di imputare colpe al condannato.
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Affidamento in prova al servizio sociale e lavoro: stop al diniego
Un uomo condannato a due anni e undici mesi di reclusione ha chiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda ritenendo poco solida e poco credibile la proposta lavorativa presentata dall'uomo, assunto a tempo indeterminato presso l'impresa di pulizie della compagna. Il condannato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un'omessa e superficiale verifica della documentazione lavorativa depositata. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, evidenziando che il giudice di merito non ha approfondito adeguatamente l'effettiva realtà del contratto di lavoro subordinato. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Affidamento in prova al servizio sociale: bugie e diniego
Il Tribunale di Sorveglianza rigettava la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un uomo già sottoposto alla detenzione domiciliare. Il beneficio veniva negato a causa dei precedenti penali, della mancata revisione critica dei reati passati e di dichiarazioni false rese agli operatori dell'U.E.P.E. L'uomo aveva infatti affermato di svolgere un'attività lavorativa autorizzata, circostanza smentita dai provvedimenti del giudice di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della misura, ribadendo che l'accesso ai benefici richiede un reale percorso rieducativo e la piena trasparenza del condannato. Non basta l'assenza di violazioni formali se mancano prova di affidabilità e rispetto delle prescrizioni imposte. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Revoca affidamento in prova: la condotta aggressiva porta al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca affidamento in prova ai servizi sociali con efficacia retroattiva nei confronti di un condannato. L'uomo ha violato ripetutamente le prescrizioni imposte dai servizi sociali. Nello specifico, il soggetto ha tenuto comportamenti minacciosi e aggressivi. Inoltre, ha rifiutato di cercare un lavoro utile al suo reinserimento e ha continuato a frequentare la casa del padre nonostante i divieti. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la decisione e proponendo una diversa ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di vizi logico-giuridici e teso a un riesame del merito. Il ricorrente ha subito la conferma della revoca e la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione negate: ricorso inammissibile
Un condannato ha presentato ricorso per contestare il provvedimento con cui il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'accesso ai benefici penitenziari. I giudici di merito hanno escluso una prognosi favorevole di reinserimento a causa di numerosi precedenti penali, molteplici carichi pendenti, relazioni negative dell'Autorità di Pubblica Sicurezza e rilievi dell'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna. Il ricorrente si è limitato a contestare genericamente la valutazione dei precedenti senza formulare critiche specifiche. La Corte di Cassazione ha confermato che per concedere le misure alternative alla detenzione serve una concreta affidabilità del reo e ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il soggetto alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale senza lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la concessione della misura alternativa per un condannato disoccupato e privo di progettualità lavorativa autonoma. La Procura Generale contestava il beneficio sostenendo che la mancanza di un impiego e l'atteggiamento passivo impedissero una prognosi favorevole. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che l'assenza di lavoro non preclude l'accesso alla misura. Il Tribunale di Sorveglianza ha valorizzato il lungo tempo trascorso senza commettere nuovi reati, l'ammissione delle proprie colpe e la disponibilità alle attività riparative. L'imposizione di prescrizioni stringenti, come il supporto dei servizi sociali e i percorsi sanitari dedicati, compensa la fragilità personale del soggetto garantendo il percorso rieducativo. L'affidamento in prova al servizio sociale resta pienamente valido anche senza una solida occupazione lavorativa.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato a chi mente
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver avviato un'attività lavorativa in un'altra regione e che i suoi contatti con soggetti pregiudicati fossero del tutto occasionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il condannato ha nascosto ai servizi sociali alcuni procedimenti penali pendenti, ha violato le norme anti-Covid e ha commesso un furto. Inoltre, non vi era alcuna prova ufficiale del suo impiego lavorativo presso l'INPS. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il diniego della misura alternativa, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione domiciliare negata: scarcerato prima del ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la detenzione domiciliare a un condannato per spaccio, ritenendolo inaffidabile a causa della mancanza di risorse e dell'impossibilità di verificare il domicilio offerto. Il condannato ha proposto ricorso per Cassazione denunciando vizi di notifica e di motivazione. Tuttavia, durante la pendenza del ricorso, il soggetto è stato scarcerato per aver interamente espiato la pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la misura alternativa richiesta non potrebbe più essere applicata. Non è stata disposta alcuna condanna alle spese o alla cassa delle ammende, poiché la perdita di interesse è derivata da una causa non imputabile al ricorrente.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop a pregiudizi passati
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare a un uomo condannato a due anni per omicidio stradale. La decisione si basava su vecchie segnalazioni di polizia non sfociate in condanne, ignorando il risarcimento del danno, l'attività lavorativa stabile da diciotto anni e il volontariato nella Protezione Civile. Inoltre, il Tribunale non ha atteso la relazione dell'U.E.P.E. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che la valutazione sull'affidamento in prova al servizio sociale deve fondarsi sull'effettiva evoluzione della personalità del reo e su una motivazione logica e completa, senza basarsi su pregiudizi o fatti remoti e privi di rilievo penale.
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Revoca dell’affidamento in prova: lavoro finto e ritorno in cella
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato, con effetto retroattivo dall'inizio della pena. Il provvedimento è scaturito da molteplici violazioni delle prescrizioni imposte: il soggetto non si è presentato per le firme in Questura, è stato sorpreso in strada durante l'orario di lavoro, frequentava un pregiudicato e non ha mai dimostrato l'effettivo inizio dell'attività lavorativa concordata presso un esercizio commerciale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della decisione, respingendo il ricorso del condannato. I giudici hanno stabilito che la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo è corretta quando il comportamento del condannato dimostra, fin dal principio, una totale mancanza di adesione al percorso di rieducazione e il mancato rispetto degli obblighi lavorativi fondamentali.
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Revoca della messa alla prova: annullata la decisione a sorpresa
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Tribunale di Palermo che aveva disposto la revoca della messa alla prova per un imputato. Il Tribunale aveva revocato il beneficio durante un'udienza fissata per l'acquisizione della relazione finale, senza convocare una specifica udienza camerale e senza il preavviso di dieci giorni previsto dalla legge. La Suprema Corte ha stabilito che la revoca della messa alla prova decisa senza garantire il regolare contraddittorio tra le parti è affetta da nullità generale a regime intermedio. Di conseguenza, l'imputato ha ottenuto l'annullamento del provvedimento e gli atti sono stati rinviati al Tribunale per il corretto svolgimento della procedura.
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Detenzione domiciliare: Cassazione annulla il no del Tribunale
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato a un condannato per reati stradali la detenzione domiciliare, ritenendo il domicilio non verificato dall'U.E.P.E. e precario. Il condannato ha fatto ricorso, evidenziando che i Carabinieri avevano invece inviato una nota favorevole sull'idoneità dell'alloggio, ignorata dal Tribunale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il diniego. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice non può rigettare la richiesta senza disporre i dovuti accertamenti o ignorando i rapporti di polizia già disponibili. La causa torna al Tribunale per una nuova valutazione.
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Misura alternativa alla detenzione negata per carichi pendenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato una misura alternativa alla detenzione. La ricorrente sosteneva che i giudici avessero dato troppo peso ai suoi carichi pendenti (procedimenti penali in corso) anziché valorizzare la relazione positiva dell'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna (U.e.p.e.). La Suprema Corte ha chiarito che il Tribunale di Sorveglianza può legittimamente valutare le pendenze processuali per decidere sulla concessione dei benefici. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza nega l'affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà a un condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso a causa di numerosi precedenti penali e violazioni di precedenti misure. Il condannato ricorre in Cassazione lamentando la mancata considerazione della relazione positiva dell'U.E.P.E. e della sua attività lavorativa. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale richiede una prognosi favorevole sul reinserimento e sulla prevenzione di nuovi reati. Nel caso specifico, la pericolosità sociale del soggetto, desunta da condotte successive e violazioni di prescrizioni, giustifica la necessità di un periodo di osservazione in carcere. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: vietato all’estero
Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un cittadino straniero che doveva scontare una pena residua di oltre un anno. La decisione si fonda sulla prolungata assenza del soggetto dal territorio italiano e sulla mancanza di una dimora stabile. Questa situazione ha impedito ai servizi sociali di svolgere le verifiche sulla sua condotta recente e sulla sua personalità. Il condannato ha proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione lo ha rigettato. I giudici hanno chiarito che la presenza fisica del condannato in Italia è un requisito indispensabile per attuare il programma di reinserimento e consentire i controlli necessari. Senza questi elementi, non è possibile formulare una prognosi favorevole sul suo percorso di risocializzazione.
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Lavoro negato ma volontariato attivo: sì all’affidamento in prova
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, concedendogli solo la detenzione domiciliare, a causa di una pena accessoria di interdizione dagli uffici direttivi che gli impediva di lavorare nell'azienda che si era offerta di assumerlo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che per l'affidamento in prova al servizio sociale non è indispensabile un lavoro retribuito, potendo questo essere sostituito da attività di volontariato. Inoltre, i giudici devono valutare globalmente il percorso rieducativo e la personalità del soggetto, senza limitarsi ai soli divieti derivanti dalle pene accessorie. La decisione di diniego è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Messa alla prova: no all’estinzione del reato senza relazione
Il Tribunale aveva dichiarato estinto un reato di detenzione di stupefacenti per l'esito positivo della messa alla prova dell'imputato. Tuttavia, l'udienza era stata fissata solo per valutare l'ammissione al programma, non per verificarne la conclusione. Il giudice ha erroneamente dichiarato di aver acquisito una relazione finale dell'U.E.P.E. in realtà mai prodotta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Pubblica Accusa, annullando la sentenza e rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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Messa alla prova: no ai ricorsi se il programma è concordato
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale che disponeva la sospensione del processo con messa alla prova. Il ricorrente lamentava che il programma di trattamento fosse stato modificato senza il suo consenso e che il risarcimento del danno non fosse stato quantificato dal giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'imputato non ha mai rifiutato il risarcimento, ma ha solo respinto una prima proposta della persona offesa. Inoltre, il giudice non ha subordinato la messa alla prova all'integrale risarcimento immediato, ma ha concesso dodici mesi per adempiere. Trattandosi di un programma concordato, l'imputato non può contestarne il merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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