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Tempus Regit Actum — Anno 2024

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177 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tempus Regit Actum

Provvedimenti

Reddito di cittadinanza: omessa info non è reato
Un cittadino era stato condannato per non aver dichiarato lo stato di detenzione domiciliare nella domanda per il Reddito di Cittadinanza. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la detenzione domiciliare per un reato non incluso nell'elenco di quelli ostativi previsti dalla legge (nel caso specifico, un reato in materia di armi) è un'informazione irrilevante ai fini della concessione del beneficio. Di conseguenza, la sua omissione non costituisce reato.
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Mandato difensore d’ufficio: appello inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un difensore d'ufficio avverso una declaratoria di inammissibilità di un appello. La Corte ha ribadito che, per l'imputato giudicato in assenza, l'appello proposto dal difensore d'ufficio richiede un mandato specifico ad impugnare, a pena di inammissibilità. La mancanza di tale mandato non può essere giustificata da difficoltà nel contattare l'imputato. Inoltre, la nomina di un nuovo difensore di fiducia da parte dell'imputato ha privato di legittimazione il precedente difensore d'ufficio.
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Opzione regime contributivo: le nuove regole Fornero
Una lavoratrice ha esercitato l'opzione per il regime contributivo nel 2013, sperando di accedere alla pensione con i requisiti più favorevoli precedenti alla Riforma Fornero. La Corte di Cassazione ha respinto questa interpretazione, stabilendo che l'opzione esercitata dopo l'entrata in vigore della riforma (d.l. n. 201/2011) modifica solo il metodo di calcolo della pensione, ma non i requisiti di accesso, che restano quelli più restrittivi introdotti dalla nuova normativa.
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Termine comparire appello: la Cassazione fa chiarezza
Un imputato, condannato per rapina, ha contestato la violazione del termine a comparire in appello, sostenendo l'immediata applicabilità del nuovo termine di 40 giorni introdotto dalla Riforma Cartabia. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno rigettato il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: il nuovo termine di 40 giorni è applicabile solo agli atti di impugnazione proposti a far data dal 1 luglio 2024. Fino a tale data, resta in vigore il precedente termine di 20 giorni, in coerenza con la disciplina transitoria emergenziale. La Corte ha inoltre respinto la richiesta di attenuante per danno di speciale tenuità, ribadendo che nella rapina il danno non è solo patrimoniale ma comprende anche la lesione alla persona.
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Termine a comparire appello: la Cassazione decide
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto il contrasto sul termine a comparire appello. Hanno stabilito che il nuovo termine di 40 giorni, introdotto dalla Riforma Cartabia, si applica solo agli appelli proposti dal 1° luglio 2024. Per gli appelli precedenti, resta valido il termine di 20 giorni, in coerenza con la vigenza delle norme emergenziali. Il ricorso di un'imputata che lamentava la violazione del termine è stato quindi respinto.
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Ricorso per cassazione difensore: è inammissibile?
Un detenuto ha presentato un ricorso per cassazione scritto personalmente. La Corte Suprema lo ha dichiarato inammissibile, ribadendo che, a seguito della Riforma Orlando, è obbligatorio che il ricorso per cassazione sia firmato da un difensore abilitato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per Cassazione: inammissibile senza avvocato
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per cassazione presentato personalmente dall'imputato. La decisione si fonda sulla modifica normativa che impone, a pena di inammissibilità, la sottoscrizione dell'atto da parte di un difensore iscritto nell'apposito albo speciale, con condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione: l’avvocato è obbligatorio
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per cassazione presentato personalmente dall'imputato, applicando la Riforma Orlando (L. 103/2017). La normativa impone, a pena di inammissibilità, la sottoscrizione dell'atto da parte di un avvocato iscritto all'albo speciale, eliminando la possibilità per la parte di agire in proprio.
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Elezione domicilio: appello penale e Cartabia
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 41411/2024, ha rigettato il ricorso di un'imputata, confermando l'inammissibilità del suo appello. Il motivo risiede nella mancata contestuale elezione di domicilio al momento del deposito dell'impugnazione, come previsto dall'art. 581, comma 1ter, cod.proc.pen. (introdotto dalla Riforma Cartabia). La Corte ha chiarito che la successiva abrogazione della norma non ha effetto retroattivo sui procedimenti in cui l'appello era già stato presentato, in applicazione del principio 'tempus regit actum'.
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Decreto penale abnorme: Cassazione annulla esecutività
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza che dichiarava esecutivo un decreto penale, qualificandola come decreto penale abnorme. Il Giudice aveva erroneamente applicato una nuova legge procedurale, entrata in vigore dopo la richiesta dell'imputato. La Suprema Corte ha riaffermato il principio 'tempus regit actum', secondo cui l'atto processuale è regolato dalla legge vigente al momento del suo compimento, annullando il provvedimento e rinviando gli atti per la prosecuzione del giudizio secondo la normativa precedente.
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Termine a comparire: Cassazione chiarisce la riforma
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per furto aggravato. La sentenza stabilisce che il nuovo e più lungo termine a comparire di 40 giorni, introdotto dalla Riforma Cartabia, non è retroattivo. Si applica solo agli appelli proposti dal 1° luglio 2024. La Corte ha inoltre escluso l'applicabilità della non punibilità per tenuità del fatto, data la gravità della pena prevista per il reato contestato.
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Sanzioni lavoro nero: no al principio del favor rei
Un'imprenditrice sanzionata per aver impiegato personale non dichiarato ha contestato l'importo della sanzione, invocando l'applicazione di una legge successiva più favorevole. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale per le sanzioni lavoro nero: non si applica il principio del *favor rei* (la legge più favorevole al trasgressore), bensì quello del *tempus regit actum* (la legge in vigore al momento della violazione). Di conseguenza, la sanzione originaria, più elevata, è stata confermata.
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Ricorso per cassazione: inammissibile se senza avvocato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso per cassazione in materia penale poiché proposto personalmente dall'imputato. La decisione si fonda sulla modifica normativa del 2017 che ha reso obbligatoria la sottoscrizione dell'atto da parte di un avvocato abilitato, pena l'inammissibilità e la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso cassazione personale: inammissibile dal 2017
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso per cassazione personale presentato direttamente da un imputato. La decisione si basa sulla modifica dell'art. 613 c.p.p. ad opera della L. 103/2017, che impone la sottoscrizione di un avvocato cassazionista a pena di inammissibilità. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione personale: inammissibile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha dichiarato inammissibile un ricorso per cassazione personale presentato direttamente dall'imputato. La decisione si fonda sulla modifica normativa introdotta dalla Legge n. 103/2017 (Riforma Orlando), che ha reso obbligatoria la sottoscrizione dell'atto da parte di un difensore iscritto all'albo speciale, eliminando la possibilità per l'imputato di agire personalmente. La Corte ha inoltre ribadito la manifesta infondatezza di ogni questione di legittimità costituzionale, conformandosi a un precedente pronunciamento delle Sezioni Unite.
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Procedura disciplinare e tempus regit actum: il caso
La Cassazione conferma la sanzione in una procedura disciplinare, rigettando il ricorso di una lavoratrice. Decisiva l'applicazione del principio *tempus regit actum* riguardo a una modifica normativa sul tentativo di conciliazione, avvenuta durante il procedimento.
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Rideterminazione pena: no se il rito non è ammesso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato all'ergastolo che chiedeva la rideterminazione pena a trent'anni di reclusione. La richiesta si basava su una normativa transitoria che apriva al giudizio abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo. La Corte ha stabilito che, non essendo mai stato ammesso al rito abbreviato, il ricorrente non poteva beneficiare della relativa riduzione di pena. La normativa in questione è stata qualificata come processuale, soggetta al principio 'tempus regit actum', e non come norma penale sostanziale più favorevole, escludendo così l'applicazione retroattiva.
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Messa alla prova: quando va richiesta? Il caso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un commercialista condannato per omessa dichiarazione. La richiesta di messa alla prova, sebbene ammissibile secondo la legge in vigore all'epoca del fatto, è stata ritenuta tardiva perché presentata per la prima volta in appello. La sentenza ribadisce la perentorietà dei termini processuali e l'irrilevanza delle successive modifiche normative, anche se più favorevoli.
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Limitazione colloqui detenuti: la Cassazione decide
Un detenuto in ergastolo per reati commessi nel 1990 ha contestato la limitazione dei colloqui e delle telefonate. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato un regime più favorevole. La Corte ha stabilito che non si può applicare automaticamente la limitazione colloqui detenuti basandosi su un passato periodo in regime 41-bis, ormai cessato da anni. È necessario un esame concreto del reato attualmente in esecuzione e del percorso rieducativo del detenuto. Il caso è stato rinviato per un nuovo giudizio.
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Tassazione previdenza integrativa: la riliquidazione
Un contribuente ha richiesto il rimborso dell'Irpef versata su una prestazione di previdenza integrativa, contestando la riliquidazione dell'imposta da parte dell'Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per i cosiddetti "vecchi iscritti" a fondi pensione, la cui posizione è cessata prima del 1° gennaio 2007, si applica il regime di tassazione della previdenza integrativa vigente al momento della maturazione dei montanti (ante 2007) e non le normative successive. La riliquidazione è stata quindi ritenuta un atto legittimo.
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