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Spaccio Di Stupefacenti

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169 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio di stupefacenti: l’offerta in ospedale costa cara
Un uomo è stato condannato per il reato di spaccio di stupefacenti con l'aggravante di aver commesso il fatto all'interno di una struttura ospedaliera. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta consistesse in una semplice detenzione e non nell'offerta o cessione di droga, uniche condotte punite dall'aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo scambio di messaggi telefonici per concordare l'incontro in ospedale costituisce una vera e propria offerta di vendita. Inoltre, la presenza fisica dell'agente all'interno del nosocomio garantisce un immediato accesso alla droga per i frequentatori della struttura. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: i messaggi sul cellulare battono la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che la condanna si basasse solo sulle osservazioni della polizia giudiziaria. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la presenza di prove schiaccianti, tra cui le dichiarazioni di un acquirente, le ammissioni dello stesso imputato e i messaggi sul suo cellulare con richieste di droga. La Cassazione ha ribadito che non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: il piccolo guadagno non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per spaccio di stupefacenti. La difesa lamentava la violazione del divieto di doppio giudizio e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità, evidenziando i modesti guadagni. I giudici hanno respinto le tesi difensive: il sequestro di droga successivo alle cessioni esclude il doppio giudizio per impossibilità fisica di detenzione prolungata. Inoltre, la sistematicità e la regolarità dell'attività di spaccio di stupefacenti, inserita in una rete di approvvigionamento costante, impediscono la concessione dell'attenuante della lieve entità e confermano il concreto pericolo di reiterazione del reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condanne diverse per lo stesso fatto
Una donna, condannata per il reato di spaccio di stupefacenti a seguito di patteggiamento, propone ricorso in Cassazione. La ricorrente lamenta una disparità di trattamento rispetto al coimputato, la cui condotta era stata qualificata come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la medesima condotta può essere valutata diversamente per i singoli concorrenti: per uno può trattarsi di un fatto occasionale (lieve entità), mentre per l'altro può rientrare in un'attività delittuosa più complessa e organizzata. Di conseguenza, la Cassazione conferma la condanna originaria e infligge alla ricorrente il pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: la Cassazione nega le attenuanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato era stato sorpreso a cedere hashish in piazza e, a seguito di perquisizione, era stato trovato in possesso di oltre 169 grammi di sostanza (pari a 704 dosi), un coltello e materiale da confezionamento. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ribadendo che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito. Inoltre, ha confermato il diniego delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali dell'uomo e della totale assenza di segni di pentimento, condannandolo anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: quando l’acquirente diventa testimone
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. Il ricorrente contestava l'utilizzabilità delle dichiarazioni rese dagli acquirenti di modiche quantità di droga, sostenendo che dovessero essere sentiti come indagati e non come persone informate sui fatti. Inoltre, richiedeva il riconoscimento della lieve entità del reato e delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le tesi difensive, confermando che gli acquirenti consumatori sono semplici testimoni. La Cassazione ha inoltre escluso la lieve entità a causa della struttura organizzata dell'attività illecita, caratterizzata da utenze telefoniche dedicate e cessioni continue. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condanne confermate ma pena ridotta
Cinque imputati sono stati condannati per una continuativa attività di spaccio di stupefacenti a Montecatini, organizzata con appuntamenti telefonici e suddivisione del territorio, anche vicino a una scuola. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati, confermando che la reiterazione esclude la lieve entità e l'attenuante del lucro tenue, anche se le singole cessioni fruttavano poco. Tuttavia, la Corte ha accolto parzialmente il ricorso del quinto imputato. I giudici d'appello avevano infatti violato il divieto di peggioramento della pena (reformatio in peius) aumentando la sanzione per i reati in continuazione oltre i limiti stabiliti in una precedente sentenza irrevocabile. La Cassazione ha ridotto direttamente la pena di quest'ultimo di due mesi, confermando la condanna per gli altri.
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Spaccio di stupefacenti: il kit di confezionamento fa condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e chiedeva la riqualificazione del fatto in ipotesi di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando che il rinvenimento di numerosi strumenti tipici per il confezionamento, tra cui bilancini di precisione, pellicole, nastri isolanti e centinaia di involucri vuoti con tracce di cocaina, dimostra un'intensa attività di preparazione incompatibile con il solo consumo personale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende per via del ricorso manifestamente infondato.
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Spaccio di stupefacenti: la contabilità esclude la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti. L'uomo chiedeva la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità, l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso. La Cassazione ha confermato la gravità del fatto a causa del rilevante dato ponderale, della detenzione di droghe di tipo diverso e del ritrovamento di un registro contabile dei crediti dei clienti, elementi che dimostrano un'attività illecita professionale e non occasionale. L'imputato, che ha commesso il reato mentre era in detenzione domiciliare, è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: condanna valida anche senza traduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'Imputato, di nazionalità straniera, aveva contestato la mancata traduzione degli atti e chiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso: la conoscenza dell'italiano è stata ampiamente dimostrata dalla sua condotta processuale e dalla residenza pluriennale in Italia. Inoltre, l'abitualità delle cessioni di cocaina, protrattesi per due anni con cadenza bisettimanale, e l'esistenza di un canale stabile di approvvigionamento escludono la lieve entità del reato, anche in assenza di continui sequestri di droga. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Spaccio di stupefacenti: uso personale smentito dalle chat
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di stupefacenti di lieve entità dopo il ritrovamento nella sua abitazione di 120 grammi di marijuana. La difesa ha sostenuto la tesi dell'uso personale, ma i giudici di merito hanno accertato l'attività di vendita grazie a messaggi e foto sul cellulare dell'uomo, oltre alla testimonianza di un acquirente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a sei mesi di reclusione e duemila euro di multa. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione dei giudici precedenti è logica e coerente. L'Imputato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: ricorso respinto e multa da tremila euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna per spaccio di stupefacenti. L'imputato contestava la destinazione a terzi della sostanza, il diniego della particolare tenuità del fatto e la recidiva. I giudici hanno ritenuto i motivi del ricorso del tutto generici e manifestamente infondati, poiché non si confrontavano con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: quando la recidiva cancella i benefici
Cinque imputati sono stati condannati per molteplici episodi di spaccio di stupefacenti commessi nel 2018. I ricorrenti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il bilanciamento delle attenuanti generiche, il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e l'applicazione della recidiva qualificata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno confermato che la reiterazione delle cessioni e i ricavi consistenti escludono l'ipotesi di lieve entità. Inoltre, la recidiva è stata correttamente applicata a causa dei precedenti penali recenti che dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: anche regalare la droga è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti. L'uomo era stato sorpreso a cedere marijuana a un acquirente e trovato in possesso di ulteriori dosi in auto, oltre a banconote di piccolo taglio. La difesa contestava la finalità di spaccio, sostenendo l'uso personale e la mancata consegna di denaro, e lamentava la mancata ammissione al giudizio abbreviato condizionato. I giudici hanno chiarito che anche la cessione gratuita costituisce reato e che la prova richiesta per il rito speciale deve essere integrativa e decisiva, non sostitutiva. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: il verbale batte i dubbi dei clienti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lo spaccio di stupefacenti, nello specifico crack. L'imputato contestava la credibilità degli acquirenti a causa di lievi incongruenze nelle loro dichiarazioni. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tali discrepanze del tutto irrilevanti di fronte al verbale della polizia municipale, i cui agenti avevano assistito direttamente alla cessione delle dosi. La Suprema Corte ha evidenziato che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato e respinto in appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Spaccio di stupefacenti: il telefono manca ma la foto inchioda
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato contestava l'attendibilità degli acquirenti che lo avevano identificato tramite riconoscimento fotografico. I giudici hanno confermato la validità delle prove, ritenendo coerenti le dichiarazioni dei testimoni, anche in relazione ai periodi in cui l'imputato si trovava all'estero e il suo telefono era usato da un complice. Il mancato ritrovamento del telefono addosso all'imputato non cancella le prove raccolte. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: la Cassazione nega gli sconti di pena
Tre persone condannate in appello per reati legati allo spaccio di stupefacenti hanno proposto ricorso in Cassazione. Due imputati contestavano la severità della pena, mentre il terzo lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante della collaborazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno stabilito che la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e completo sia la determinazione della pena sia il diniego dell'attenuante. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: no a sconti di pena senza prove reali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a otto anni di reclusione per il reato di spaccio di stupefacenti, in particolare per la detenzione di quasi mezzo chilo di cocaina. L'imputato contestava la mancata audizione di un testimone in appello e l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche. I giudici di legittimità hanno confermato che il rifiuto di riaprire il dibattimento è corretto se le prove esistenti sono già complete e coerenti. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare il merito dei fatti se la motivazione della sentenza precedente risulta logica e priva di contraddizioni. L'imputato perde definitivamente il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di stupefacenti: l’uso di gruppo non salva il compratore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 7 anni e 6 mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'acquisto settimanale di cocaina per venti mesi fosse destinato all'uso di gruppo. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tale tesi inattendibile. La decisione si fonda su solidi indizi: l'ingente quantità di droga, l'acquisto a credito con saldo successivo alla rivendita e i contatti diretti con il gestore della piazza di spaccio. La Suprema Corte ha chiarito che l'assenza di prove dirette non esclude la colpevolezza se gli indizi sono gravi, precisi e concordanti. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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