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Spaccio Di Stupefacenti

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169 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Spaccio di stupefacenti: prove schiaccianti contro ricorso inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato era stato sorpreso a vendere droga grazie a un'attività di osservazione delle forze dell'ordine, che avevano trovato denaro contante non giustificato e stupefacenti addosso all'ultimo acquirente. La difesa ha tentato di richiedere una nuova valutazione delle prove e ha contestato l'applicazione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile riesaminare i fatti in Cassazione e hanno confermato la correttezza della pena inflitta, evidenziando la gravità dei precedenti penali dell'uomo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: condannati tutti anche con ruoli diversi
Tre imputati sono stati condannati per spaccio di stupefacenti in concorso. Due di essi vendevano le dosi all'esterno di un casolare, mentre il terzo confezionava la droga e custodiva il denaro all'interno. La difesa ha contestato la responsabilità penale, sostenendo la mancanza di possesso materiale della droga, la bassa percentuale di principio attivo (0,6%) e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno confermato la piena partecipazione di tutti i soggetti all'attività criminosa organizzata. Inoltre, hanno chiarito che la richiesta di particolare tenuità del fatto non può essere presentata per la prima volta in Cassazione e che anche una bassa percentuale di principio attivo mantiene la capacità drogante. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: la contabilità condanna il pusher
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti (nello specifico, eroina). La difesa chiedeva di qualificare il fatto come semplice uso personale, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto insindacabili le prove raccolte nei gradi precedenti, tra cui le dichiarazioni di un acquirente, il sequestro di strumenti per il confezionamento (bilancino e forbici) e i fogli con la contabilità dell'attività illecita. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti in famiglia: arrestati tre fratelli
Tre fratelli, indagati per una serie incessante di episodi di spaccio di stupefacenti (cocaina ed eroina) all'interno dell'abitazione materna, hanno impugnato le misure cautelari applicate nei loro confronti (custodia in carcere e arresti domiciliari). Uno dei fratelli sosteneva di essere un mero connivente in quanto già ristretto ai domiciliari presso la stessa abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, rilevando che anche il fratello ai domiciliari partecipava attivamente ai prelievi di droga nascosta nell'ascensore condominiale. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la natura sistematica, organizzata e continuativa dell'attività di spaccio di stupefacenti, incompatibile con un consumo o commercio occasionale e di minima lesività.
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Spaccio di stupefacenti: l’abitudine nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per tre soggetti accusati di spaccio di stupefacenti. I giudici hanno respinto la richiesta di considerare il fatto di lieve entità, evidenziando la sistematicità dell'attività illecita, caratterizzata dall'acquisto quotidiano di circa 50 grammi di eroina. È stata inoltre ritenuta corretta la decisione di non concedere le circostanze attenuanti generiche, a causa dei precedenti penali degli imputati e dei loro contatti con trafficanti di alto livello. Infine, la Corte ha confermato il diniego del giudizio abbreviato condizionato, poiché l'audizione dei testimoni richiesta dalla difesa non era decisiva per colmare lacune investigative. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: negato il minimo di pena se organizzato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato contestava la misura della pena, ritenendo che il giudice dovesse applicare il minimo edittale. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano legittimamente superato il minimo edittale a causa della rilevante quantità di droga sequestrata (marijuana e cocaina) e dell'organizzazione non occasionale dell'attività illecita. La Cassazione ha chiarito che, se la sanzione non supera la metà del massimo previsto dalla legge, il giudice non deve fornire una motivazione eccessivamente dettagliata sulla quantificazione della pena. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: condanna anche senza sequestro di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti (cocaina). La difesa contestava la condanna basata solo su intercettazioni telefoniche, senza sequestri di droga o pedinamenti, e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno confermato la responsabilità penale dell'imputato: le intercettazioni erano chiare e frequenti, dimostrando che l'uomo era un fornitore stabile di un venditore al dettaglio. La Cassazione ha chiarito che i pedinamenti non sono indispensabili se le intercettazioni sono univoche e che la stabilità dei rapporti di fornitura esclude la lieve entità del reato. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: la fuga non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato era stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre scambiava una busta di droga con un complice, per poi fuggire. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità, oltre alla concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la gravità della condotta, evidenziando l'esistenza di un'attività di spaccio organizzata su larga scala, provata dal rinvenimento di appunti scritti e denaro contante. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, confermando la condanna dell'imputato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: il congelatore non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano trovato diverse sostanze, tra cui MDMA, crack, anfetamina e marijuana, nascoste nel congelatore della sua abitazione insieme a un bilancino di precisione. I giudici hanno confermato la condanna a quattro anni e quattro mesi di reclusione, escludendo l'ipotesi del fatto di lieve entità. Questa esclusione è stata giustificata dal peso complessivo della droga e dalla presenza di diverse tipologie di sostanze stupefacenti. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: la doppia conforme blinda la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata nei precedenti gradi di giudizio per il reato di spaccio di stupefacenti (art. 73 d.P.R. 309/90). L'imputata lamentava una violazione di legge e un vizio di motivazione nella valutazione delle prove. I giudici di legittimità hanno invece rilevato la presenza di una cosiddetta 'doppia conforme', ossia la perfetta concordanza e coerenza logica tra le sentenze di primo e secondo grado, che esclude qualsiasi lacuna argomentativa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: lanciare la droga non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di stupefacenti. Durante una perquisizione domiciliare, l'uomo ha tardato ad aprire la porta alle forze dell'ordine. Nel frattempo, dalla sua finestra è stato lanciato un involucro contenente marijuana e un bilancino di precisione. La difesa ha sostenuto l'insufficienza degli indizi e ha richiesto la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità, data la presunta modesta quantità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'uomo, unico residente dell'appartamento. Inoltre, la presenza di ben 570 dosi medie efficaci ricavabili dalla sostanza esclude categoricamente la lieve entità del fatto. Infine, i numerosi precedenti penali dell'imputato impediscono la concessione delle attenuanti generiche.
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Spaccio di stupefacenti: condanna definitiva nonostante il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di spaccio di stupefacenti di lieve entità. I giudici hanno confermato la colpevolezza basandosi su prove evidenti, come il possesso di numerose bustine di droga, ritagli di cellophane per il confezionamento e un foglio con cifre riconducibile alla contabilità dell'attività illecita. La Suprema Corte ha ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena, giustificato dalla gravità del fatto e dai precedenti di polizia degli imputati. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: condannato anche chi fa solo da tramite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti in concorso con un complice. L'imputato, che svolgeva il ruolo di intermediario nella cessione di cocaina ed eroina, sosteneva di non aver partecipato direttamente agli accordi di vendita e richiedeva l'applicazione dell'attenuante della lieve entità. I giudici hanno chiarito che l'attività di intermediazione rientra pienamente nella condotta punibile e che la pluralità delle cessioni e il contesto criminale escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: 1.300 dosi escludono l’uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva che la sostanza sequestrata fosse destinata all'uso personale, chiedendo la riqualificazione del fatto in un reato di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando che la quantità di droga sequestrata consentiva di ricavare ben 1.300 dosi medie singole. Tale dato, unito alle circostanze dell'azione, esclude l'uso personale e la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna penale e ha obbligato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: la Cassazione blinda la doppia conforme
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di stupefacenti (cocaina). Gli imputati contestavano la ricostruzione dei fatti basata su intercettazioni telefoniche e servizi di osservazione, lamentando anche il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la validità della decisione d'appello, evidenziando il principio della "doppia conforme", per cui le motivazioni dei primi due gradi di giudizio si integrano perfettamente. Inoltre, la richiesta di riqualificazione del reato in lieve entità è stata ritenuta non proponibile in Cassazione perché non presentata con i motivi d'appello, ma solo nelle conclusioni. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: i codici segreti non evitano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di spaccio di stupefacenti. La ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche, ritenute indecifrabili dalla difesa ma considerate chiare dai giudici di merito, che avevano decodificato termini gergali come "melanzane" o "il bianco" per indicare la droga. La Suprema Corte ha ribadito che, in presenza di una "doppia conforme" di condanna, la valutazione delle prove e l'interpretazione del linguaggio criptico spettano esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, la Cassazione non può riesaminare i fatti se la motivazione della sentenza impugnata è logica e coerente. L'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di stupefacenti: pochi grammi ma condanna pesante
Tre soggetti sono stati condannati per spaccio di stupefacenti in concorso. Il Primo Spacciatore ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità, evidenziando il possesso di soli 4,20 grammi di marijuana durante un controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'attenuante della lieve entità non può essere concessa se l'attività si inserisce in un contesto criminale strutturato, caratterizzato da contatti stabili con fornitori, gestione di intermediari e ingenti volumi d'affari. Di conseguenza, le condanne precedenti sono state confermate e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: il patto sulla pena blocca la Cassazione
Diversi soggetti, condannati per spaccio di stupefacenti, hanno proposto ricorso in Cassazione. Alcuni imputati avevano concordato la pena in appello (concordato in appello), ma hanno comunque tentato di contestare la sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, ribadendo che l'accordo sulla pena preclude successive contestazioni, salvo casi eccezionali di illegalità della sanzione. Per gli altri ricorrenti, la Corte ha respinto le richieste di riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici hanno evidenziato la stabilità dell'attività criminosa e l'assenza di elementi positivi di ravvedimento, confermando integralmente le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Spaccio di stupefacenti: l’accordo telefonico decide il giudice
Due soggetti sono stati condannati per lo spaccio di stupefacenti (cocaina). La difesa ha contestato la competenza del Tribunale di Udine, sostenendo che lo scambio materiale fosse avvenuto a Padova. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la competenza territoriale per il reato di spaccio di stupefacenti si determina nel luogo in cui si perfeziona l'accordo telefonico, ossia dove l'acquirente proponente riceve l'accettazione del venditore (Udine). Inoltre, la Corte ha escluso la qualificazione di lieve entità del fatto, poiché i contatti tra soggetti residenti in province diverse dimostrano legami stabili e non occasionali, e ha confermato che anche l'intermediario risponde pienamente del reato.
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Spaccio di stupefacenti: condannato solo per le intercettazioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre quattro anni di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insufficienza delle prove, basate esclusivamente su intercettazioni telefoniche in codice ("droga parlata") senza alcun sequestro fisico di sostanze, e chiedeva la riqualificazione del fatto come di lieve entità. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del linguaggio cifrato spetta al giudice di merito e che l'esistenza di una fitta rete di contatti tra spacciatori in un'ampia area geografica esclude l'ipotesi del fatto lieve. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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