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Spaccio Di Lieve Entità — Anno 2022

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184 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Spaccio Di Lieve Entità

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità: il furgone organizzato nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento dello Spaccio di lieve entità e la confisca di oltre duemila euro. I giudici hanno confermato la gravità del fatto: l'uomo trasportava morfina equivalente a 281 dosi singole da Brescia a Roma con un furgone, dimostrando un'attività organizzata e stabili legami criminali. Inoltre, la somma sequestrata è stata confiscata poiché sproporzionata rispetto al suo reddito lecito e priva di giustificazione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione condanna il pusher in bici
Un uomo è stato condannato per spaccio continuato di stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come spaccio di lieve entità, sostenendo di aver agito da solo e senza una vera organizzazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'attività non era affatto occasionale: l'uomo vendeva dosi quotidianamente da cinque anni, aveva fidelizzato dieci clienti stabili, utilizzava un telefono dedicato e si recava regolarmente in un'altra città per rifornirsi. Questa continuità e professionalità escludono l'applicazione della minore gravità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: spacciare da soli non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva l'applicazione dell'attenuante dello spaccio di lieve entità, sostenendo che il soggetto agisse da solo in strada e con modiche quantità. I giudici hanno rigettato la richiesta evidenziando la gravità complessiva della condotta: oltre 1.600 cessioni di diverse sostanze (cocaina, eroina, crack) protratte per anni, un elevato numero di clienti, il possesso di sei telefoni cellulari e la prosecuzione dell'attività illecita persino durante gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione e sedicimila euro di multa.
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Spaccio di lieve entità: quando l’analisi non richiede avvisi
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di spaccio di lieve entità, contestando la mancanza di un accertamento tecnico sul principio attivo della sostanza e l'assenza di avviso per le analisi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare lo spaccio di lieve entità non è sempre indispensabile un accertamento tecnico specifico sul principio attivo se vi sono altri elementi univoci. Inoltre, non sussiste alcun obbligo di avviso preventivo per la mera analisi della sostanza. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione blinda le pene severe
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di lieve entità. I ricorrenti lamentavano l'eccessività della pena applicata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena base e la valutazione della gravità del reato spettano esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione è logica e fondata su elementi concreti, come l'alto numero di cessioni (oltre 100 per un imputato e oltre 430 per l'altro) e la stabilità dell'attività illecita, la decisione non è sindacabile in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché vendere droga al bar esclude lo sconto
I Ricorrenti hanno impugnato la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità ai sensi dell'art. 73, comma 5 d.P.R. 309/1990. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le cessioni ripetute di droga e la scelta di un bar come base logistica per l'attività illecita impediscono di considerare il fatto di minore gravità. Inoltre, la determinazione della pena e la valutazione delle attenuanti rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché adeguatamente motivati. I Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché cento dosi escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di detenzione di stupefacenti in spaccio di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre cento dosi di droga, strumenti per il confezionamento e denaro contante. I giudici hanno chiarito che l'attenuante si applica solo quando tutti i parametri (quantità, qualità, mezzi e modalità) indicano un'offensività minima. La presenza di oltre cento dosi, unita a strumenti di confezionamento e denaro, dimostra un'attività di spaccio non modesta, escludendo l'attenuante. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no ai domiciliari per chi vende crack
Il Tribunale di Messina ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di aver ceduto ripetutamente crack a un ospite di una comunità terapeutica. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la gravità della condotta, aggravata dallo spaccio vicino a una struttura di recupero, esclude l'ipotesi di minore gravità. Inoltre, la valutazione sulla pericolosità del soggetto rende inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, rendendo implicito il rifiuto del controllo elettronico. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputata è stata condannata per detenzione e spaccio di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, giustificando la condotta con lo stato di necessità dovuto alla pandemia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il possesso di 247 dosi di cocaina ad altissima purezza (oltre il 94%), suddivise in 42 involucri, insieme a due telefoni cellulari e denaro contante, dimostra un'attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quando il ricorso è inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per il reato di spaccio di lieve entità, che prevedeva la pena di un anno e quattro mesi di reclusione e 800 euro di multa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati richiedevano una nuova valutazione delle prove e del merito della vicenda, attività precluse nel giudizio di legittimità. In particolare, la richiesta di qualificare la condotta come semplice uso personale non può essere esaminata in questa sede. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no al minimo della pena per recidiva
Il caso riguarda un ricorso presentato da un cittadino, L'Imputato, condannato per il reato di spaccio di lieve entità e recidiva. La Corte d'Appello aveva confermato la pena di sei mesi di reclusione e seicento euro di multa, rifiutando di ridurre la sanzione al minimo edittale a causa della non irrisoria gravità del fatto. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando tale mancata riduzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. La Cassazione ha ritenuto la motivazione della Corte d'Appello logica e congrua, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione respinge il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava l'attendibilità dell'acquirente che lo aveva indicato come fornitore e chiedeva il riconoscimento del vincolo della continuazione con una condanna precedente. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo la motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la scusa dell’auto senza assicurazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per lo spaccio di lieve entità di marijuana. L'imputato sosteneva che la sua fuga davanti alle forze dell'ordine fosse dovuta esclusivamente alla mancanza di assicurazione dell'auto e non alla cessione di droga. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna, rilevando che la Corte di Appello aveva già ricostruito i fatti in modo logico e coerente. Il ricorso è stato ritenuto inammissibile poiché si limitava a richiedere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità, e a riproporre le medesime difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega sconti sulla pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di spaccio di lieve entità. L'uomo contestava l'applicazione della recidiva e la severità della pena inflitta per il possesso di 245 dosi di eroina. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'appello, ritenendo ampiamente motivata l'applicazione dell'aggravante della recidiva a causa dei precedenti penali e della crescente pericolosità sociale del soggetto. Anche la determinazione della pena è stata ritenuta corretta e proporzionata alla quantità di droga sequestrata. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: 105 dosi e contanti negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo l'uso personale della cocaina. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che il possesso di cocaina sufficiente per 105 dosi, insieme a un quantitativo di hashish, la suddivisione in dosi pronte per lo smercio e il ritrovamento di 5.200 euro in contanti dimostrano una chiara capacità operativa incompatibile con la lieve entità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Droga in borsa: uso personale o destinazione allo spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per spaccio di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella borsa dell'uomo frammenti di hashish, lame, un tagliere, accendini, una somma di denaro e un foglio con cifre. La Suprema Corte ha ritenuto logica la ricostruzione dei giudici di merito, i quali hanno desunto la destinazione allo spaccio proprio da questi elementi, configuranti una vera e propria contabilità separata dell'attività illecita. I giudici hanno inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche e del beneficio della non menzione della condanna, non sussistendo elementi a favore dell'imputato o pericoli per il suo reinserimento sociale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la condanna per quattro grammi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per lo spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di quattro grammi di cocaina, suddivisi in ventinove dosi pronte per la vendita, e di materiale per il confezionamento. La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno confermato la colpevolezza basandosi sulla ripartizione della droga, sull'assenza di un reddito stabile e su un precedente specifico. La Cassazione ha ribadito che la destinazione allo spaccio si desume da elementi oggettivi e logici, respingendo ogni censura procedurale sollevata tardivamente rispetto al rito abbreviato scelto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: quando il denaro sequestrato nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la decisione precedente basandosi sul quantitativo di sostanze sequestrate, sul materiale per il confezionamento e sulla consistente somma di denaro rinvenuta, oltre che sulle testimonianze degli acquirenti. La Cassazione ha ribadito che la valutazione globale degli elementi esclude la lieve entità e che il diniego delle attenuanti generiche era adeguatamente motivato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no a nuovi fatti in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici nei precedenti gradi di giudizio, in particolare riguardo alla testimonianza dell'agente di polizia che aveva assistito alla cessione della sostanza stupefacente e al successivo ritrovamento dell'involucro. La Suprema Corte ha chiarito che le contestazioni basate esclusivamente su questioni di fatto non possono trovare spazio nel giudizio di legittimità. Inoltre, il ricorso è stato ritenuto privo di specificità poiché riproduceva le medesime censure già ampiamente analizzate e respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no al ricorso se si contestano i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per concorso in spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, basata sul materiale illecito rinvenuto nella sua abitazione e sul suo comportamento sospetto durante l'irruzione delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha chiarito che in sede di legittimità non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già ampiamente analizzati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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