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Spaccio Di Lieve Entità — Anno 2026

117 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Spaccio Di Lieve Entità

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Un uomo condannato per detenzione e traffico di droga ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato chiedeva di derubricare la condotta nel reato di spaccio di lieve entità, contestando la gravità del fatto. Gli agenti avevano rinvenuto dosi di eroina e hashish destinate allo spaccio, idonee a confezionare oltre ottocento dosi singole. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta del ricorrente. I giudici hanno confermato che l'elevata quantità di principio attivo, la presenza di sostanze diverse e l'inserimento dell'imputato in una rete organizzata escludono l'ipotesi attenuata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il condannato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso inammissibile senza attenuanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di spaccio di lieve entità. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove intercettate e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso di legittimità non può riproporre le medesime censure di fatto già respinte in appello. L'attività illecita risultava ampiamente provata dalle intercettazioni telefoniche. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto ben motivato per la mancanza di resipiscenza e per i precedenti penali del soggetto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: organizzazione e rigetto del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti quali cocaina ed eroina. Il primo imputato aveva concordato la pena in appello, ma ha impugnato la decisione contestando il calcolo della continuazione e un errore materiale sulla data. La Corte ha chiarito che il concordato limita le impugnazioni e che l'errore sulla data rappresenta un mero refuso. La coimputata ha richiesto la riqualificazione della condotta in spaccio di lieve entità e le attenuanti generiche, facendo leva sul proprio stato di incensurata. I giudici hanno respinto le richieste. L'uso di strumenti elettronici di pagamento e un'organizzazione collaudata per la vendita a distanza escludono l'ipotesi attenuata. Inoltre, la sola incensuratezza non giustifica le attenuanti. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di entrambi, condannandoli alle spese e a tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la continuità punisce l’imputato
L'imputato è stato condannato per vari episodi di spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti, commessi anche nei pressi di una struttura sanitaria per il recupero dei tossicodipendenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, la sussistenza della circostanza aggravante e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove in sede di legittimità. Inoltre, la continuità e la pluralità delle cessioni a diversi acquirenti dimostrano l'abitualità della condotta, escludendo la particolare tenuità del fatto. L'imputato deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché 690 dosi escludono lo sconto
Due soggetti, un uomo e una donna, hanno proposto ricorso in Cassazione a seguito della condanna per detenzione di sostanze stupefacenti. La difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità, oltre al riesame delle attenuanti generiche per l'uomo e l'assoluzione della donna per presunta estraneità ai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il possesso di circa 690 dosi medie di crack e la gestione congiunta del denaro provento dell'illecito dimostrano l'inserimento in un traffico ben avviato. Questa circostanza esclude del tutto la minima offensività del fatto, confermando le condanne precedenti.
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Spaccio di lieve entità: uso personale escluso dalla Cassazione
L'Imputato veniva condannato per il reato di spaccio di lieve entità a causa del rinvenimento di sostanze stupefacenti suddivise in 39 involucri, pari a 63 dosi medie giornaliere, all'interno di una nota piazza di spaccio. Il difensore sosteneva la destinazione all'uso personale e contestava l'aumento della pena previsto per la recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'attività illecita rilevando l'aspecificità dei motivi difensivi a fronte di una doppia decisione conforme di merito. Inoltre, la Corte ha ritenuto legittimo l'aumento per la recidiva, evidenziando la presenza di due recenti precedenti specifici che dimostrano una marcata pericolosità sociale e una continuità delinquenziale dell'Imputato.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per la detenzione e la cessione di un quantitativo rilevante di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento della fattispecie di spaccio di lieve entità per ridurre la sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché le doglianze riproponevano argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, richiedendo una non consentita valutazione delle prove. I giudici di legittimità hanno confermato che lo spaccio di lieve entità non può essere riconosciuto quando lo stupefacente è destinato a un numero elevato di consumatori. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no ai sconti per i pusher organizzati
Le forze dell'ordine arrestano un giovane sorpreso a vendere cocaina in una nota piazza di spaccio. L'indagato ammette il fatto, precisando di operare con turni fissi per necessità economiche. Il giudice applica la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'indagato propone ricorso per ottenere la qualificazione di spaccio di lieve entità, evidenziando la giovane età e l'incensuratezza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'inserimento in una struttura organizzata esclude lo spaccio di lieve entità. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare le prove valutate dai giudici di merito. Il ricorrente deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Ospite o spacciatore: no allo spaccio di lieve entità
L'Imputato è stato condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice ospite dell'appartamento in cui le forze dell'ordine hanno trovato un ingente quantitativo di cocaina e materiale da confezionamento. Inoltre, la difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che l'imputato è stato fotografato mentre cedeva dosi e preparava la sostanza. Inoltre, l'elevato quantitativo di droga e l'alto principio attivo escludono la tenuità del fatto. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità a seguito del rinvenimento di sostanza stupefacente destinata al commercio. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità penale, irrogando la pena di un anno di reclusione e duemila euro di multa, revocando soltanto la confisca del denaro. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la destinazione della sostanza al commercio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza e genericità delle doglianze, evidenziando l'assenza di critiche concrete alla motivazione della sentenza impugnata. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali, oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la quantità minima non evita la condanna
Gli Imputati, accusati di spaccio continuato nelle piazze cittadine e vicino ad alcune scuole, hanno chiesto di riqualificare la condotta come spaccio di lieve entità a causa delle ridotte quantità di droga cedute. La Corte di Cassazione ha confermato l'esclusione della fattispecie lieve. I giudici hanno stabilito che l'organizzazione sistematica, la vendita quotidiana e il controllo del territorio prevalgono sul dato ponderale della singola dose. La Cassazione ha però accolto il ricorso di uno degli imputati riducendo la multa, in quanto il giudice d'appello aveva illegittimamente aumentato la sanzione in assenza di ricorso del pubblico ministero. I ricorsi degli altri coimputati sono stati dichiarati inammissibili.
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Spaccio di lieve entità: il palo non evita la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per lo spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. L'uomo sosteneva che la droga fosse per uso personale e contestava la funzione di sorveglianza attribuitagli. Le forze dell'ordine lo avevano sorpreso mentre faceva da palo, segnalando l'arrivo della polizia al complice e custodendo oltre quattromila euro in contanti. Gli agenti avevano anche rinvenuto sessanta dosi di crack suddivise in bustine. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la piena responsabilità del soggetto, negando le attenuanti generiche e confermando la recidiva a causa dei suoi precedenti penali. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso generico e sanzione confermata
L'imputata è stata condannata per il reato di spaccio di lieve entità alla pena di quattro mesi di reclusione e ottocento euro di multa. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando violazioni di legge, difetti di motivazione e l'eccessività della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno evidenziato la natura generica delle doglianze, le quali non contenevano alcuna critica concreta contro la motivazione della sentenza di secondo grado. Conseguentemente, la Corte ha confermato la decisione e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: annullato l’aumento di pena illogico
L'Imputato è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e detenzione di stupefacenti. Il Giudice di primo grado ha qualificato l'episodio della droga come spaccio di lieve entità, rilevando la mancanza di un'organizzazione strutturata. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando però un consistente aumento di pena per la continuazione, giustificandolo con l'inserimento dell'azione in un più ampio contesto criminale organizzato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato limitatamente al calcolo della sanzione. I giudici di legittimità hanno riscontrato una contraddizione logica: non si può giustificare un aumento di pena elevato evocando la criminalità organizzata quando il fatto è stato riconosciuto come spaccio di lieve entità. La sentenza è stata annullata con rinvio per la sola ridetermiṇazione della pena.
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Spaccio di lieve entità: pena massima confermata in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità dopo la riqualificazione dei fatti da parte dei giudici di merito. La Corte di appello ha stabilito la pena nel massimo edittale previsto dalla legge, pari a tre anni e quattro mesi di reclusione e seimila euro di multa. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della sanzione e denunciando un difetto di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la scelta della pena massima risulta motivata in modo logico sulla base di due elementi decisivi: il principio attivo elevato, pari a oltre cinquantatré grammi di sostanza pura, e la commissione del fatto mentre l'imputato beneficiava di una misura alternativa alla detenzione. L'Imputato deve quindi scontare la pena e pagare tre mila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione blocca il ricorso
L'imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità alla pena di un anno di reclusione e a una multa. Le forze dell'ordine hanno assistito direttamente allo scambio di droga e hanno sequestrato il borsello contenente lo stupefacente. La difesa ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione contestando la ricostruzione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile. Il giudizio di legittimità non consente un nuovo esame dei fatti già accertati nei precedenti gradi di merito. Di conseguenza, l'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Spaccio di lieve entità: errore formale e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità a sei mesi di reclusione e mille euro di multa per la detenzione di hashish e crack. Il giudice ha applicato le attenuanti generiche in regime di equivalenza con l'aggravante della non occasionalità della condotta. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il tribunale avesse erroneamente bilanciato le attenuanti con una recidiva mai contestata, negandogli un ulteriore sconto di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il richiamo alla recidiva costituiva un mero errore formale della sentenza e che l'aggravante della non occasionalità era pienamente provata dai plurimi precedenti specifici dell'Imputato. La condanna è stata confermata con l'aggiunta di tremila euro da versare alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità escluso se la rete è strutturata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da un soggetto condannato per cessione continuata di stupefacenti e per aver diretto una rete di vendita illecita. L'imputato chiedeva la riqualificazione dei fatti nella fattispecie di spaccio di lieve entità, facendo leva sulle singole cessioni inferiori a un grammo di sostanza. I giudici hanno respinto la richiesta, sottolineando che l'attività si inseriva in un'organizzazione strutturata, con pusher stipendiati a tremila euro al mese, veicoli dedicati e alloggi forniti ai collaboratori. La complessità logistica e la diffusività del commercio escludono la natura occasionale della condotta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e l'aggravante direttiva, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quantità ed euro bloccano lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per traffico di stupefacenti, respingendo la richiesta di qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. La difesa sosteneva che una partita di mezzo chilo di eroina per cinquemila euro rientrasse nel piccolo spaccio, evidenziando che il coimputato fornitore aveva ottenuto tale beneficio in un separato giudizio. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice valuta liberamente le sentenze irrevocabili acquisite e che l'ingente somma pattuita esclude la minima offensività. La Corte ha inoltre confermato la recidiva e negato le attenuanti generiche per la persistente pericolosità del colpevole.
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Spaccio di lieve entità escluso: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ed evasione. Le forze dell'ordine avevano trovato oltre 33 grammi di cocaina, pari a oltre 162 dosi, e quantitativi di cannabis gettati sul terrazzo adiacente alla sua abitazione durante il controllo. L'uomo aveva ammesso i fatti sostenendo di dover pagare le spese mediche del figlio e chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. I giudici hanno respinto la richiesta. La presenza di oltre 160 dosi, bilancini di precisione, strumenti per il taglio e buste per il confezionamento esclude l'attenuante del fatto minore. L'imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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