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Spaccio Di Lieve Entità — Anno 2026

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117 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Spaccio Di Lieve Entità

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità: quantità e precedenti negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione e duemila euro di multa per il reato di spaccio di lieve entità. Le forze dell'ordine hanno sorpreso l'imputato in una piazza di spaccio notturna con venti dosi di cocaina e trentasei di crack. La difesa ha contestato l'eccessiva severità della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le doglianze. La Suprema Corte ha ritenuto la pena proporzionata alla qualità e quantità della droga e ai gravi precedenti penali dell'uomo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per la vendita di sostanze stupefacenti. La difesa ha contestato il valore delle intercettazioni, eccepito la prescrizione del reato e richiesto la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità delle prove, composte dai controlli della polizia giudiziaria e da intercettazioni chiare su prezzi e quantità. La Cassazione ha escluso lo spaccio di lieve entità per via dei volumi d'affari, della quantità di sostanza e dei contatti dell'imputato con la piazza di spaccio locale. Il Ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità e droga in auto: la condanna
L'Imputato è stato fermato dalla polizia mentre si trovava alla guida della propria autovettura in compagnia di un altro soggetto. Durante il controllo, gli agenti hanno rinvenuto all'interno del veicolo un pacchetto di sigarette nascosto contenente cannabis suddivisa in undici dosi già confezionate. Il quantitativo complessivo permetteva di ricavare circa settantacinque dosi medie. I giudici di merito hanno riconosciuto la responsabilità penale dell'automobilista per il reato di spaccio di lieve entità, escludendo la destinazione all'uso personale. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione ed errori di diritto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna penale e il pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: la quantità esclude lo sconto
Il Ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza di condanna per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato chiedeva il riconoscimento dello spaccio di lieve entità per il possesso di circa 576 grammi di hashish suddivisi in cinque panetti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato come il principio attivo sequestrato, pari a oltre 101 grammi, consentisse di ricavare circa 4.000 dosi singole. Un quantitativo così elevato, destinato a un numero vasto di acquirenti, smentisce la natura ridotta dell'attività illecita. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a un versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione rigetta il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione di stupefacenti. La difesa richiedeva la riqualificazione del fatto nello spaccio di lieve entità, il riconoscimento delle attenuanti generiche e la revisione dell'aumento di pena per recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo spaccio di lieve entità non può essere riconosciuto quando la droga presenta un'elevata percentuale di principio attivo ed è idonea a soddisfare un numero ingente di acquirenti. I gravi precedenti penali e la condotta ostile verso le forze dell'ordine giustificano inoltre il mancato sconto di pena. La semplice riproposizione dei motivi d'appello rende l'impugnazione aspecifica, determinando la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: quantità e rate escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un imputato accusato di compravendita continuata di hashish per un controvalore di 4.500 euro. L'accusa si fondava sulle dichiarazioni del complice, riscontrate da riprese video e appunti manoscritti sequestrati. La difesa richiedeva l'applicazione della fattispecie di spaccio di lieve entità e una rivalutazione delle prove. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso: la Corte di legittimità non può rivalutare le prove già esaminate dai giudici precedenti. Inoltre, l'ingente valore economico dello stupefacente e la concessione di pagamenti a rate escludono lo spaccio di lieve entità, dimostrando un inserimento stabile e continuativo nel circuito del traffico di droga. L'imputato deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: pena alta e confisca legittima
L'Imputato è stato condannato per la cessione di venti grammi di cocaina, con riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha rideterminato la pena a tre anni e due mesi di reclusione oltre a seimila euro di multa. Il giudice ha negato il minimo edittale e le attenuanti generiche a causa dei precedenti specifici. Ha inoltre disposto la confisca del denaro contante e degli smartphone usati per l'attività illecita. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo della sanzione e il mancato dissequestro dei beni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di merito ha motivato correttamente la pena e la confisca degli strumenti del reato. L'Imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due imputati sono stati condannati a oltre quattro anni di reclusione e diciottomila euro di multa per cessione e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. I condannati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e chiedendo la riqualificazione della condotta in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, la Corte ha escluso la minore gravità del fatto per la presenza di elementi sintomatici di una condotta professionale, organizzata e non occasionale, confermando le pene inflitte e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: ricorso bocciato e condanna definitiva
L'Imputato trasportava in un luogo pubblico una quantità consistente di sostanza stupefacente già suddivisa in dosi pronte per la vendita. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per spaccio di lieve entità alla pena di dieci mesi e venti giorni di reclusione e a duemila euro di multa, concedendo la sospensione condizionale. L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la colpevolezza e chiedere una nuova valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di legittimità non può rivalutare le prove se la decisione precedente è motivata in modo logico. L'Imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la confessione blocca il ricorso
L'Imputato affronta un processo penale per spaccio di lieve entità legato alla detenzione e cessione di cocaina. Il Tribunale lo condanna con rito abbreviato e la Corte d'Appello riduce la pena bilanciando le attenuanti con la recidiva. L'Imputato contesta la decisione in Cassazione lamentando difetti di motivazione e ricostruzioni contraddittorie. I Supremi Giudici respingono l'impugnazione rilevando che l'uomo aveva già confessato i fatti. I messaggi sul cellulare e l'esito della perquisizione a casa della parente confermano pienamente la colpevolezza. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Spaccio di lieve entità escluso per cento grammi di cocaina
Due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la condanna per traffico e cessione continuata di cocaina. Il Primo Imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo di aver svolto un ruolo marginale. Il Secondo Imputato contestava invece l'entità della sanzione decisa tramite accordo tra le parti. La Suprema Corte ha respinto entrambe le impugnazioni. I giudici hanno escluso la minore gravità a causa del possesso di oltre cento grammi di droga, dell'attività protratta per cinque mesi e dei consistenti guadagni. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il reclamo del secondo ricorrente, poiché la pena concordata in appello non può subire contestazioni generiche. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità escluso se l’attività è professionale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti. La difesa contestava la mancata riqualificazione del fatto nella meno grave ipotesi di spaccio di lieve entità e lamentava l'applicazione della recidiva. I giudici hanno chiarito che il beneficio della lieve entità impone una valutazione complessiva di mezzi, modalità dell'azione, purezza e quantità della sostanza. La presenza di indici di professionalità nell'attività illecita esclude la minima offensività della condotta. Inoltre, la censura sulla recidiva è risultata infondata poiché il primo giudice l'aveva già disapplicata. L'imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso inammissibile e pena confermata
I giudici di merito hanno condannato un imputato a un anno, un mese e dieci giorni di reclusione per spaccio di lieve entità, avendo detenuto cinque grammi di crack e ceduto una dose da 0,40 grammi. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità e contestando la severità della condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La difesa non aveva richiesto la sanzione sostitutiva durante il giudizio di appello, rendendo preclusa la domanda. I giudici hanno inoltre confermato la congruità della pena a causa della recidiva e dell'organizzazione dell'attività illecita. L'imputato deve scontare la condanna e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità e carcere: la droga minima non basta
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso a cedere una modica dose di cocaina, pari a 0,80 grammi. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto nella sua abitazione oltre 8.600 euro in contanti, privi di giustificazione reddituale. La difesa ha invocato lo spaccio di lieve entità basandosi esclusivamente sul ridotto peso della dose ceduta, richiedendo in subordine gli arresti domiciliari anche presso terzi. La Suprema Corte ha respinto la tesi: la valutazione della lieve entità richiede un esame complessivo dei fatti e non un mero calcolo quantitativo. Il possesso dell'ingente somma ingiustificata e l'uso dell'abitazione come base logistica provano un'attività strutturata e continuativa. I giudici hanno escluso i domiciliari per l'alto rischio di reiterazione, confermando la massima misura carceraria.
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Spaccio di lieve entità negato: confermata condanna a quattro anni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti a carico de L'Imputato. La difesa contestava la mancata qualificazione del reato come spaccio di lieve entità e l'applicazione della recidiva, sostenendo l'esistenza di un unico precedente penale. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso poiché le censure risultavano generiche e miravano a una rivalutazione dei fatti già motivati nei gradi precedenti. La consistente quantità di droga, il contesto operativo, l'organizzazione tra complici e i precedenti penali del soggetto escludono il reato minore e giustificano la pena ordinaria.
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Spaccio di lieve entità: professionalità ed esclusioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo hashish. La difesa contestava il mancato riconoscimento dello spaccio di lieve entità e il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. I giudici di legittimità hanno ribadito che la minore gravità del fatto richiede una valutazione complessiva di mezzi, modalità dell'azione, grado di purezza e quantità della droga. Nel caso esaminato, i giudici di merito hanno accertato una spiccata professionalità nell'attività illecita. Tale elemento esclude in radice la minima offensività della condotta. Il ricorrente deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità e 800 dosi: la Cassazione nega lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione illecita di cocaina, eroina e hashish, chiedendo il riconoscimento dello spaccio di lieve entità e l'esclusione dell'aumento per recidiva. I giudici di merito hanno accertato il possesso di quantitativi equivalenti a oltre ottocento dosi di cocaina, materiale per il confezionamento, appunti contabili e denaro contante ingiustificato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Cassazione ha ribadito che la ricostruzione dei fatti spetta al giudice di merito quando la motivazione è logica e completa. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci mesi di reclusione e 1.330 euro di multa inflitta a un imputato per il reato di spaccio di lieve entità. L'uomo aveva proposto ricorso lamentando un presunto travisamento delle prove e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Cassazione ha ribadito che non può sostituirsi ai giudici di merito per reinterpretare gli elementi di fatto o modificare il valore dato alle prove. La sentenza d'appello conteneva una motivazione logica, coerente ed esaustiva sia sulla responsabilità penale sia sul diniego dei benefici. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e un'ammenda di 3.000 euro.
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Spaccio di lieve entità: l’organizzazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi imputati per traffico di stupefacenti, respingendo la richiesta di riqualificare i fatti come spaccio di lieve entità. Le indagini, supportate da videoregistrazioni e servizi di controllo, avevano svelato una complessa organizzazione di piazze di spaccio a Palermo, caratterizzata da una precisa divisione dei ruoli tra vedette, pali e spacciatori. La Suprema Corte ha chiarito che la sistematicità, la continuità delle cessioni e la struttura organizzata escludono l'applicazione della fattispecie attenuata, anche in presenza di dosi singolarmente modeste. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: lanciare la droga non evita la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano sorpreso il soggetto mentre cedeva cocaina a un acquirente e lanciava altre dosi dal finestrino dell'auto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una scorretta valutazione delle prove e la violazione della regola del ragionevole dubbio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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