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Sorveglianza Speciale

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1097 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: annullata la misura dopo dieci anni di silenzio
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro il decreto che gli applicava la sorveglianza speciale per un anno e sei mesi. I giudici di merito avevano giustificato la misura basandosi su due vecchie condanne del 2007 e 2008 e su un arresto nel 2022 per reati di droga. La Suprema Corte ha rilevato che un vuoto temporale di oltre dieci anni tra i fatti non permette di dimostrare l'abitualità nel commettere reati, elemento fondamentale per l'applicazione della misura. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: no al ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro il provvedimento che applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava l'attualità della propria pericolosità sociale e l'obbligo di dimora. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sui difetti di motivazione non sono ammissibili in questa sede e che la Corte d'Appello ha ampiamente e correttamente giustificato la decisione. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: i benefici non cancellano la pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna a un anno di reclusione per violazione degli obblighi della sorveglianza speciale. L'Imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata, sostenendo che i giudici non avessero considerato il suo percorso riabilitativo e la concessione di misure alternative. La Suprema Corte ha chiarito che, per applicare la recidiva reiterata, basta che il soggetto abbia commesso più reati in passato che dimostrino una persistente pericolosità sociale, senza necessità di una precedente formale dichiarazione di recidiva semplice. Inoltre, i benefici penitenziari non incidono sulla valutazione della pericolosità legata ai reati commessi. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Misure di prevenzione: deposito tardivo e validità del decreto
Il Cittadino ha impugnato il provvedimento che gli applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, lamentando il deposito tardivo del decreto e l'illogicità della motivazione sulla sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ritardo nel deposito del provvedimento sulle misure di prevenzione non ne determina l'inefficacia, ma sposta solo il termine per impugnare. Inoltre, in questa materia, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo il controllo sulla semplice illogicità della motivazione, a meno che questa non sia totalmente inesistente. Il Cittadino perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Misure di prevenzione: lo spaccio batte il lavoro onesto
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il proposto, privo di redditi leciti, viveva abitualmente grazie ai proventi dello spaccio di sostanze stupefacenti e frequentava pregiudicati. La difesa contestava l'uso di elementi tratti da procedimenti penali ancora in corso. I giudici hanno chiarito che il giudizio di prevenzione è del tutto autonomo rispetto a quello penale. Di conseguenza, i magistrati possono valutare anche indizi e processi non ancora conclusi per stabilire la pericolosità di una persona. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: l’indigenza non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'uomo era stato condannato per non essersi presentato al Commissariato per la firma obbligatoria. La difesa sosteneva che lo stato di assoluta indigenza escludesse la colpevolezza e il dolo. I giudici hanno chiarito che per questo reato basta il dolo generico, ossia la semplice consapevolezza di violare l'obbligo, a prescindere dai motivi personali o dalle difficoltà economiche non comunicate all'autorità. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a tre mesi e quindici giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no ai ripensamenti
Il Tribunale ha applicato all'imputato la pena concordata per aver guidato un motociclo senza patente durante la sorveglianza speciale. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando la mancata valutazione di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita rigidamente i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento, escludendo la possibilità di contestare il vizio di motivazione o l'omessa verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione degli obblighi di sorveglianza: no ad alibi falsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a due mesi di reclusione per la violazione degli obblighi di sorveglianza speciale (art. 75, d.lgs. 159/2011). Il ricorrente contestava la sussistenza del dolo e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, adducendo un alibi non ritenuto credibile dai giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che per la configurazione del reato è sufficiente il dolo generico, inteso come mera consapevolezza dei propri obblighi e cosciente volontà di violarli, a prescindere dalle finalità specifiche del soggetto. È stato inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto, in quanto la condotta non credibile del ricorrente non ridimensionava l'allarme sociale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: processi in corso provano la pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni. Il ricorrente contestava la valutazione della propria pericolosità sociale, ritenendo che i giudici si fossero basati su vecchie condanne e procedimenti ancora aperti. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici d'appello hanno fornito una motivazione solida e coerente, fondata non solo su condanne definitive, ma anche su procedimenti in corso per reati gravi, come lesioni con armi da fuoco, e sull'assenza di redditi leciti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale violata: la Cassazione conferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi di arresto per un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'imputato era assente dalla propria abitazione durante un controllo notturno della polizia giudiziaria, violando le prescrizioni imposte. Il ricorso presentato dalla difesa è stato dichiarato inammissibile poiché generico e privo di elementi concreti capaci di smentire la testimonianza dell'agente di polizia. Di conseguenza, la condanna penale diventa definitiva e il ricorrente dovrà pagare anche una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: condanna ferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e tre mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo si era allontanato dal proprio comune di residenza, sostenendo a propria difesa di non aver compreso, nonostante fossero passati sette mesi dall'inizio della misura, che non potesse uscire dal territorio comunale. I giudici hanno ritenuto questa giustificazione del tutto infondata e inverosimile. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche, evidenziando la gravità dei precedenti penali del soggetto, qualificato come pluripregiudicato con recidiva reiterata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il sonno profondo non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per non essere stato trovato in casa durante un controllo notturno delle forze dell'ordine. L'imputato si era giustificato adducendo un sonno profondo che gli aveva impedito di sentire i controllori bussare alla porta. I giudici hanno stabilito che il sonno profondo non esclude la responsabilità penale, poiché il sorvegliato ha il dovere assoluto di rendersi sempre reperibile presso il proprio domicilio. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti di polizia dell'uomo, confermando la condanna a tre mesi e dieci giorni di arresto e disponendo una sanzione pecuniaria per il ricorso inammissibile.
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Sorveglianza speciale: ricorso inammissibile se contesta il merito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale della durata di tre anni. Il ricorrente contestava la valutazione sulla sua pericolosità sociale, lamentando un difetto di motivazione del provvedimento della Corte d'Appello. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare il merito della motivazione, a meno che questa non sia totalmente inesistente o apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: reato anche se l’agente perdona
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e un mese di reclusione. L'uomo aveva violato il coprifuoco imposto dalla sorveglianza speciale e commesso il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. La difesa sosteneva che i pubblici ufficiali non si fossero sentiti offesi. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che per l'integrazione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale è sufficiente la portata oggettivamente offensiva delle parole rivolte agli agenti in servizio. L'interesse tutelato è infatti il prestigio della Pubblica Amministrazione, un bene indisponibile da parte del singolo funzionario. Negata anche la particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'imputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi viola la sorveglianza
L'Imputato è stato condannato a quattro mesi di arresto per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare la particolare tenuità del fatto, non occorre esaminare tutti i criteri di gravità del reato, ma basta indicare quelli ritenuti rilevanti. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno legittimamente valorizzato la gravità della condotta, la personalità allarmante dell'autore e i suoi precedenti penali specifici, escludendo così il carattere occasionale del comportamento. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la Cassazione punisce anche un solo ritardo
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale che ha violato diverse prescrizioni imposte dal tribunale. In particolare, l'uomo ha frequentato pregiudicati, è rientrato in casa oltre l'orario consentito, si è presentato in ritardo per la firma domenicale e non aveva con sé la carta precettiva. La difesa ha sostenuto che il reato richiedesse un dolo abituale per tutte le condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che per la violazione delle prescrizioni istantanee basta il dolo generico e non serve l'abitualità, richiesta solo per il divieto di frequentare pregiudicati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: confermata la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, sorpreso alla guida di un motoveicolo in orario notturno. Tale condotta ha violato sia il divieto di guida sia l'obbligo di rimanere in casa di notte. Il Tribunale e la Corte d'Appello lo hanno condannato a un anno e quattro mesi di arresto. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza del reato e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condotta integra una specifica violazione della sorveglianza speciale, poiché l'obbligo di non uscire di notte è una prescrizione precisa e non un generico dovere di rispettare le leggi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: ricorso respinto e multa
Il Sottoposto alla misura di prevenzione è stato condannato per la violazione della sorveglianza speciale per aver incontrato tre persone non autorizzate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi non erano stati presentati in appello e richiedevano un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un soggetto condannato a nove mesi di arresto per la violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale (art. 73 D.Lgs 159/2011). Il Ricorrente aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello denunciando violazione di legge e vizio di motivazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano formulati in modo del tutto generico, senza contenere alcuna critica specifica e mirata contro la decisione impugnata. Di conseguenza, oltre alla dichiarazione di inammissibilità, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: errore formale non salva chi non risponde
Il Sottoposto alla Misura è stato condannato per aver violato la sorveglianza speciale, non facendosi trovare in casa durante un controllo notturno dei Carabinieri. In primo grado era stato assolto a causa di un errore materiale nell'indicazione del decreto di prevenzione nel capo d'imputazione. La Corte d'appello ha poi acquisito il documento corretto e lo ha condannato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso del Sottoposto alla Misura. I giudici hanno chiarito che il semplice errore di battitura non lede il diritto di difesa se il fatto contestato è chiaro. Inoltre, il mancato riscontro al citofono funzionante nel cuore della notte costituisce prova sufficiente dell'assenza dall'abitazione.
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