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Sorveglianza Speciale

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1097 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Circostanze attenuanti generiche: negato lo sconto al sorvegliato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche e la severità della pena. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulle circostanze attenuanti generiche spetta esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione è logica e si basa sulla gravità del comportamento e sui precedenti penali del soggetto, la decisione non può essere contestata in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna a un anno di reclusione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: 56 assenze costano la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con l'obbligo di presentarsi periodicamente alla polizia giudiziaria. L'uomo non si è presentato in Questura per ben cinquantasei volte in cinque mesi. Condannato in primo e secondo grado a otto mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo e l'irrilevanza penale della condotta a causa della successiva revoca della misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la reiterata violazione dell'obbligo dimostra la chiara volontà di sottrarsi ai controlli, configurando pienamente il reato. Inoltre, la revoca successiva della sorveglianza speciale non cancella la rilevanza penale delle violazioni commesse in precedenza.
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Particolare tenuità del fatto: negata se il reato continua
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per violazioni penali. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto le richieste evidenziando che la condotta illecita non era affatto episodica, essendo proseguita anche dopo l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Inoltre, il pesante certificato penale del soggetto giustifica pienamente il diniego delle attenuanti generiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Attualità della pericolosità sociale: confermata la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto ritenuto appartenente a un'associazione mafiosa contro la misura della sorveglianza speciale. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando la buona condotta carceraria e il lavoro come infermiere. La Suprema Corte ha confermato che l'attualità della pericolosità sociale è stata correttamente motivata dai giudici di merito sulla base del ruolo di rilievo ricoperto dal soggetto all'interno del sodalizio criminale per oltre vent'anni. Il decorso del tempo in custodia cautelare non cancella automaticamente la pericolosità, data la stabilità del vincolo mafioso.
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Pericolosità sociale attuale: quando la salute non basta
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a consorterie mafiose. Il ricorrente contestava l'esistenza della pericolosità sociale attuale, evidenziando le proprie precarie condizioni di salute e la sostituzione della custodia in carcere con una misura meno afflittiva. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che, in tema di misure di prevenzione per indiziati di appartenenza a organizzazioni mafiose (anche nella forma del concorso esterno), la pericolosità sociale attuale si presume persistente, salvo prova contraria di una definitiva interruzione dei rapporti. La decisione impugnata è risultata quindi pienamente e autonomamente motivata.
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Sorveglianza speciale: l’obbligo di firma tra dovere e scuse
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale che non si è presentato presso il commissariato di polizia per l'obbligo di firma giornaliero. L'imputato ha giustificato l'assenza adducendo un'impossibilità fisica, ma senza fornire prove concrete né avvisare tempestivamente le forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che per questo reato è sufficiente il dolo generico, ossia la semplice consapevolezza di violare le prescrizioni imposte dalla misura di prevenzione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per pericolo recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di estorsione e spaccio di cocaina, contestava l'adeguatezza della misura estrema, ritenendo i fatti datati e invocando misure meno afflittive. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione dei giudici di merito. È stato evidenziato l'elevato rischio di recidiva, l'indole violenta del soggetto e l'inefficacia di precedenti misure di prevenzione, come la sorveglianza speciale. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea a garantire la sicurezza sociale, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari a causa dell'assenza di autocontrollo dell'indagato.
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Specificità dei motivi di appello: il rigetto del ricorso vuoto
Il Tribunale condannava l'Imputato per estorsione e violazione della sorveglianza speciale. La Corte d'Appello dichiarava inammissibile l'impugnazione per genericità dei motivi. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo il principio fondamentale della specificità dei motivi di appello. Per essere valido, l'atto di appello deve contenere una critica mirata e puntuale alle singole argomentazioni del primo giudice, non potendosi limitare a censure generiche. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Remissione del debito negata al condannato con case e terreni
La Corte di Cassazione ha confermato il rifiuto della remissione del debito per le spese processuali e di mantenimento in carcere richiesto da un condannato. Per ottenere questo beneficio, la legge richiede la presenza contemporanea di due requisiti: una condotta regolare e condizioni economiche disagiate. Nel caso specifico, il Magistrato di sorveglianza ha accertato che il richiedente aveva violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Inoltre, gli accertamenti patrimoniali della Guardia di Finanza hanno rivelato la proprietà di tre immobili, terreni, veicoli e una ditta individuale attiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, poiché l'uomo dispone di risorse sufficienti per pagare il debito, anche a rate.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: tolleranza zero
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, accusato di aver violato le prescrizioni imposte dal giudice. Il ricorrente sosteneva che, non avendo violato direttamente l'obbligo di dimora ma altre regole della misura, dovesse applicarsi una sanzione più lieve. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi, confermando che la violazione di qualsiasi prescrizione collegata alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno fa scattare il reato più grave previsto dall'articolo 75, comma 2, del Codice Antimafia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il furto fallito costa caro al ladro
L'Imputato è stato condannato per il furto aggravato di un tritacarne professionale in una scuola materna e per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, essendo stato sorpreso fuori casa in orario notturno non consentito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'uomo, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la misura della sorveglianza speciale applicata era pienamente legittima, poiché basata sulla pericolosità generica di chi vive abitualmente con i proventi di attività illecite, categoria non colpita dalla dichiarazione di incostituzionalità della Corte Costituzionale del 2019. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di attenuanti per la speciale tenuità del danno, giudicando insufficiente il risarcimento di soli cento euro a fronte del furto del macchinario professionale e del danneggiamento della porta d'ingresso della scuola.
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Attualità della pericolosità sociale: l’età non cancella la mafia
Un uomo, condannato in passato per associazione mafiosa ed estorsione, ha impugnato il provvedimento che disponeva l'esecuzione della sorveglianza speciale nei suoi confronti. La difesa sosteneva l'assenza di prova circa l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso, l'età avanzata e le condizioni di salute precarie del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'appartenenza a un sodalizio mafioso genera una presunzione di persistenza del vincolo associativo. Questa presunzione può essere superata solo fornendo la prova positiva di un effettivo recesso dall'organizzazione, non bastando il mero decorso del tempo o lo stato di salute, specie se le attività criminali pregresse (come il condizionamento degli appalti) non richiedono particolare vigore fisico.
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Attualità della pericolosità sociale: tra lavoro e narcotraffico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e confisca dei beni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che i giudici avessero confuso la pericolosità con la vicinanza temporale dell'ultimo reato di narcotraffico. La Suprema Corte ha chiarito che l'attualità della pericolosità sociale è stata correttamente motivata: il soggetto, inserito in un ampio contesto criminale apicale, non ha mostrato segni di ravvedimento nonostante i periodi di detenzione. Inoltre, la Corte ha ritenuto irrilevante il confronto con la posizione di un coimputato non sottoposto a misura. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: niente sconti per chi viola gli obblighi
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per aver violato ripetutamente gli obblighi imposti dalla stessa. Il ricorrente ha impugnato la condanna lamentando l'assenza di dolo, il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per questo reato basta il dolo generico, ossia la consapevolezza di violare le prescrizioni. Inoltre, l'abitualità delle condotte (precedenti violazioni ed evasioni) esclude la particolare tenuità del fatto. Infine, il diniego dei benefici di legge può essere implicito, basandosi sulla valutazione complessiva della pericolosità del soggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: assolto per due incontri, complice punito
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due soggetti. Il primo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, era stato condannato per aver frequentato un pregiudicato in due sole occasioni ravvicinate. Il secondo era stato condannato per aver fornito una data di nascita falsa ai Carabinieri durante un controllo. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna del primo ricorrente, stabilendo che due soli incontri non integrano l'abitualità richiesta per violare le prescrizioni della sorveglianza speciale. Al contrario, ha dichiarato inammissibile il ricorso del secondo soggetto, confermando che fornire anche un solo dato anagrafico falso a un pubblico ufficiale integra il reato di falsa attestazione, a prescindere dall'analfabetismo o dal fatto di essere già noto alle forze dell'ordine.
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Reato continuato e sorveglianza speciale: la Cassazione fa chiarezza
Il Condannato, accumulando diverse condanne per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Il Tribunale di Catania ha respinto la richiesta, ritenendo erroneamente che la pericolosità sociale legata alla misura di prevenzione impedisse di riconoscere un unico disegno criminoso tra le violazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, chiarendo che non bisogna confondere l'unificazione delle misure di prevenzione con l'unificazione dei reati derivanti dalla loro violazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di rigetto e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame, stabilendo che anche per le violazioni della sorveglianza speciale è astrattamente applicabile il reato continuato.
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Sorveglianza speciale: condanna annullata se manca la verifica
Il Sottoposto era stato condannato a tre anni di reclusione per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale. Tra il 2011 e il 2013, l'uomo si era associato più volte a persone con precedenti penali. Tuttavia, il provvedimento che disponeva la misura risaliva al 2009 ed era stato notificato solo dopo oltre due anni, senza una nuova valutazione sulla persistenza della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Sottoposto. I giudici hanno stabilito che, dopo un lungo periodo di tempo o di detenzione, la sorveglianza speciale non è efficace se il giudice non verifica nuovamente l'attualità della pericolosità del soggetto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste.
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Assolto ma pericoloso: confermata la misura di prevenzione
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava il provvedimento evidenziando la sua assoluzione per il reato di estorsione e la pendenza del processo per associazione mafiosa e narcotraffico. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che il procedimento di prevenzione è autonomo rispetto a quello penale. Il giudice della prevenzione valuta autonomamente gli elementi di fatto, applicando regole probatorie differenti. Di conseguenza, la pendenza di un processo penale non impedisce l'applicazione della misura di prevenzione se sussistono concreti indizi di pericolosità sociale.
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Misure di prevenzione: la Cassazione frena il ricorso del boss
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione, in particolare la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente, esponente di spicco di un'associazione criminale, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale dopo un lungo periodo di detenzione e l'obbligo di versare una cauzione di trentamila euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la condotta carceraria del soggetto, costellata da sanzioni disciplinari, e il mancato rispetto dell'obbligo di presentazione all'autorità di pubblica sicurezza subito dopo la scarcerazione dimostrano la persistenza della sua pericolosità. Inoltre, la mancanza di un'attività lavorativa lecita conferma il sostentamento tramite proventi illeciti, giustificando la cauzione imposta.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni e sei mesi a carico di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. L'uomo era stato condannato per omicidio e porto abusivo d'armi. La difesa contestava l'attualità della pericolosità e l'uso di un precedente per resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di resistenza tutela la pubblica amministrazione e non la sicurezza pubblica, ma ha ritenuto l'errore irrilevante: i soli reati in materia di armi bastano a giustificare la misura. Inoltre, il periodo trascorso in custodia cautelare in carcere giustifica la persistenza della pericolosità nel tempo, escludendo che il decorso degli anni abbia cancellato l'esigenza di prevenzione. Il ricorso è stato rigettato.
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