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Sorveglianza Speciale — Anno 2026

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167 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Violazione sorveglianza speciale: citofono non sentito, condanna ok
Un uomo, sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di restare a casa di notte, viene condannato per essersi allontanato. Durante i controlli notturni delle forze dell'ordine, non era in casa. L'uomo si difende sostenendo di non aver sentito il citofono. La Cassazione conferma la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile. La difesa non ha contestato specificamente le prove, come l'annotazione di servizio che attestava l'uso sia del citofono che del campanello. La sentenza ribadisce che la violazione sorveglianza speciale è provata e l'appello deve essere specifico, non generico.
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Violazione Sorveglianza Speciale per Furto: Condanna Senza Sconti
Un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale viola il divieto di uscire di casa di notte per commettere dei furti. La Corte di Cassazione ha stabilito che la violazione obblighi sorveglianza speciale, se accompagnata dall'intento di commettere altri reati, non è una semplice infrazione ma un delitto grave. I giudici hanno confermato la condanna, escludendo la possibilità di applicare la non punibilità per 'particolare tenuità del fatto'. La decisione si basa sulla gravità della condotta e sul fatto che l'imputato era un delinquente abituale, con numerosi precedenti specifici. Vince quindi l'accusa.
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Sorveglianza speciale per reati di profitto: vince l’Imputato
Il Giudice d'Appello aveva imposto la sorveglianza speciale per reati di profitto a un Imputato. L'accusa si basava su alcuni furti tentati e altri furti in cui la refurtiva era stata subito recuperata. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva l'assenza di un guadagno reale da questi reati. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Imputato. I giudici hanno stabilito che la sorveglianza speciale per reati di profitto richiede la prova di un guadagno illecito concreto. I reati solo tentati o senza profitto effettivo non dimostrano il sostentamento tramite i proventi del crimine. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato definitivamente la misura di prevenzione. L'Imputato vince e torna libero dai vincoli.
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Pericolosità sociale: niente confisca dopo anni senza reati
Il Pubblico Ministero richiede l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di alcuni beni nei confronti di un Imputato con precedenti penali. Il Tribunale respinge la richiesta, evidenziando un lungo periodo di oltre dieci anni senza la commissione di alcun reato. La Corte di Appello ribalta la decisione, applicando le misure restrittive e ritenendo l'uomo ancora caratterizzato da pericolosità sociale a causa di redditi leciti insufficienti. L'Imputato presenta ricorso in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che un lungo periodo senza reati interrompe l'abitualità criminale. I giudici annullano il provvedimento e ordinano un nuovo giudizio, salvando temporaneamente i beni dell'Imputato.
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Revoca della sorveglianza speciale: buona condotta non basta
Un individuo sottoposto alla misura con obbligo di soggiorno ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere la revoca della sorveglianza speciale. La difesa sosteneva che il decorso del tempo, la buona condotta e alcune offerte di lavoro dimostrassero la cessazione della pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il semplice rispetto delle prescrizioni e il trascorrere degli anni non bastano per annullare la misura. La valutazione della pericolosità richiede prove concrete di un reale distacco dalle logiche criminali, specialmente per soggetti con precedenti specifici. Il ricorso mascherava un dissenso sul merito, non consentito in sede di legittimità.
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Mancato versamento della cauzione: il reddito illecito non scusa
Un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale viene assolto in primo grado dall'accusa di mancato versamento della cauzione. Il giudice aveva ritenuto che l'imputato, presentando un ISEE pari a zero, vivesse di proventi illeciti e non avesse la reale capacità economica per pagare. La Procura ricorre in Cassazione contestando l'illogicità della decisione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: la disponibilità di redditi, anche se di natura illecita, dimostra la capacità economica del soggetto. Pertanto, i proventi illegali non escludono la colpevolezza per il mancato versamento della cauzione, ma anzi confermano la possibilità materiale di adempiere all'obbligo. La sentenza viene annullata con rinvio per un nuovo processo.
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Carcere e lavoro non cancellano la pericolosità sociale attuale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per associazione mafiosa, confermando la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. Il ricorrente sosteneva il venir meno della sua pericolosità sociale attuale, adducendo la buona condotta in carcere e il reperimento di un lavoro dopo la scarcerazione. I giudici hanno stabilito che tali elementi non sono sufficienti a dimostrare l'irreversibile allontanamento dalle logiche criminali, soprattutto in assenza di prove sulla recisione dei legami con il clan ancora operativo. La valutazione della pericolosità sociale attuale si fonda sul ruolo attivo precedentemente svolto nell'organizzazione, rendendo legittima la presunzione di stabilità del vincolo mafioso.
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Pericolosità sociale: tenore di vita alto senza reddito lecito
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni nei confronti di un individuo. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che il giudizio si basasse su reati risalenti e sentenze di assoluzione, negando che il soggetto vivesse di proventi illeciti. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, evidenziando che la pericolosità sociale è stata correttamente accertata tramite l'analisi di condanne irrevocabili per reati gravi e recenti denunce. I giudici hanno ribadito che le misure di prevenzione non richiedono una condanna definitiva, ma si fondano su elementi di fatto. L'assenza di redditi leciti e l'elevato tenore di vita, dimostrato dal costoso noleggio di un'auto, confermano l'abituale commissione di delitti lucrogenetici.
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Circostanze attenuanti generiche: negata la riduzione per i recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che i suoi precedenti penali fossero ormai datati. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la presenza di precedenti penali, anche se non recentissimi, può legittimamente fondare un giudizio negativo sulla personalità del reo. Tale valutazione di pericolosità sociale preclude la concessione dei benefici previsti dall'articolo 62-bis del codice penale. Oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Competenza misure di prevenzione: decide la Corte d’Appello
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto negativo di competenza tra un Tribunale e una Corte d'appello. Un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale aveva chiesto di incontrare il figlio minore in deroga alle prescrizioni. Mentre il procedimento di appello sulla misura era ancora pendente, la Corte d'appello aveva dichiarato la propria incompetenza a favore del Tribunale. La Suprema Corte ha invece stabilito che la competenza misure di prevenzione spetta al giudice dell'impugnazione finché il provvedimento non diventa definitivo. Questo perché il giudice d'appello deve riesaminare l'attualità della pericolosità sociale del soggetto e può adottare provvedimenti incidenti sul contenuto della misura stessa. La decisione conferma che il Tribunale ha competenza solo in fase esecutiva, dopo la definitività del provvedimento.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: il peso dei fatti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per la durata di due anni nei confronti di un soggetto già gravato da condanne irrevocabili. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché si limitava a riproporre acriticamente i motivi già respinti in appello, senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio sulla pericolosità può fondarsi non solo su condanne definitive, ma anche su denunce e precedenti giudiziari che rivelino fatti concreti indicativi di un rischio per la collettività. Oltre al rigetto, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: quando la violazione non è mai tenue
Un cittadino, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato a un anno di reclusione per essersi allontanato dal proprio domicilio violando le prescrizioni imposte. Il ricorrente ha impugnato la sentenza di appello chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e contestando il trattamento sanzionatorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi erano meramente ripetitivi e miravano a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità. Inoltre, la durata dell'allontanamento e i precedenti penali del soggetto escludono una scarsa offensività della condotta. La decisione conferma che la sorveglianza speciale richiede un rispetto rigoroso degli obblighi per garantire la sicurezza pubblica.
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Pericolosità sociale: l’evasione conferma la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento che dichiara la persistenza della pericolosità sociale per un soggetto già sottoposto a sorveglianza speciale. Il ricorrente aveva impugnato la decisione della Corte d'appello, sostenendo che non vi fossero i presupposti per il mantenimento della misura. Tuttavia, i giudici hanno rilevato condotte gravissime, tra cui un'evasione dagli arresti domiciliari avvenuta dopo l'applicazione della misura di prevenzione e quattro sanzioni disciplinari ricevute durante la detenzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché volto a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: i confini comunali contano
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un soggetto accusato di violazione della sorveglianza speciale per aver superato i confini del comune di residenza obbligatoria. L'imputato sosteneva la mancanza di dolo, argomentando che il comune in cui era stato fermato e quello di residenza costituissero un unico agglomerato urbano. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, sottolineando che il ricorrente conosceva perfettamente i confini territoriali essendo nato e cresciuto nel luogo della violazione. Inoltre, è stata negata l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali per evasione, che dimostrano una condotta non occasionale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: dolo e prova della colpevolezza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per violazione della sorveglianza speciale, minacce e violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi erano generici e meramente reiterativi di quanto già discusso in appello. La Corte ha chiarito che per il reato di violazione della sorveglianza speciale è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza degli obblighi e la volontà di disattenderli. Inoltre, è stata ribadita la validità della testimonianza della persona offesa come prova unica, purché sottoposta a un rigoroso vaglio di attendibilità da parte del giudice di merito.
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Sorveglianza speciale: i rischi del mancato controllo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione per un soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale che non aveva risposto ai controlli notturni delle forze dell'ordine. La difesa ha tentato di giustificare l'accaduto citando un malfunzionamento del citofono e una precedente archiviazione per un episodio simile. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che l'archiviazione non costituisce un precedente vincolante e che un ritardo complessivo di quaranta minuti nel rispondere al controllo esclude l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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Sorveglianza speciale: assenza e onere della prova
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto che non aveva risposto al citofono durante un controllo notturno delle forze dell'ordine. La difesa aveva eccepito un presunto malfunzionamento dell'impianto citofonico, ma i giudici hanno stabilito che, una volta provata l'assenza di risposta, spetta all'imputato l'onere di allegare elementi concreti a discarico. La sentenza chiarisce inoltre che il giudice d'appello può sanare eventuali carenze motivazionali del primo grado e che il divieto di prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva reiterata è pienamente legittimo.
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Sorveglianza speciale: condanna per assenza da casa.
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per violazione degli obblighi della sorveglianza speciale. L'imputato non era presente in casa durante un controllo notturno. La difesa sosteneva il malfunzionamento del citofono, ma le testimonianze dei militari hanno smentito tale tesi. La Corte ha negato i benefici di legge a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, dichiarando il ricorso inammissibile.
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Sorveglianza speciale e divieto di frequentazioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per un imputato sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'accusa riguardava la violazione dell'obbligo di non associarsi abitualmente a persone pregiudicate. La Suprema Corte ha ribadito che l'abitualità della condotta si configura in presenza di contatti plurimi e stabili. Nel caso specifico, sono stati documentati almeno sei incontri programmati nell'arco di nove mesi, integrando pienamente la fattispecie di reato prevista dal Codice Antimafia.
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Sorveglianza speciale e frequentazione di pregiudicati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. L'imputato era stato sorpreso in compagnia di soggetti pregiudicati in quattro diverse occasioni nell'arco di sei mesi. La difesa sosteneva che gli incontri fossero occasionali poiché avvenuti nei pressi della propria abitazione, ma i giudici hanno confermato la responsabilità penale. La Corte ha inoltre negato l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando l'abitualità della condotta e la presenza di precedenti penali sintomatici di una propensione alla trasgressione.
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