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Sorveglianza Speciale — Anno 2026

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167 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Violazione della sorveglianza speciale: il ritardo punisce
Un uomo sottoposto alla misura di prevenzione si presenta in ritardo presso l'autorità di pubblica sicurezza per firmare il registro di controllo. I giudici di merito lo condannano per il reato contestato. L'imputato presenta ricorso per Cassazione, sostenendo che il mero ritardo non dimostri una reale intenzione di ribellarsi alle prescrizioni imposte. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e conferma la responsabilità penale. I giudici di legittimità ribadiscono che per configurare la violazione della sorveglianza speciale basta la consapevolezza delle prescrizioni e la cosciente volontà di non rispettarle. A nulla rilevano i motivi o le intenzioni personali del soggetto vigilato. Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione personale: decide la Corte di Appello
Un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale con divieto di soggiorno ha chiesto la revoca del divieto per fatti nuovi durante il giudizio di appello. Il Tribunale e la Corte di Appello hanno sollevato un conflitto negativo, negando entrambi la propria competenza a decidere sulla richiesta. La Corte di Cassazione ha risolto il contrasto stabilendo che la competenza appartiene alla Corte di Appello. Quando la misura di prevenzione personale è oggetto di impugnazione e il giudizio di secondo grado è ancora pendente, la richiesta di modifica o revoca spetta esclusivamente al giudice d'appello e non al tribunale di primo grado.
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Sorveglianza speciale: stop al ricalcolo dopo il carcere
Un uomo sottoposto alla sorveglianza speciale subisce una sospensione della misura per un periodo di custodia cautelare in carcere. Tornato in libertà, l'uomo riprende a subire la misura senza una preventiva rivalutazione della pericolosità sociale. Durante il controllo, le forze dell'ordine contestano violazioni degli orari, minacce con coltello e detenzione illecita di munizioni. La difesa contesta la validità della misura, sostenendo la necessità di un nuovo accertamento della pericolosità dopo il carcere. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la condanna. I giudici chiariscono che solo l'espiazione di pena definitiva impone la verifica della pericolosità, mentre la custodia cautelare mantiene intatta l'esigenza di prevenzione.
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Revoca della sorveglianza speciale tra libertà e vincolo mafioso
Un uomo condannato per associazione mafiosa, estorsione e spaccio di stupefacenti ha richiesto la revoca della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'interessato ha sostenuto il venir meno della propria pericolosità sociale a seguito dell'espiazione di una pena detentiva di sette anni e del trascorrere di un anno di libertà senza commettere violazioni. La Corte d'Appello ha respinto l'istanza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici hanno chiarito che il mero decorso del tempo e l'espiazione della pena non escludono la persistenza del vincolo associativo criminale in assenza di segnali concreti di dissociazione dal sodalizio mafioso.
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Sorveglianza speciale: tra riscatto dichiarato e legami oscuri
Un cittadino ha impugnato il decreto che confermava a suo carico la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo sosteneva di aver tenuto una buona condotta in carcere, di lavorare in un negozio di famiglia e di non essere più socialmente pericoloso, giustificando la presenza accanto a un pregiudicato come un mero viaggio d'affari. I giudici hanno invece rilevato l'assenza di un'attività lavorativa reale e i persistenti contatti con soggetti criminali fuori regione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che contro le misure di prevenzione si può ricorrere solo per violazione di legge e non per contestare la valutazione dei fatti compiuta dai giudici di merito.
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Particolare tenuità del fatto negata per guida senza patente
Un individuo sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno si poneva alla guida di un'autovettura senza aver mai conseguito la patente. I giudici territoriali hanno inflitto all'uomo la pena di quattro mesi di arresto per violazione del codice antimafia. Il condannato ha proposto ricorso per cassazione richiedendo il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, giustificando la condotta con l'uso saltuario dell'auto per raggiungere il posto di lavoro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'esistenza di precedenti specifici e l'uso reiterato del veicolo dimostrano l'abitualità della condotta criminosa, fattore che impedisce categoricamente l'applicazione della particolare tenuità del fatto. L'imputato deve scontare la pena e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: revoca retroattiva ed esito penale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino condannato per il delitto di violazione delle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. In precedenza, i giudici di merito avevano revocato tale obbligo territoriale riconoscendone l'illegittimità originaria, ma avevano comunque confermato la condanna per la violazione commessa nel periodo antecedente alla revoca. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che la revoca dell'obbligo di soggiorno per difetto genetico dei presupposti opera con efficacia retroattiva. Di conseguenza, l'inosservanza contestata non integra il grave delitto legato all'obbligo di soggiorno, ma deve essere riqualificata come semplice contravvenzione, comportando l'annullamento della sentenza e un nuovo giudizio.
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Violazione della sorveglianza speciale: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per detenzione di stupefacenti e violazione della sorveglianza speciale. L'uomo deteneva diverse sostanze destinate alla vendita, materiale per il confezionamento e telefoni cellulari vietati dalla misura di prevenzione, pubblicizzando inoltre l'attività sui canali social. I giudici hanno chiarito che il reato di violazione delle prescrizioni richiede soltanto il dolo generico, rendendo del tutto irrilevanti le giustificazioni personali del trasgressore. La Suprema Corte ha inoltre escluso le circostanze attenuanti generiche a causa dei precedenti penali, condannando il ricorrente alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Convalida dell’arresto: legittimo il fermo oltre il confine
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno ha dichiarato di vivere nel Comune stabilito con la famiglia. Le Forze dell'Ordine lo hanno fermato e arrestato lungo una via di confine che appartiene a un Comune limitrofo, contestando la violazione della misura. Il Tribunale non ha convalidato la misura precautelare, sostenendo la mancata verifica precisa dei confini territoriali da parte degli operanti. Il Procuratore della Repubblica ha presentato ricorso contro questo provvedimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha stabilito che la convalida dell'arresto richiede solo una verifica di ragionevolezza sull'operato della polizia, senza anticipare valutazioni di merito sulla colpevolezza. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza senza rinvio, confermando la piena legittimità dell'arresto.
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Evasione dai domiciliari: no alla particolare tenuità del fatto
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si allontana dal proprio domicilio coatto per recarsi nell'appartamento di un soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale. Ripreso dalle telecamere di sorveglianza, viene accusato del reato di evasione. La difesa richiede l'applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici stabiliscono che l'allontanamento per incontrare un soggetto noto alle forze dell'ordine esclude la particolare tenuità del fatto a causa dell'oggettiva gravità della condotta. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: negato lo sconto di pena dopo dieci anni
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra il delitto di associazione a delinquere, iniziato nel 2003, e le violazioni della sorveglianza speciale commesse nel 2013. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, decisione confermata dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito che non vi è prova di una programmazione unitaria iniziale (disegno criminoso) che includesse, già dieci anni prima, le future violazioni della misura di prevenzione. Tali condotte successive sono state ritenute frutto di autonome decisioni e di una generica propensione a delinquere, escludendo così i benefici del reato continuato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: l’età non cancella la mafia
Un uomo, condannato in passato per associazione mafiosa ed estorsione, ha impugnato il provvedimento che disponeva l'esecuzione della sorveglianza speciale nei suoi confronti. La difesa sosteneva l'assenza di prova circa l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso, l'età avanzata e le condizioni di salute precarie del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'appartenenza a un sodalizio mafioso genera una presunzione di persistenza del vincolo associativo. Questa presunzione può essere superata solo fornendo la prova positiva di un effettivo recesso dall'organizzazione, non bastando il mero decorso del tempo o lo stato di salute, specie se le attività criminali pregresse (come il condizionamento degli appalti) non richiedono particolare vigore fisico.
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Attualità della pericolosità sociale: tra lavoro e narcotraffico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e confisca dei beni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che i giudici avessero confuso la pericolosità con la vicinanza temporale dell'ultimo reato di narcotraffico. La Suprema Corte ha chiarito che l'attualità della pericolosità sociale è stata correttamente motivata: il soggetto, inserito in un ampio contesto criminale apicale, non ha mostrato segni di ravvedimento nonostante i periodi di detenzione. Inoltre, la Corte ha ritenuto irrilevante il confronto con la posizione di un coimputato non sottoposto a misura. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: niente sconti per chi viola gli obblighi
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per aver violato ripetutamente gli obblighi imposti dalla stessa. Il ricorrente ha impugnato la condanna lamentando l'assenza di dolo, il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per questo reato basta il dolo generico, ossia la consapevolezza di violare le prescrizioni. Inoltre, l'abitualità delle condotte (precedenti violazioni ed evasioni) esclude la particolare tenuità del fatto. Infine, il diniego dei benefici di legge può essere implicito, basandosi sulla valutazione complessiva della pericolosità del soggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: assolto per due incontri, complice punito
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due soggetti. Il primo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, era stato condannato per aver frequentato un pregiudicato in due sole occasioni ravvicinate. Il secondo era stato condannato per aver fornito una data di nascita falsa ai Carabinieri durante un controllo. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna del primo ricorrente, stabilendo che due soli incontri non integrano l'abitualità richiesta per violare le prescrizioni della sorveglianza speciale. Al contrario, ha dichiarato inammissibile il ricorso del secondo soggetto, confermando che fornire anche un solo dato anagrafico falso a un pubblico ufficiale integra il reato di falsa attestazione, a prescindere dall'analfabetismo o dal fatto di essere già noto alle forze dell'ordine.
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Assolto ma pericoloso: confermata la misura di prevenzione
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava il provvedimento evidenziando la sua assoluzione per il reato di estorsione e la pendenza del processo per associazione mafiosa e narcotraffico. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che il procedimento di prevenzione è autonomo rispetto a quello penale. Il giudice della prevenzione valuta autonomamente gli elementi di fatto, applicando regole probatorie differenti. Di conseguenza, la pendenza di un processo penale non impedisce l'applicazione della misura di prevenzione se sussistono concreti indizi di pericolosità sociale.
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Misure di prevenzione: la Cassazione frena il ricorso del boss
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione, in particolare la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente, esponente di spicco di un'associazione criminale, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale dopo un lungo periodo di detenzione e l'obbligo di versare una cauzione di trentamila euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la condotta carceraria del soggetto, costellata da sanzioni disciplinari, e il mancato rispetto dell'obbligo di presentazione all'autorità di pubblica sicurezza subito dopo la scarcerazione dimostrano la persistenza della sua pericolosità. Inoltre, la mancanza di un'attività lavorativa lecita conferma il sostentamento tramite proventi illeciti, giustificando la cauzione imposta.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni e sei mesi a carico di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. L'uomo era stato condannato per omicidio e porto abusivo d'armi. La difesa contestava l'attualità della pericolosità e l'uso di un precedente per resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di resistenza tutela la pubblica amministrazione e non la sicurezza pubblica, ma ha ritenuto l'errore irrilevante: i soli reati in materia di armi bastano a giustificare la misura. Inoltre, il periodo trascorso in custodia cautelare in carcere giustifica la persistenza della pericolosità nel tempo, escludendo che il decorso degli anni abbia cancellato l'esigenza di prevenzione. Il ricorso è stato rigettato.
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Sorveglianza speciale: annullata la misura dopo dieci anni di silenzio
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro il decreto che gli applicava la sorveglianza speciale per un anno e sei mesi. I giudici di merito avevano giustificato la misura basandosi su due vecchie condanne del 2007 e 2008 e su un arresto nel 2022 per reati di droga. La Suprema Corte ha rilevato che un vuoto temporale di oltre dieci anni tra i fatti non permette di dimostrare l'abitualità nel commettere reati, elemento fondamentale per l'applicazione della misura. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: no al ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro il provvedimento che applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava l'attualità della propria pericolosità sociale e l'obbligo di dimora. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sui difetti di motivazione non sono ammissibili in questa sede e che la Corte d'Appello ha ampiamente e correttamente giustificato la decisione. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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