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Sorveglianza Speciale — Anno 2026

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167 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Recidiva reiterata: i benefici non cancellano la pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna a un anno di reclusione per violazione degli obblighi della sorveglianza speciale. L'Imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata, sostenendo che i giudici non avessero considerato il suo percorso riabilitativo e la concessione di misure alternative. La Suprema Corte ha chiarito che, per applicare la recidiva reiterata, basta che il soggetto abbia commesso più reati in passato che dimostrino una persistente pericolosità sociale, senza necessità di una precedente formale dichiarazione di recidiva semplice. Inoltre, i benefici penitenziari non incidono sulla valutazione della pericolosità legata ai reati commessi. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale violata: la Cassazione conferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi di arresto per un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'imputato era assente dalla propria abitazione durante un controllo notturno della polizia giudiziaria, violando le prescrizioni imposte. Il ricorso presentato dalla difesa è stato dichiarato inammissibile poiché generico e privo di elementi concreti capaci di smentire la testimonianza dell'agente di polizia. Di conseguenza, la condanna penale diventa definitiva e il ricorrente dovrà pagare anche una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: condanna ferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e tre mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo si era allontanato dal proprio comune di residenza, sostenendo a propria difesa di non aver compreso, nonostante fossero passati sette mesi dall'inizio della misura, che non potesse uscire dal territorio comunale. I giudici hanno ritenuto questa giustificazione del tutto infondata e inverosimile. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche, evidenziando la gravità dei precedenti penali del soggetto, qualificato come pluripregiudicato con recidiva reiterata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il sonno profondo non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per non essere stato trovato in casa durante un controllo notturno delle forze dell'ordine. L'imputato si era giustificato adducendo un sonno profondo che gli aveva impedito di sentire i controllori bussare alla porta. I giudici hanno stabilito che il sonno profondo non esclude la responsabilità penale, poiché il sorvegliato ha il dovere assoluto di rendersi sempre reperibile presso il proprio domicilio. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti di polizia dell'uomo, confermando la condanna a tre mesi e dieci giorni di arresto e disponendo una sanzione pecuniaria per il ricorso inammissibile.
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Sorveglianza speciale: ricorso inammissibile se contesta il merito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale della durata di tre anni. Il ricorrente contestava la valutazione sulla sua pericolosità sociale, lamentando un difetto di motivazione del provvedimento della Corte d'Appello. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare il merito della motivazione, a meno che questa non sia totalmente inesistente o apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: reato anche se l’agente perdona
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e un mese di reclusione. L'uomo aveva violato il coprifuoco imposto dalla sorveglianza speciale e commesso il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. La difesa sosteneva che i pubblici ufficiali non si fossero sentiti offesi. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che per l'integrazione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale è sufficiente la portata oggettivamente offensiva delle parole rivolte agli agenti in servizio. L'interesse tutelato è infatti il prestigio della Pubblica Amministrazione, un bene indisponibile da parte del singolo funzionario. Negata anche la particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'imputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi viola la sorveglianza
L'Imputato è stato condannato a quattro mesi di arresto per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare la particolare tenuità del fatto, non occorre esaminare tutti i criteri di gravità del reato, ma basta indicare quelli ritenuti rilevanti. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno legittimamente valorizzato la gravità della condotta, la personalità allarmante dell'autore e i suoi precedenti penali specifici, escludendo così il carattere occasionale del comportamento. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: dolo e brevi fughe
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione per la violazione della sorveglianza speciale. Il ricorrente sosteneva l'assenza di dolo, evidenziando la brevità dello spostamento e i motivi personali. La Suprema Corte ha invece ribadito che per questo reato è sufficiente il dolo generico. Basta cioè la consapevolezza delle prescrizioni e la volontà cosciente di violarle, rendendo del tutto irrilevanti la distanza percorsa, la durata della violazione o le ragioni personali del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Il caso riguarda un cittadino condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. L'imputato ha proposto ricorso lamentando la mancanza di motivazione della sentenza di condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dal difensore erano del tutto generici e astratti. La Suprema Corte ha chiarito che i motivi di ricorso devono contestare in modo specifico le ragioni della decisione impugnata, pena la loro irricevibilità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Soggiorno coatto e diritto al lavoro: decide il Tribunale
Un cittadino, sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno coatto, ha chiesto di poter ampliare il proprio luogo di dimora per motivi di lavoro. Il Tribunale e la Corte d'appello sono entrati in conflitto su chi dovesse decidere sulla richiesta mentre era pendente il ricorso contro la misura. La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto stabilendo che la competenza spetta al Presidente del Tribunale che ha originariamente applicato la misura di prevenzione, e non alla Corte d'appello. Di conseguenza, il Tribunale di Genova dovrà esaminare l'istanza del cittadino.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: limiti al lavoro
Il Tribunale di Brescia dichiarava inammissibile la richiesta di un soggetto, sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, volta a ottenere l'autorizzazione a lavorare e a trasferire la dimora. Il richiedente sosteneva di poter cambiare unilateralmente domicilio tramite semplice comunicazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno limita la libertà di circolazione. Di conseguenza, qualsiasi modifica del luogo di esecuzione della misura o allontanamento temporaneo, anche per motivi di lavoro, non può avvenire tramite comunicazione unilaterale. È sempre necessario un provvedimento autorizzatorio del giudice, subordinato alla sussistenza di gravi, urgenti e comprovate ragioni, per evitare di vanificare le esigenze di sicurezza pubblica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Citofono rotto e violazione della sorveglianza speciale
Il Sottoposto a misura di prevenzione è stato condannato per la violazione della sorveglianza speciale, non essendosi fatto trovare in casa durante un controllo notturno. La difesa ha giustificato l'assenza sostenendo il malfunzionamento del citofono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Sottoposto poiché generico e non in grado di confutare le prove e la logica della sentenza d'appello, che aveva già motivato l'irrilevanza della scusa del citofono. Il Sottoposto perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: sette incontri casuali costano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, confermando la sua condanna penale. L'uomo era accusato di aver violato l'obbligo di non associarsi abitualmente a persone con precedenti penali, essendo stato sorpreso per ben sette volte in compagnia di un pregiudicato. La difesa sosteneva che gli incontri fossero del tutto casuali e privi del carattere dell'abitualità. I giudici hanno invece stabilito che il numero elevato di incontri, concentrati in un breve lasso di tempo e con modalità organizzate, dimostra una frequentazione stabile e non occasionale. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la Cassazione nega la revoca al ricorrente
Il Sottoposto alla Misura ha impugnato il provvedimento che respingeva la revoca della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta da precedenti reati di stampo mafioso e dalla commissione di un nuovo reato recente. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per vizi di motivazione, a meno che la motivazione non sia totalmente inesistente o apparente. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: annullata la condanna
Il Ricorrente era stato condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale, frequentando pregiudicati dopo un periodo di detenzione inferiore a due anni. La Corte d'Appello aveva ritenuto valida la misura senza una preventiva rivalutazione della pericolosità sociale, basandosi sul vecchio testo dell'art. 14 d.lgs. 159/2011. La Cassazione, applicando la storica sentenza n. 162/2024 della Corte Costituzionale, ha invece stabilito che la rivalutazione della pericolosità sociale è sempre obbligatoria dopo la scarcerazione, indipendentemente dalla durata della detenzione. In mancanza di tale accertamento, la misura rimane sospesa e la sua violazione non costituisce reato. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste.
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Violazione della sorveglianza speciale: ricorso respinto
Il Cittadino, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per aver violato le prescrizioni imposte dal Codice Antimafia. Contro la condanna, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato e contestando la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e manifesta infondatezza, evidenziando che il ricorrente cercava una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati dalle forze dell'ordine nell'immediatezza. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende per la violazione della sorveglianza speciale.
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Guida con patente revocata: l’auto è ferma ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per la guida con patente revocata. L'uomo, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, era stato sorpreso alla guida di una vettura nonostante il provvedimento prefettizio di revoca del titolo di guida. La difesa sosteneva che l'auto fosse ferma in un parcheggio e che il reato fosse ormai prescritto. I giudici di legittimità hanno invece confermato la responsabilità penale del conducente, evidenziando che gli agenti lo avevano visto muoversi prima del controllo. Inoltre, la Corte ha chiarito che il termine di prescrizione non era decorso, applicando le regole di sospensione previste dalla legge Orlando per i reati commessi tra il 2017 e il 2019. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto negata al sorvegliato senza patente
Il Conducente, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato sorpreso alla guida di un veicolo senza aver mai conseguito la patente. Condannato nei gradi di merito, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che per negare il beneficio è sufficiente che il giudice rilevi l'assenza anche di uno solo dei presupposti richiesti dalla legge, come la gravità della lesione alla sicurezza pubblica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione Sorveglianza e Particolare Tenuità del Fatto: Cassazione Nega
Un Lavoratore, sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato per aver violato le prescrizioni, risultando assente dalla sua abitazione. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, invocando l'applicazione della Particolare tenuità del fatto per ottenere la non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che la motivazione del giudice di merito fosse adeguata nell'escludere la Particolare tenuità del fatto, considerando la condotta del Lavoratore non così lieve da giustificare tale beneficio. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Mancato versamento cauzione: povertà non basta, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per una persona che non aveva pagato una cauzione di 3.000 euro, imposta nell'ambito della misura di sorveglianza speciale. La sentenza stabilisce un principio chiaro: il mancato versamento cauzione non può essere giustificato da una generica dichiarazione di povertà. L'imputata avrebbe dovuto utilizzare gli strumenti legali specifici, come la richiesta di dilazione o riduzione dell'importo, per dimostrare la sua impossibilità a pagare. Non avendolo fatto, la sua omissione è stata considerata un reato. Di conseguenza, il suo ricorso è stato respinto e la condanna è diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di un'ulteriore somma.
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