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Sequestro Preventivo — Anno 2026

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555 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sequestro Preventivo

Provvedimenti

Sequestro preventivo: i contanti in casa non provano lo spaccio
Durante una perquisizione domiciliare a carico dell'Indagato, le forze dell'ordine hanno rinvenuto 0,37 grammi di cocaina, un bilancino di precisione e la somma di 4.500 euro in contanti nascosta in un armadio. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo del denaro, ritenendolo profitto dell'attività di spaccio. L'Indagato ha impugnato il provvedimento contestando la mancanza di prove sul legame tra il denaro e il reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato il sequestro. I giudici hanno stabilito che, per sequestrare somme di denaro, è indispensabile dimostrare un nesso di pertinenzialità diretto e specifico con il reato contestato, escludendo che si possa basare la misura su semplici supposizioni o su generiche attività di spaccio passate.
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Sequestro preventivo annullato: l’imprenditore batte il Fisco
L'Amministratore di un'azienda subisce un sequestro preventivo di oltre trecentomila euro per l'asserito utilizzo di fatture false emesse da una presunta società cartiera. Il Tribunale del Riesame conferma la misura cautelare senza valutare i numerosi documenti e le testimonianze prodotte dalla difesa a dimostrazione dell'effettiva operatività della società fornitrice. La Corte di Cassazione annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità stabiliscono che il giudice non può limitarsi a una verifica astratta delle accuse, ma deve esaminare in modo puntuale e coerente le prove difensive per verificare la sussistenza del presupposto del reato. L'Amministratore ottiene così l'annullamento del provvedimento e un nuovo giudizio.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: auto sequestrata
Il Tribunale di Ravenna ha confermato il sequestro preventivo di un'auto di lusso intestata a un prestanome, ma utilizzata dal reale gestore di un laboratorio tessile. Quest'ultimo aveva accumulato un debito fiscale di oltre due milioni di euro attraverso un meccanismo di imprese fittizie intestate a terzi. Il prestanome ha fatto ricorso sostenendo che il debito non fosse formalmente intestato al reale gestore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro. I giudici hanno stabilito che, per configurare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, non serve che il debito sia formalmente intestato all'amministratore di fatto, potendo il giudice penale accertare chi sia il reale debitore dietro lo schermo dei prestanome.
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Sequestro nullo: l’omessa notifica al difensore cancella tutto
Il Tribunale di Brescia aveva confermato il sequestro preventivo di oltre 147.000 euro nei confronti di un indagato per frode fiscale e riciclaggio. Tuttavia, l'avviso di fissazione dell'udienza era stato erroneamente notificato a un avvocato omonimo di un altro foro, anziché al difensore di fiducia scelto dall'indagato. Di conseguenza, l'udienza si era svolta senza la difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa notifica al difensore determina una nullità assoluta e insanabile dell'udienza e del successivo provvedimento. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame per una nuova decisione.
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Sequestro preventivo di beni in trust: stop a spese notarili
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di dissequestro di 12.000 euro richiesti da una società fiduciaria per pagare le spese notarili di sostituzione del gestore. I beni erano già sottoposti a sequestro preventivo di beni in trust poiché costituiti con finalità elusive da un soggetto indagato per reati fiscali e truffa. La Suprema Corte ha stabilito che le spese per il funzionamento e l'operatività del trust, comprese quelle notarili per il cambio del gestore, non rientrano tra le spese necessarie alla conservazione e custodia dei beni sequestrati. Tali costi gravano sull'interesse privato del disponente e non sullo Stato. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna della società alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo per reati tributari: stop se si paga a rate
Il Tribunale di Napoli aveva confermato il sequestro preventivo per reati tributari nei confronti dell'Amministratore di una società incorporata in un'altra. La nuova società aveva ottenuto la rateizzazione del debito IVA e stava pagando regolarmente. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la fusione per incorporazione comporta il trasferimento di tutti i debiti alla nuova società. Di conseguenza, la rateizzazione del debito impedisce il sequestro preventivo per reati tributari, a meno che non esista un concreto pericolo di dispersione dei beni. Il caso torna al Tribunale per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: la moto acquistata va comunque allo Stato
Una società concessionaria acquista una moto precedentemente intestata a un soggetto indagato per reati di droga. L'acquisto avviene il 24 marzo, dopo che il giudice ha emesso un provvedimento di sequestro preventivo (10 marzo) e dopo la sua trascrizione nei registri (19 marzo), ma prima della materiale esecuzione del blocco (25 marzo). La società chiede la restituzione del veicolo ritenendosi acquirente in buona fede. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: il sequestro preventivo e la sua trascrizione sono anteriori all'acquisto. La data di materiale esecuzione del vincolo non rileva rispetto alle esigenze di giustizia penale. La società perde definitivamente la moto.
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IVA di gruppo e sequestro: quote bloccate ma sanzioni a rischio
Una società controllata partecipava al regime dell'IVA di gruppo. Nel corso dell'anno d'imposta, le quote dell'intero gruppo societario venivano sottoposte a sequestro preventivo penale con la conseguente nomina di custodi giudiziari. L'Agenzia delle Entrate ha disconosciuto l'agevolazione per perdita del requisito del controllo societario, emettendo una cartella di pagamento per sanzioni e interessi. La Corte di Cassazione ha confermato che il sequestro delle quote toglie ai soci il diritto di voto e la disponibilità delle azioni, escludendo così il requisito del controllo necessario per l'IVA di gruppo. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione, da parte dei giudici d'appello, della richiesta di annullamento delle sanzioni per obiettiva incertezza della legge, rinviando la causa per questo specifico esame.
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Liquidazione IVA di gruppo: fisco batte sequestro penale
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento nei confronti di una società, disconoscendo il regime di liquidazione IVA di gruppo. Secondo il fisco, il sequestro preventivo penale delle quote societarie aveva fatto venir meno il controllo richiesto dalla legge. La società ha contestato la cartella, lamentando la violazione del contraddittorio e l'uso scorretto del controllo automatizzato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che l'invio della comunicazione di irregolarità ha garantito il diritto di difesa del contribuente, che ha potuto presentare memorie. Inoltre, la procedura automatizzata è legittima per escludere benefici fiscali in assenza dei requisiti di base. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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Sequestro preventivo: ricorso respinto per vizio di forma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall'Amministratore di una società contro il provvedimento di sequestro preventivo di alcuni beni. Il Tribunale del Riesame aveva già respinto l'istanza per due motivi principali: la mancanza di una procura speciale valida per la società proprietaria dei beni (terza rispetto al processo) e la mancata allegazione, da parte dell'indagata in proprio, di un interesse concreto e attuale a opporsi al vincolo. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che l'interesse ad agire deve essere specificamente dedotto davanti al giudice del riesame e non può essere dimostrato tardivamente in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Scarico di acque reflue senza autorizzazione: stop all’impianto
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento industriale che effettuava lo scarico di acque reflue senza autorizzazione nella rete fognaria pubblica. L'amministratore della società aveva proseguito l'attività nonostante il preavviso di diniego del rinnovo dell'autorizzazione ambientale, giustificato anche da insanabili abusi edilizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che lo scarico di acque reflue senza autorizzazione costituisce un reato di pericolo astratto e permanente. Inoltre, ha chiarito che il legale rappresentante, come persona fisica, non può impugnare il sequestro di beni societari senza dimostrare un interesse concreto e diretto alla restituzione. Di conseguenza, lo stabilimento resta sigillato e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: spiaggia privata contro demanio pubblico
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento balneare in Calabria. Il Gestore aveva occupato abusivamente un'area demaniale di circa 1800 metri quadri, a fronte di una concessione limitata a soli 510 metri quadri. Sull'area pendevano inoltre vincoli paesaggistici, di erosione costiera e di rispetto ferroviario, quest'ultimo palesemente violato. La difesa sosteneva la validità dei titoli edilizi e l'assenza di pericoli, ma i giudici hanno evidenziato che la massiccia sovraoccupazione e il mancato pagamento degli indennizzi comportano la decadenza automatica della concessione demaniale. Di conseguenza, i permessi di costruire perdono efficacia. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la legittimità del sigillo giudiziario sulla struttura.
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Sequestro beni e pagamento sanzione in misura ridotta: no sconti
L'Ispettorato del Lavoro ha sanzionato un'amministratrice e la sua società per somministrazione irregolare di personale. I soggetti hanno contestato l'ordinanza, sostenendo di non aver potuto effettuare il pagamento sanzione in misura ridotta entro i termini a causa di un sequestro preventivo penale che aveva azzerato la loro liquidità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il sequestro dei beni non costituisce automaticamente una causa di forza maggiore. Per beneficiare dell'esimente, i ricorrenti avrebbero dovuto dimostrare l'assoluta impossibilità di attingere ad altre risorse economiche o di ottenere credito, oltre a provare di aver richiesto tempestivamente il dissequestro parziale delle somme necessarie. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le sanzioni piene e le spese di giudizio.
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Indebita compensazione: il fisco smaschera la falsa ricerca
L'Amministratrice di una cooperativa è stata indagata per aver utilizzato fatture false e operato un'indebita compensazione di crediti d'imposta inesistenti per ricerca e sviluppo, accumulando un profitto illecito di oltre 450.000 euro. Il Tribunale ha quindi disposto il sequestro preventivo dei suoi beni. L'indagata ha fatto ricorso sostenendo il ritardo nella decisione del Tribunale del Riesame e contestando la mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine di dieci giorni per la decisione sul riesame decorre solo da quando il tribunale riceve tutti gli atti completi. Inoltre, la Cassazione ha confermato che l'Agenzia delle Entrate ha piena competenza tecnica per valutare l'inesistenza dei crediti d'imposta utilizzati per la compensazione.
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Confisca allargata: senza reddito il denaro va allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di somme di denaro (circa 12.400 euro e 536 dollari) nei confronti di un soggetto indagato per reati di droga. Il provvedimento è finalizzato alla confisca allargata, basandosi sulla netta sproporzione tra il denaro rinvenuto e l'assenza di redditi leciti del soggetto, privo di attività lavorativa. La difesa contestava l'inversione dell'onere della prova e la valutazione della sproporzione al momento del sequestro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, accertata la sproporzione patrimoniale, spetta all'indagato l'onere di allegare prove concrete sulla provenienza lecita delle somme. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso per cassazione tardivo: confermato il sequestro al casinò
Il ricorrente, indagato per corruzione, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Aosta che confermava il sequestro preventivo di oltre trecentomila euro. La difesa ha contestato la qualifica di incaricato di pubblico servizio del cassiere della casa da gioco coinvolto, la sussistenza del reato e la proporzionalità del sequestro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile senza esaminare i motivi di merito. La decisione si fonda sul rilievo che l'impugnazione è stata depositata ben oltre il termine perentorio di quindici giorni dalla notifica del provvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando la perdita temporanea delle somme sequestrate.
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Sequestro preventivo per sproporzione: contanti a un disoccupato
Un uomo, trovato in possesso di 247 grammi di cocaina e oltre 11.000 euro in contanti, subisce il sequestro del denaro. Inizialmente, il Tribunale annulla il sequestro perché non vi è prova che il denaro sia il profitto diretto dello spaccio contestato. Successivamente, il Pubblico Ministero dispone un nuovo sequestro preventivo per sproporzione, evidenziando che l'indagato è disoccupato dal 2018 e privo di redditi leciti. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della difesa. La Corte stabilisce che il principio del divieto di doppio giudizio non si applica se il nuovo provvedimento si fonda su presupposti diversi (la sproporzione patrimoniale anziché il profitto diretto) e su elementi di fatto mai valutati prima, come lo stato di disoccupazione dell'indagato.
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Sequestro preventivo: fiches e contanti non fanno la corruzione
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava il sequestro preventivo a carico di alcuni indagati e di una società, coinvolti in un presunto giro di corruzione, riciclaggio e reati fiscali legati a una casa da gioco. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze motivazionali. In particolare, il Tribunale non ha verificato se il dipendente del casinò avesse davvero la qualifica di incaricato di pubblico servizio, né ha motivato in modo specifico sul pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). Inoltre, per la società, è mancata la valutazione autonoma della colpa di organizzazione. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: l’auto di lusso resta bloccata
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di un'autovettura di lusso ritenuta provento del reato di ricettazione. L'indagato aveva impugnato il provvedimento lamentando l'assenza di prove sul pericolo di dispersione del bene e contestando l'uso di strumenti informatici per la traduzione dei documenti difensivi. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, chiarendo che il sequestro preventivo è legittimo se motivato in modo logico e coerente. Nel caso specifico, i tentativi dell'indagato di occultare la provenienza illecita del veicolo giustificano ampiamente la misura cautelare. Inoltre, la vettura rientra nella categoria di cose pertinenti al reato, giustificando il vincolo per evitare che la libera disponibilità del mezzo possa agevolare ulteriori illeciti.
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Sequestro preventivo di denaro: nullo se il contante è di terzi
Durante una perquisizione domiciliare a carico di un soggetto indagato per detenzione di stupefacenti, la Guardia di Finanza ha rinvenuto e sequestrato la somma di 1.790 euro in contanti. Il Giudice per le indagini preliminari ha successivamente disposto il sequestro preventivo di denaro ritenendolo profitto del reato. L'Indagato ha proposto riesame, sostenendo che il denaro appartenesse alla madre e alla sorella. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di interesse, poiché il denaro non era di sua proprietà. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Indagato, affermando che sussiste l'interesse al riesame quando il vincolo incide direttamente sulla sua posizione, essendo il denaro qualificato come profitto del reato a lui ascritto. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il sequestro, disponendo la restituzione della somma.
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