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Rito Fornero

68 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una procedura processuale speciale e più rapida, introdotta dalla Legge n. 92/2012, per le controversie relative ai licenziamenti nelle imprese di maggiori dimensioni.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Trasferimento d’azienda e reintegrazione: tutele per i dipendenti
La vicenda nasce dall'impugnazione di un licenziamento illegittimo intimato nell'ambito di una procedura collettiva da una compagnia aerea cedente a una dipendente. In seguito alla cessione del compendio aziendale a una nuova società, la lavoratrice ha chiesto giudizialmente l'annullamento del recesso e il passaggio del rapporto di lavoro alla società acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso e il diritto della dipendente alla prosecuzione del rapporto presso la società cessionaria. I giudici hanno chiarito che il trasferimento d'azienda e reintegrazione operano pienamente, poiché gli accordi sindacali in deroga non possono sopprimere la tutela dell'occupazione preesistente in contrasto con le norme comunitarie. Di conseguenza, l'azienda cedente risponde delle indennità risarcitorie, mentre la cessionaria deve reintegrare la dipendente.
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Trasferimento d’azienda e licenziamento: Cassazione inammissibile
Una Società ha impugnato la decisione che aveva annullato i licenziamenti di alcuni Lavoratori, ritenendo che l'accordo originario fosse una locazione e non un trasferimento d'azienda. I giudici precedenti avevano invece qualificato l'operazione come trasferimento d'azienda, con conseguente subentro della Società nei rapporti di lavoro e illegittimità dei licenziamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società. Ha confermato che la questione del trasferimento d'azienda e licenziamento non poteva essere riesaminata in Cassazione, in quanto richiedeva una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. La Società è stata condannata a pagare le spese legali.
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Licenziamento del socio lavoratore: reintegrazione negata in cooperativa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice socia di cooperativa. La lavoratrice aveva impugnato il suo licenziamento per giustificato motivo oggettivo del 2013 e un successivo contratto a termine, chiedendo la reintegrazione o un risarcimento. La Corte ha ribadito che l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede la reintegrazione, è esclusa per il licenziamento del socio lavoratore se cessa anche il rapporto associativo per motivi legati al rapporto sociale e la delibera di esclusione non è stata contestata. Inoltre, ha confermato l'inammissibilità di nuove domande introdotte tardivamente nel processo, che avrebbero alterato l'oggetto della controversia.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: indennizzo dovuto
Un dipendente viene licenziato per presunti legami con la criminalità organizzata emersi da un'informativa prefettizia. Il tribunale accerta l'assoluta insussistenza del fatto, ritenendo l'atto illegittimo. Nel frattempo, l'azienda comunica un secondo recesso per scadenza dell'appalto, continuando a retribuire il lavoratore fino al termine effettivo. I giudici di merito negano quindi qualsiasi risarcimento per il primo recesso, sostenendo l'assenza di un danno economico effettivo. La Corte di Cassazione ribalta la pronuncia e stabilisce che, a fronte di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo privo di fondamento reale, spetta comunque l'indennità risarcitoria minima di cinque mensilità. Tale indennizzo è dovuto per il semplice fatto dell'illegittima espulsione, a prescindere dalla continuità delle retribuzioni percepite prima della chiusura formale del rapporto.
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Perde l’appalto ma assume: nullo il licenziamento oggettivo
Una cooperativa sociale ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un'educatrice a seguito della perdita di un appalto per la gestione di asili nido. La dipendente ha impugnato il recesso contestando la violazione dell'obbligo di ripescaggio (repêchage). I giudici di merito hanno accertato la disponibilità di posti vacanti e l'assunzione di nuovo personale a termine in altre strutture gestite dalla società, dichiarando illegittimo il recesso e condannando il datore di lavoro all'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che l'azienda non ha assolto l'onere probatorio relativo all'impossibilità di ricollocare la lavoratrice all'interno della propria organizzazione aziendale.
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Impugnazione del licenziamento: l’errore formale costa la causa
Un'azienda ha licenziato una dipendente. Il Tribunale, nella fase sommaria del Rito Fornero, ha dichiarato il licenziamento illegittimo ordinando il reintegro. L'azienda ha proposto direttamente reclamo in Corte d'Appello, saltando la fase di opposizione. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il reclamo. La Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che l'impugnazione del licenziamento tramite Rito Fornero prevede obbligatoriamente una struttura a due fasi. Non si può ricorrere direttamente in appello contro l'ordinanza sommaria, a meno che il primo giudice non abbia espressamente unificato le fasi fin dall'inizio. L'azienda perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Estinzione del giudizio: l’errore formale che cancella i diritti
I Lavoratori hanno impugnato il licenziamento collettivo avviando la procedura speciale del rito Fornero. A causa della mancata comunicazione della data d'udienza da parte della cancelleria, nessuna delle parti si è presentata. Il giudice ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio. Invece di proporre reclamo, i difensori dei lavoratori hanno chiesto la rimessione in termini, ottenendo inizialmente una decisione favorevole nel merito. La Corte d'Appello prima, e la Corte di Cassazione poi, hanno ribaltato l'esito. La Suprema Corte ha stabilito che contro l'ordinanza che dichiara l'estinzione del giudizio l'unico rimedio possibile è il reclamo formale. Di conseguenza, l'omessa impugnazione ha reso definitiva l'estinzione, precludendo l'esame dei licenziamenti. I lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Licenziamento collettivo: no ai tagli se l’azienda assume
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo avviato da una compagnia aerea e la nullità del recesso intimato a una lavoratrice nel periodo protetto per matrimonio. I giudici hanno accertato la violazione dei criteri di scelta dei lavoratori, illegittimamente limitati a livello locale anziché nazionale, e l'acquisizione di nuovo personale in concomitanza con la procedura di esubero. Inoltre, in caso di trasferimento d'azienda in crisi, l'accordo sindacale non può escludere il passaggio automatico dei dipendenti all'impresa acquirente. Di conseguenza, la Corte ha respinto i ricorsi delle società, confermando l'obbligo di reintegrare le lavoratrici e di risarcire i danni in solido.
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Trasferimento di azienda: vince il dipendente licenziato
Una banca in liquidazione ha ceduto le proprie attività a un nuovo istituto di credito. Il Lavoratore, licenziato dalla banca cedente, ha richiesto la continuità del rapporto di lavoro con la banca acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione ha costituito un effettivo trasferimento di azienda. Di conseguenza, in mancanza di un valido accordo sindacale trilaterale che potesse derogare alle tutele di legge, il rapporto di lavoro si è trasferito automaticamente alla banca cessionaria ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. Il licenziamento intimato dalla cedente è stato dichiarato inefficace poiché avvenuto quando il rapporto era già passato alla nuova banca. La banca acquirente deve quindi riassumere il dipendente e risarcirgli i danni.
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Licenziamento per giusta causa: ricorso tardivo e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore contro il rigetto della revocazione della sentenza che confermava il suo licenziamento per giusta causa. Il Lavoratore era stato licenziato dall'Azienda per aver indotto un terzo a mentire e per aver installato antenne difformi dal progetto. Il Lavoratore ha impugnato la decisione oltre il termine di sessanta giorni dalla comunicazione via PEC della sentenza di appello. La Suprema Corte ha chiarito che il rito speciale (Rito Fornero) attrae anche il giudizio di revocazione, rendendo tardivo il ricorso notificato oltre la scadenza calcolata dalla comunicazione di cancelleria. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Licenziamento collettivo: azienda perde per poca trasparenza
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di due dipendenti per incompletezza informativa della comunicazione di avvio della procedura di mobilità. L'Azienda lamentava anche l'errata applicazione del rito ordinario anziché del rito Fornero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la mancata conversione del rito non invalida il processo se non arreca un concreto pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'illegittimità del licenziamento collettivo poiché la comunicazione iniziale non specificava i motivi per cui la riduzione del personale era limitata a un solo stabilimento, impedendo un trasparente confronto sindacale. I lavoratori ottengono la reintegrazione e il risarcimento.
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Rito Fornero e dipendenti pubblici: la Cassazione taglia i tempi
Un dirigente medico impugna il licenziamento per superamento del periodo di comporto. Il Tribunale rigetta la domanda applicando il rito Fornero. Il lavoratore propone appello oltre il termine di trenta giorni, ritenendo inapplicabile tale rito al pubblico impiego e contestando vizi formali nella notifica via PEC della sentenza. La Corte d'Appello dichiara l'appello inammissibile per tardività. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il rito Fornero si applica anche ai dipendenti pubblici e, in ogni caso, per il principio di ultrattività del rito, l'impugnazione deve seguire i termini della procedura concretamente applicata in primo grado. Inoltre, lievi irregolarità formali della PEC non impediscono la decorrenza del termine se la sentenza è stata comunque ricevuta. Il ricorso del lavoratore viene rigettato.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: errore fatale
Un dipendente ha impugnato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dall'azienda dopo il suo rifiuto a un demansionamento. Il lavoratore ha avviato la causa con il rito Fornero, ma ha commesso un errore procedurale: ha contestato la prima decisione sfavorevole con un reclamo anziché con un ricorso in opposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno inoltre chiarito che, durante l'emergenza COVID-19, la sostituzione dell'udienza in presenza con lo scambio di note scritte non viola il diritto di difesa. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Licenziamento collettivo: rito errato ma il lavoratore vince
Un'azienda ha intimato un licenziamento collettivo a un dipendente a seguito di una procedura di mobilità limitata a un singolo stabilimento. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento con rito ordinario invece del rito Fornero. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento per carenza di informazioni nella comunicazione di avvio della procedura e ha ordinato la reintegrazione del dipendente, anche in altre sedi aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che l'errore sul rito processuale non comporta la decadenza dell'azione se non causa un reale pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'obbligo di reintegrazione generica in azienda in caso di chiusura della sede originaria e ha respinto la richiesta di riduzione del risarcimento per aliunde perceptum poiché priva di prove specifiche. Vince il lavoratore.
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Inesistenza della notificazione: ricorso vuoto e causa persa
Un lavoratore impugna il licenziamento ma, nel notificare il ricorso alla banca datrice di lavoro, omette per errore di allegare il file del ricorso stesso, inviando solo il decreto di fissazione dell'udienza. La banca si costituisce in giudizio solo per eccepire il vizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore, confermando l'inesistenza della notificazione. I giudici chiariscono che la totale mancanza dell'atto da consegnare impedisce al destinatario di conoscere la pretesa e non costituisce un semplice vizio formale. Di conseguenza, si configura l'inesistenza della notificazione, vizio insanabile che non viene sanato dalla costituzione della controparte, rendendo tardivo ogni successivo tentativo di notifica oltre i termini perentori.
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Rito Fornero: il salto di grado costa caro al lavoratore
Un lavoratore, licenziato per superamento del periodo di comporto, ha impugnato il provvedimento tramite il Rito Fornero. Il Tribunale ha respinto il ricorso nella prima fase sommaria. Il lavoratore ha proposto direttamente reclamo in Corte d'Appello, saltando la necessaria fase di opposizione davanti allo stesso Tribunale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il Rito Fornero in primo grado ha una struttura bifasica: contro l'ordinanza sommaria l'unico rimedio possibile è l'opposizione dinanzi allo stesso giudice di primo grado, e non il reclamo immediato in appello. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Licenziamento collettivo: legittimo anche con solidarietà attiva
Due lavoratrici hanno impugnato il loro licenziamento collettivo, intimato nell'ambito di una riorganizzazione aziendale che prevedeva l'esternalizzazione dei servizi di prenotazione. Le dipendenti lamentavano la genericità dei criteri di scelta basati sulle esigenze aziendali e la violazione del divieto di licenziamento durante un contratto di solidarietà. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle lavoratrici. I giudici hanno chiarito che il criterio delle esigenze aziendali è legittimo se risponde a scelte organizzative non discriminatorie. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato che il divieto di licenziamento legato ai contratti di solidarietà è stato abrogato prima dell'avvio della procedura, rendendo quindi lecito il provvedimento espulsivo. L'azienda ha vinto la causa e le lavoratrici sono state condannate al pagamento delle spese processuali.
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Rito Fornero: l’azienda contumace può difendersi nell’opposizione
Un Lavoratore era stato licenziato per aver superato il periodo di comporto. Il Tribunale, nella prima fase sommaria del Rito Fornero, aveva dichiarato nullo il licenziamento. L'Azienda, rimasta contumace nella prima fase, ha fatto opposizione. La Corte di Appello ha ritenuto che l'Azienda non potesse presentare nuove prove o documenti perché non si era difesa all'inizio. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che il Rito Fornero è un unico giudizio diviso in due parti. Chi non partecipa alla prima fase sommaria mantiene comunque il diritto di difendersi pienamente e presentare nuove prove nella successiva fase di opposizione. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Licenziamento confermato per tardività del ricorso: fatale la PEC
Un dirigente, licenziato per aver criticato aspramente un superiore, ha impugnato il provvedimento. Dopo la conferma del licenziamento in Appello, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile per un vizio procedurale. La causa della decisione è la tardività del ricorso per licenziamento. Il termine di 60 giorni per l'impugnazione era infatti scaduto, essendo partito dalla data di comunicazione della sentenza via PEC da parte della cancelleria. L'attestazione del cancelliere ha valore di atto pubblico e non è stata contestata. Di conseguenza, il licenziamento è diventato definitivo.
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Estromissione dal giudizio: l’errore che può costare la causa
Due lavoratori citano in giudizio due aziende per licenziamento illegittimo. Durante la fase iniziale, il giudice decide per l'estromissione dal giudizio di una delle due società. I lavoratori non impugnano questa specifica decisione. La Corte di Cassazione ha stabilito che la mancata impugnazione ha reso definitiva l'esclusione di quell'azienda dal processo. Anche se in fasi successive si è tentato di reintegrarla, la decisione iniziale era ormai passata in giudicato (diventata intoccabile). Questo principio conferma che anche le ordinanze che sembrano solo procedurali, se decidono su un punto specifico come l'esclusione di una parte, devono essere contestate subito per non perdere il diritto di farlo.
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