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Ritenuta D'Acconto

101 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una somma che viene trattenuta da chi paga un compenso (sostituto d'imposta) e versata direttamente allo Stato come anticipo sulle tasse del beneficiario.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Risarcimento Danni: Lucro Cessante Tassabile, Danno Emergente No
Un lavoratore, escluso ingiustamente da un concorso per la dirigenza, otteneva un risarcimento danni dall'ente. L'ente applicava la `tassazione risarcimento danni` (IRPEF) sulle somme erogate. Il lavoratore chiedeva il rimborso, sostenendo che le somme fossero danno emergente e non reddito. La Commissione Tributaria Regionale stabiliva che il danno patrimoniale (lucro cessante) era tassabile, mentre il danno esistenziale (danno emergente) no. La Cassazione ha confermato che le somme risarcitorie che sostituiscono redditi persi (lucro cessante) sono soggette a tassazione, anche se derivanti da `perdita di chance` se quantificate in base a redditi non percepiti. Le somme che riparano un pregiudizio diverso, come il danno morale o esistenziale (danno emergente), non sono tassabili. Il ricorso del lavoratore è stato respinto.
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Ripetizione indebito ritenuta d’acconto: Giudice Civile decide, non Fisco
Un Cliente ha agito contro un Professionista per ottenere la ripetizione indebito ritenuta d'acconto e IVA, sostenendo di aver pagato due volte queste somme relative a prestazioni professionali. Il Professionista ha contestato la giurisdizione del giudice ordinario, ritenendo competente il giudice tributario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Professionista. Ha stabilito che le controversie tra sostituto e sostituito d'imposta, che non riguardano il rapporto con l'erario ma solo la legittimità delle ritenute tra privati, rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario. Il Cliente ha quindi ottenuto il diritto alla restituzione delle somme.
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Ritenuta d’acconto: Azienda vs Fisco, Cassazione rinvia a udienza pubblica
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'Azienda di moda la mancata applicazione della ritenuta d'acconto del 30% su pagamenti a società intermediarie inglesi. Questi pagamenti riguardavano prestazioni professionali di stilisti, parrucchieri e truccatori non residenti, impiegati per sfilate. I giudici tributari di primo e secondo grado hanno dato ragione all'Agenzia. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha ritenuto le questioni di diritto complesse e ha rinviato la trattazione del ricorso a una pubblica udienza, per approfondire la questione della ritenuta d'acconto.
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Ritenuta d’acconto non residenti: la Cassazione tutela l’Azienda
L'Amministrazione Finanziaria contestò a un'Azienda l'omessa applicazione della ritenuta d'acconto non residenti su provvigioni pagate a incaricati alle vendite senza stabile organizzazione in Italia. I giudici di merito avevano ritenuto tali compensi "redditi diversi" tassabili. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, in assenza di una stabile organizzazione in Italia, i redditi d'impresa percepiti da soggetti non residenti non sono tassabili nel territorio italiano. Pertanto, l'Azienda non aveva alcun obbligo di ritenuta d'acconto. La sentenza impugnata è stata cassata, accogliendo il ricorso dell'Azienda.
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Tassazione rendimenti fondi previdenziali: Cassazione nega rimborso IRPEF
Un ex dirigente ha chiesto il rimborso dell'IRPEF pagata in eccesso su somme ricevute da un fondo previdenziale aziendale, sostenendo l'applicazione di un'aliquota agevolata del 12,50% per i rendimenti. La Corte di Cassazione ha chiarito che la **tassazione rendimenti fondi previdenziali** interni, che non investono sui mercati finanziari, non può beneficiare di tale aliquota ridotta. I cosiddetti "rendimenti" di questi fondi sono considerati una mera differenza contabile. La Corte ha quindi rigettato la richiesta di rimborso del contribuente, confermando la posizione dell'Agenzia delle Entrate.
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Ritenuta d’acconto: Provvigioni a non residenti, quando non si applica
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'Azienda la mancata applicazione della ritenuta d'acconto su provvigioni a non residenti. L'Azienda pagava bonus a incaricati alle vendite a domicilio, residenti all'estero e senza stabile organizzazione in Italia, per le vendite generate dalla loro rete. L'Agenzia riteneva queste provvigioni imponibili in Italia. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, se l'intermediario non residente non ha una stabile organizzazione in Italia, le provvigioni non sono tassabili nel territorio italiano e, di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di ritenuta d'acconto. L'Azienda ha vinto, e l'accertamento fiscale è stato annullato.
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Provvigioni Non Residenti: Niente Ritenuta Senza Stabile Organizzazione
L'Agenzia delle Entrate contestava a un'Azienda l'omessa applicazione della ritenuta d'acconto su provvigioni (bonus) pagate a incaricati alle vendite non residenti, privi di stabile organizzazione in Italia. L'Agenzia considerava questi compensi "redditi diversi" soggetti a ritenuta del 30%. L'Azienda sosteneva fossero redditi d'impresa non tassabili in Italia in assenza di una stabile organizzazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, confermando che la Tassazione provvigioni non residenti è esclusa se l'agente non ha una stabile organizzazione nel territorio italiano, qualificando tali provvigioni come redditi d'impresa non soggetti a ritenuta.
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Banca vince su Fisco: Rimborso ritenuta d’acconto confermato
Una Banca ha richiesto il rimborso di una ritenuta d'acconto di circa 103.000 euro versata sui dividendi ai suoi soci, sostenendo che tale versamento non era più dovuto a seguito di modifiche normative. L'Agenzia delle Entrate ha opposto un silenzio-rifiuto. La Commissione Tributaria Regionale ha parzialmente accolto il ricorso della Banca. L'Agenzia delle Entrate ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la nullità della sentenza per violazione delle norme procedurali e contraddittorietà della motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, confermando il diritto della Banca al rimborso della ritenuta d'acconto. Ha ritenuto infondate le contestazioni dell'Agenzia, poiché la Banca aveva pienamente assolto al suo onere probatorio dimostrando l'indebito versamento.
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Cessione Brevetto: La Cassazione Conferma la Ritenuta d’Acconto
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'Azienda l'omesso versamento della **ritenuta d'acconto su cessione brevetto** per un'operazione del 2005. L'Azienda riteneva che il pagamento fosse un contributo spese per ricerca, non un compenso per la cessione di un brevetto industriale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. Ha stabilito che, sia che si trattasse di cessione di brevetto sia di diritto al brevetto, l'operazione costituiva un'utilizzazione economica di un'opera dell'ingegno, soggetta a tassazione come reddito da lavoro autonomo e, di conseguenza, alla ritenuta d'acconto. I motivi procedurali sollevati dall'Azienda sono stati dichiarati inammissibili.
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Accordo transattivo e oneri fiscali: no al rimborso IRPEF
Un lavoratore e la propria azienda stipulano una conciliazione per chiudere ogni contenzioso. L'intesa prevede il versamento di una somma netta di 123.000 euro. La società inserisce una clausola in cui dichiara di farsi carico di ogni onere fiscale legato alla specifica tassazione dell'importo e versa la ritenuta d'acconto. In sede di dichiarazione dei redditi, il lavoratore versa un saldo IRPEF aggiuntivo di oltre 32.000 euro e ne pretende il rimborso dalla società tramite ingiunzione. La Corte di Cassazione respinge la richiesta del dipendente. I giudici stabiliscono che la clausola su accordo transattivo e oneri fiscali copre unicamente il prelievo fiscale diretto della transazione. L'azienda non risponde del conguaglio derivante dal reddito complessivo del contribuente. Vince la società datrice.
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Rimborso delle ritenute fiscali sui diritti TV: ricorso respinto
Una società estera ha concesso i diritti televisivi di partite di calcio a un'emittente italiana, subendo una trattenuta fiscale dell'otto per cento sul compenso lordo. La società non residente ha quindi richiesto all'Erario il rimborso delle ritenute fiscali, sostenendo l'illegittimità del prelievo sul fatturato lordo anziché sul reddito netto e lamentando una violazione dei principi europei di libera prestazione dei servizi. I giudici di merito hanno respinto la richiesta a causa della mancata prova dei costi deducibili e dell'assenza di una reale doppia tassazione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso dell'operatore estero poiché non ha dimostrato l'effettiva inerenza dei costi sostenuti né l'impossibilità di recuperare l'imposta nel proprio Paese di residenza.
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Accertamento fiscale e definizione agevolata della controversia
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro il titolare di un bar, contestando il mancato versamento di ritenute fiscali sulle retribuzioni del personale per presunte prestazioni lavorative non dichiarate. Dopo i primi gradi di giudizio, la causa è approdata in Cassazione. Il contribuente ha depositato formale richiesta per accedere alla definizione agevolata della controversia prevista dalla legge sulla riforma della giustizia tributaria. I giudici di legittimità hanno accolto la domanda, sospendendo il processo per consentire il completamento della procedura di regolarizzazione del debito.
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Accordo della filiale e rimborso ritenute su royalties
Una società controllata italiana ha concordato un accertamento fiscale con l'amministrazione finanziaria per ritenute non versate su compensi per diritti d'autore. La casa madre estera, effettivo beneficiario delle somme, ha presentato domanda per ottenere il rimborso ritenute su royalties per evitare una doppia tassazione vietata dalle norme europee. I giudici di merito hanno respinto la richiesta sostenendo l'intoccabilità dell'accordo fiscale e contestando il ritardo nella documentazione. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione precedente accogliendo le tesi della società estera. I giudici hanno chiarito che l'accordo concluso dalla controllata non danneggia i diritti della capogruppo e che il ritardo documentale non cancella il diritto alla restituzione delle somme.
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IRAP studio associato: niente rimborso per i sindaci societari
Uno studio associato di professionisti ha chiesto all'Amministrazione Finanziaria il rimborso delle somme versate per l'imposta regionale, sostenendo che gli incassi derivavano da incarichi personali nei collegi sindacali svolti dai singoli componenti. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la domanda. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, respingendo definitivamente il ricorso dello studio. I giudici hanno stabilito che l'esercizio dell'attività in forma associata costituisce per legge presupposto di autonoma organizzazione. L'associazione professionale deve dimostrare l'assoluta separazione funzionale ed economica tra l'attività individuale e la struttura collettiva per ottenere l'esclusione dall'imposta. Poiché lo studio ha incassato e fatturato direttamente i corrispettivi, l'applicazione del tributo rimane pienamente legittima, precludendo ogni diritto al rimborso IRAP studio associato.
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Accertamento con adesione: il rimborso negato va in Cassazione
Una società estera ha richiesto il rimborso delle ritenute d'acconto subite su royalties e interessi versati dalla sua controllante italiana in qualità di sostituto d'imposta. I giudici di merito hanno negato il rimborso ritenendo che l'accertamento con adesione firmato dalla controllante vincolasse anche la controllata estera. La Corte di Cassazione, rilevando la stretta connessione con altri ricorsi pendenti tra le stesse parti sulle medesime questioni, ha disposto il rinvio a nuovo ruolo per una trattazione congiunta delle cause, senza decidere ancora nel merito.
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Accertamento con adesione: il rimborso negato finisce in Cassazione
Una società estera ha chiesto il rimborso delle ritenute d'acconto subite su royalties e interessi pagati dalla sua controllante italiana, che ha agito come sostituto d'imposta. I giudici di merito hanno negato il rimborso, sostenendo che l'accertamento con adesione firmato dalla controllante italiana rendesse definitivo il prelievo fiscale. La società estera ha fatto ricorso in Cassazione, rivendicando la propria autonomia e il diritto al rimborso. La Suprema Corte, rilevando la presenza di altri ricorsi identici e connessi tra le stesse parti, ha deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo per una trattazione congiunta, rimandando la decisione finale sul merito della questione.
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Ritenuta d’acconto su finanziamento soci: tasse anche senza incasso
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a una società immobiliare, contestando l'omesso versamento della ritenuta d'acconto su finanziamento soci. La società sosteneva che i prestiti dei soci fossero gratuiti e che nessun interesse fosse stato effettivamente pagato. La Corte di Cassazione ha rigettato questa tesi, confermando che la legge presume l'onerosità del mutuo. Pertanto, l'obbligo di applicare la ritenuta d'acconto su finanziamento soci sussiste anche in assenza di un effettivo passaggio di denaro, a meno che il contribuente non fornisca una prova scritta della gratuità del prestito. La Suprema Corte ha tuttavia accolto il ricorso limitatamente alle sanzioni, poiché i giudici d'appello non avevano motivato adeguatamente la loro correttezza, rinviando la causa per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Definizione agevolata: stop al processo tributario per le rate
Il Contribuente ha impugnato gli avvisi di accertamento per Irpef, Irap e Iva relativi agli anni 2006 e 2007. Nonostante la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, il cittadino aveva subito ritenute d'acconto sulle provvigioni percepite. Nel corso del giudizio di Cassazione, il ricorrente ha chiesto l'adesione alla definizione agevolata per estinguere il debito. L'Amministrazione Finanziaria ha approvato un piano di pagamento rateale con scadenza a fine 2023. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta e ha disposto la sospensione del giudizio in attesa del regolare pagamento di tutte le rate, rinviando la causa a nuovo ruolo.
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Scomputo delle ritenute d’acconto: perché la fattura non basta
Un libero professionista ha impugnato una cartella di pagamento dell'Agenzia delle Entrate che richiedeva il pagamento di imposte non versate. Il contribuente sosteneva di avere diritto allo scomputo delle ritenute d'acconto sulla base delle sole fatture emesse, ritenendo il cliente, in qualità di sostituto d'imposta, l'unico responsabile del mancato versamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sola fattura non prova l'effettiva trattenuta del tributo. Per ottenere lo scomputo delle ritenute d'acconto non certificate, il professionista deve dimostrare, tramite estratti conto bancari o dichiarazioni sostitutive, di aver ricevuto il compenso già decurtato della ritenuta. Il professionista perde la causa e deve pagare le imposte, le sanzioni e le spese legali.
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Tassazione separata: tasse dovute anche senza incasso reale
Un ex agente assicurativo ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate contestava la mancata dichiarazione di un'indennità di risoluzione del rapporto pari a circa 300.000 euro. Il contribuente sosteneva che tale somma non fosse tassabile in quanto mai materialmente percepita, essendo stata interamente azzerata tramite compensazione dei debiti reciproci all'interno di un accordo transattivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la compensazione di un debito equivale a un arricchimento effettivo e rientra pienamente nella tassazione separata. L'estinzione di un'obbligazione debitoria tramite compensazione genera infatti un reddito imponibile per il beneficiario, rendendo legittimo il recupero fiscale operato dall'amministrazione finanziaria.
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