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Recidiva — Anno 2026

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1562 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale tra passato e recupero
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato per reati di droga e precedenti penali datati, concedendo solo la detenzione domiciliare. Il giudice riteneva insufficiente l'assenza di un lavoro retribuito e ignorava la disponibilita ai lavori socialmente utili e la condotta regolare mantenuta in liberta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. I giudici di legittimita hanno chiarito che i precedenti penali non bastano da soli a negare la misura piu ampia. Il magistrato deve valutare la condotta attuale e puo considerare sufficiente anche il volontariato al posto di un lavoro retribuito.
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Reato di evasione: no a sconti per condotte abituali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. L'uomo contestava la responsabilità penale, la recidiva, il mancato riconoscimento della continuazione con precedenti violazioni e il diniego della particolare tenuità del fatto. I giudici supremi hanno chiarito che le questioni di merito non dedotte in appello non possono essere introdotte per la prima volta in sede di legittimità. Inoltre, la presenza di precedenti condotte illecite integra una chiara abitualità che impedisce l'applicazione di cause di non punibilità. L'imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di particolare tenuità: condanna confermata
L'Imputato propone ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello, contestando il rifiuto di ascoltare un testimone, il mancato riconoscimento della ricettazione di particolare tenuità e l'applicazione dell'aumento di pena per la recidiva. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile su tutti i fronti. I giudici hanno chiarito che le prove già raccolte dimostravano chiaramente la responsabilità penale. Inoltre, la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e coerente sia l'insussistenza dell'ipotesi lieve di reato sia la pericolosità sociale del soggetto, confermata dai suoi precedenti penali. L'Imputato perde definitivamente la causa, subisce la conferma della condanna penale e deve versare le spese di giudizio oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso inammissibile per motivi generici: la pena resta ferma
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza d'appello, contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche e la mancata esclusione della recidiva. I Supremi Giudici hanno rilevato la presenza di un ricorso inammissibile per motivi generici, in quanto le doglianze si limitavano a riprodurre pedissequamente censure già analizzate e respinte con logica dalla Corte territoriale. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione, condannando l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver causato colpevolmente la chiusura anticipata del processo.
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Danneggiamento seguito da incendio: recidiva e no prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di danneggiamento seguito da incendio. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della prescrizione, l'omessa riapertura dell'istruttoria in appello e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la piena validità della sentenza impugnata, rilevando la corretta applicazione della recidiva per precedenti condanne ravvicinate, elemento che prolunga i termini prescrizionali. La responsabilità dell'autore è stata accertata tramite filmati di videosorveglianza e tabulati telefonici. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Coltello alla fermata: confermato il porto abusivo di armi
Un cittadino circolava in luogo pubblico nei pressi di una fermata dell'autobus portando con sé un coltello da sopravvivenza lungo trentanove centimetri, con una lama di ben venticinque centimetri. I giudici di merito hanno inflitto la pena di un anno di reclusione per il reato di porto abusivo di armi e oggetti atti ad offendere senza giustificato motivo, applicando l'aggravante per la vicinanza ai trasporti pubblici. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando la mancata concessione di benefici e l'aggravante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile poiché privo di motivi specifici e meramente ripetitivo. L'uomo è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna e sanzione confermate
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale con applicazione della recidiva. L'imputato contestava la sussistenza della responsabilità penale, la valutazione degli elementi di prova e la misura della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile perché conteneva censure generiche che riproponevano mere obiezioni di fatto già respinte dai giudici di merito con motivazione corretta e logica. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva dell'imputato e lo ha condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione dai domiciliari: via dal tragitto autorizzato
Una persona sottoposta a misura cautelare aveva ottenuto il permesso di recarsi presso una struttura sanitaria lungo un tragitto prestabilito. Durante un controllo, le forze dell'ordine hanno rintracciato l'interessata in una piazza completamente estranea all'itinerario autorizzato. La difesa ha sostenuto che il provvedimento non indicasse un orario preciso di rientro per escludere l'illiceità. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dai domiciliari. I giudici hanno chiarito che il rispetto del percorso autorizzato è vincolante e che la deviazione ingiustificata integra pienamente la violazione penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento e pene sostitutive: quando il beneficio è negato
Un imputato condannato per furto in abitazione ha chiesto l'accesso alle pene sostitutive, valorizzando il risarcimento del danno e la corretta condotta agli arresti domiciliari. I giudici di merito hanno negato la concessione a causa dei precedenti penali specifici e della grave instabilità di vita del condannato. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego: le pene sostitutive non costituiscono un diritto automatico del colpevole. Il giudice di merito esercita un potere discrezionale basato sulla personalità dell'autore e sul pericolo di recidiva. Il risarcimento economico non cancella elementi ostativi concreti. Il ricorso è stato quindi rigettato, con conseguente obbligo di scontare la pena detentiva e pagamento delle spese legali.
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Ricettazione di autovettura: condanna confermata dalla Cassazione
Due imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la condanna per reati legati allo smontaggio illecito di un veicolo rubato. I ricorrenti contestavano la qualificazione giuridica, la prova del dolo, il diniego delle circostanze attenuanti generiche e il bilanciamento con la recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno confermato che lo smontaggio materiale del mezzo integra pienamente la responsabilità penale. Il trattamento sanzionatorio è stato ritenuto corretto a causa della gravità della condotta, della natura organizzata dell'attività e della totale assenza di segni di ravvedimento da parte dei responsabili. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: limiti e sanzioni
L'Imputato ha concordato una pena di due anni di reclusione ed euro duemila di multa per detenzione di stupefacenti di lieve entità. Successivamente, la difesa ha proposto impugnazione lamentando il mancato bilanciamento delle circostanze e difetti motivazionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita le ipotesi di patteggiamento e ricorso in Cassazione a motivi tassativi, tra cui non rientrano i vizi di motivazione o il calcolo delle attenuanti. Inoltre, la difesa aveva scambiato un'aggravante per un'attenuante. Il ricorso inammissibile ha comportato la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Deposito telematico impugnazioni: ricorso cartaceo inammissibile
Il Tribunale dichiarava estinto per intervenuta prescrizione il reato contestato a due imputati. La Procura Generale impugnava la decisione contestando il calcolo dei termini, ma depositava l'atto in formato cartaceo anziché tramite il portale digitale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. Con l'entrata a regime della Riforma Cartabia, infatti, il deposito telematico impugnazioni costituisce un obbligo perentorio per la Procura che impugna le sentenze di primo grado davanti alla Suprema Corte. La deroga per il deposito cartaceo riguarda esclusivamente l'atto di appello e non si estende al ricorso per cassazione. Di conseguenza, l'inosservanza delle modalità informatiche rende nullo il tentativo di contestare il proscioglimento degli imputati.
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Pena sostitutiva e precedenti penali: no ai dinieghi automatici
Un'imputata viene condannata a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di falsa testimonianza. La Corte d'Appello nega la possibilità di accedere alla detenzione domiciliare basandosi unicamente sulla presenza di generici precedenti penali a carico della donna, senza analizzarne l'impatto concreto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e chiarisce un principio fondamentale sul tema **Pena sostitutiva e precedenti penali**: il giudice non può rifiutare la misura alternativa attraverso automatismi o frasi di rito basate soltanto sulle condanne passate. Occorre infatti una motivazione puntuale e specifica che spieghi perché la storia criminale renda l'imputato del tutto inidoneo al percorso rieducativo esterno. Di conseguenza, i giudici di legittimità annullano la sentenza limitatamente al diniego della misura alternativa, rinviando la causa per un nuovo esame sulla concessione della detenzione domiciliare.
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Porto ingiustificato di coltello: no recidiva ma pena ferma
L'Imputato è stato condannato a dieci mesi di arresto e tremila euro di ammenda per il porto ingiustificato di coltello a serramanico. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche, il diniego della particolare tenuità del fatto e l'errata applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha chiarito che la legge vieta la recidiva per i reati contravvenzionali. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza limitatamente alla recidiva, eliminandola dal certificato penale. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la condanna e la sanzione principale, in quanto la pena era già stata calcolata correttamente in base alla gravità della condotta e ai precedenti penali dell'imputato.
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Esercizio abusivo di una professione: ricorso bocciato e condanna
I giudici di merito hanno condannato due imputati per il reato di esercizio abusivo di una professione e ulteriori illeciti. Entrambi hanno presentato ricorso per cassazione chiedendo un riesame delle prove e contestando, per uno di essi, l'applicazione della recidiva a fronte di numerosi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che il ricorso di legittimità non può trasformarsi in una rivalutazione dei fatti già accertati in modo logico e coerente. La sentenza ha confermato anche la recidiva per la pericolosità sociale dimostrata. I ricorrenti hanno subito la condanna definitiva al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Minaccia aggravata dal metodo mafioso: condannati anche i pali
Un gruppo di uomini a bordo di scooter ha avvicinato La Vittima davanti alla sua abitazione, puntandole contro una pistola per intimidirla. La Vittima si è rifugiata in casa mettendosi in salvo. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per gli Imputati per i reati di porto abusivo d'armi e minaccia aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che risponde di concorso nel reato anche chi svolge compiti di retroguardia o di controllo del territorio durante l'aggressione. Inoltre, per configurare l'aggravante del metodo mafioso non è necessario che la persona offesa ceda all'omertà o rinunci a denunziare. L'uso di modalità tipicamente cariche di forza intimidatrice basta a giustificare l'aggravamento della pena per tutti i partecipanti. I ricorsi degli Imputati sono stati interamente rigettati.
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Aumento della pena per recidiva: il tempo non cancella i reati
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione per contestare l'aumento della pena per recidiva applicato nei suoi confronti dalla Corte d'Appello. L'Imputato sosteneva che i giudici avessero trascurato il notevole tempo trascorso dalla commissione dei precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione della recidiva spetta esclusivamente ai giudici di merito. La Corte d'Appello ha motivato in modo corretto la decisione basandosi sulla gravità, sulla specificità e sul numero elevato dei reati commessi in passato. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione domiciliare speciale: no al padre se la madre lavora
Un padre detenuto ha chiesto la concessione della detenzione domiciliare speciale per accudire il figlio di tre anni, vittima di un recente incidente domestico. Il genitore ha sostenuto che la madre fosse impossibilitata ad assistere il piccolo a causa degli impegni lavorativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. I giudici hanno chiarito che il lavoro della madre non costituisce un'impossibilità assoluta tale da giustificare la misura speciale, in mancanza di un concreto e provato rischio di compromissione dello sviluppo del bambino. Inoltre, la persistente pericolosità sociale del padre e i suoi precedenti disciplinari impediscono la scarcerazione. Il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Usura e stato di bisogno: condanna definitiva in Cassazione
Un commerciante in forte difficoltà economica ha ottenuto un prestito di 4.000 euro per evitare lo sfratto del proprio locale, trovandosi poi a pagare oltre 12.000 euro di soli interessi. L'imputata ha partecipato attivamente alla riscossione delle somme, rilasciando ricevute e minacciando la vittima quando tentava di opporsi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura e stato di bisogno, chiarendo che il pagamento di tassi sproporzionati dimostra di per sé la condizione di estremo disagio della vittima. Inoltre, la partecipazione materiale alle incassate e le intimidazioni integrano pienamente il concorso nel reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, rendendo definitiva la pena detentiva, la multa e la confisca dei profitti illeciti.
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Applicazione della recidiva: confermata la pena per evasione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per evasione a carico di un imputato, ribadendo la piena legittimità dell'aggravante contestata. L'imputato aveva impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata esclusione dell'aggravante personale. I giudici di legittimità hanno respinto l'istanza evidenziando la presenza di molteplici precedenti penali a carico dell'uomo, compresa una condanna per undici reati in continuazione. Tale storia giudiziaria dimostra una spiccata pericolosità sociale e una totale insensibilità alla funzione rieducativa della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la corretta applicazione della recidiva, condannando il ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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