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Recidiva Reiterata — Anno 2026

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171 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva Reiterata

Provvedimenti

Recidiva reiterata: l’errore sui reati minori non salva il reo
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per aver violato il divieto di possedere telefoni cellulari. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando la recidiva reiterata e negando le attenuanti generiche. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che tra i precedenti penali usati per calcolare la recidiva fosse stata inserita erroneamente una contravvenzione (reato minore) e contestando il diniego delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Pur riconoscendo l'errore materiale sull'inserimento della contravvenzione, i giudici hanno stabilito che gli altri gravi precedenti penali giustificano ampiamente la recidiva reiterata. Inoltre, il silenzio e la mancata collaborazione dell'imputato legittimano il diniego delle attenuanti. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti e recidiva: quando la pena non cala
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'appello lamentando l'eccessività della pena e la mancata applicazione delle circostanze attenuanti della lieve entità e della speciale tenuità del danno patrimoniale, che avrebbero dovuto prevalere sulla recidiva reiterata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla sussistenza delle circostanze attenuanti e la determinazione della pena spettano esclusivamente al giudice di merito. La Cassazione non può ridiscutere queste scelte se la motivazione della sentenza precedente è logica e completa. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva reiterata: tra contestazione e calcolo della pena
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di condanna a un anno e due mesi di reclusione inflitta a un imputato per introduzione di telefoni in carcere. Il ricorrente lamentava l'errato calcolo dell'aumento di pena, ritenendo che dovesse applicarsi la recidiva reiterata infraquinquennale con aumento minimo di due terzi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della decisione del giudice di merito. Quest'ultimo, infatti, pur a fronte di una contestazione formale più grave, ha concretamente ravvisato e applicato solo la recidiva reiterata semplice, mancando elementi su condanne nei cinque anni precedenti. Di conseguenza, l'aumento della pena pari alla metà della sanzione base è stato ritenuto corretto e legittimo.
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Determinazione della pena: i precedenti bloccano lo sconto
Un uomo, già condannato per tentato furto aggravato ai danni di due esercizi commerciali, ha fatto ricorso in Cassazione contestando il trattamento sanzionatorio. L'imputato lamentava che la sanzione base fosse superiore di un mese rispetto al minimo stabilito dalla legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, il quale ha correttamente valutato la gravità del fatto, i danni causati e i numerosi precedenti penali del soggetto. Inoltre, in presenza di recidiva reiterata, l'aumento minimo di un terzo per il reato continuato si applica anche se la recidiva stessa è ritenuta equivalente alle circostanze attenuanti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: date incerte riducono la pena per la truffa
Un uomo, condannato per truffa e sostituzione di persona legate a una finta locazione immobiliare, ha impugnato la sentenza contestando l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa ha evidenziato l'incertezza sulla data del reato, elemento cruciale per stabilire se i precedenti penali fossero già definitivi al momento del fatto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando profonde contraddizioni logiche nella ricostruzione delle date da parte dei giudici di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla recidiva reiterata, rinviando il caso alla Corte d'appello per un nuovo calcolo della pena, mentre la dichiarazione di colpevolezza è diventata definitiva.
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Furto da 100 euro: negata la particolare tenuità del fatto
Due clienti di un negozio sono stati condannati per tentato furto aggravato in concorso dopo aver nascosto in borsa merci per un valore di circa 100 euro e superato le casse senza pagare. I due imputati hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando il valore modesto della merce e la pretesa irrilevanza dei loro precedenti penali. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa in presenza di una condotta furtiva pianificata, di precedenti penali significativi e di un danno economico non esiguo, elementi che dimostrano una spiccata pericolosità sociale e l'assenza di un reale pentimento.
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Stato di necessità nell’occupazione abusiva: no se dura anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per l'occupazione abusiva di un immobile pubblico. La difesa invocava lo stato di necessità nell'occupazione abusiva per giustificare la condotta. I giudici hanno chiarito che l'occupazione prolungata per molti anni esclude i requisiti di imminenza e attualità del pericolo richiesti dalla legge, configurando invece una condotta abituale. Di conseguenza, l'imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva e prescrizione del reato: il tempo non cancella la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna per ricettazione. L'Imputato sosteneva che il reato fosse estinto per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha invece chiarito che la recidiva e prescrizione del reato sono strettamente collegate: la recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale, operando come circostanza aggravante ad effetto speciale, allunga i tempi necessari per la prescrizione e aumenta i limiti di proroga in caso di atti interruttivi. Di conseguenza, il reato non era affatto prescritto. I giudici hanno inoltre confermato l'applicazione della recidiva, giustificata dalla spiccata pericolosità sociale dell'uomo e dalla sua costante inclinazione a delinquere. L'Imputato perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: il passato non basta per aumentare la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che contestava l'applicazione della recidiva reiterata. I giudici hanno chiarito che l'applicazione di questa aggravante non può basarsi solo sulla gravità dei fatti o sul tempo trascorso. Il giudice deve valutare concretamente, secondo i criteri dell'articolo 133 del codice penale, il legame tra il nuovo reato e le condanne passate. Questa analisi serve a verificare se la condotta precedente dimostri una reale e maggiore pericolosità o un'inclinazione stabile a delinquere. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: sei condanne negano lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di lieve entità. L'uomo contestava l'applicazione della recidiva reiterata e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche nella misura massima. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'imputato aveva ben sei condanne precedenti per reati simili e nessun elemento positivo a suo favore. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle circostanze spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato, condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità in concorso, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza di numerosi precedenti penali specifici dimostra una spiccata propensione a delinquere, giustificando pienamente l'aumento di pena. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che le contestazioni della difesa si risolvevano in valutazioni di merito, non esaminabili in sede di legittimità. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: quando chiedere un debito diventa reato
Due soggetti, un'ex amministratrice e un suo complice, sono stati condannati per tentata estorsione aggravata e porto abusivo di un manganello telescopico. L'imputata pretendeva il pagamento di 18.000 euro da una consulente fiscale per presunti debiti esattoriali, estendendo le minacce anche al marito di quest'ultima, del tutto estraneo alla vicenda. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo la convinzione di esercitare un diritto. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando che la pretesa avanzata con minacce verso un terzo estraneo al rapporto di debito trasforma l'azione in tentata estorsione. Inoltre, il porto fuori casa del manganello è reato a prescindere dal suo effettivo utilizzo.
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Amministratore di fatto: la condanna per bancarotta è definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. L'imputato contestava la sua qualifica di amministratore di fatto della società fallita. I giudici hanno chiarito che la figura dell'amministratore di fatto non richiede l'esercizio di tutti i poteri gestori, ma basta un'attività di gestione continuativa, non occasionale e inserita nelle dinamiche aziendali, come i rapporti con fornitori e dipendenti. La Corte ha inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche, ritenendo legittimo il giudizio di comparazione con la recidiva reiterata. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: la recidiva blocca lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto aggravato. Uno dei ricorrenti lamentava la mancata prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alla recidiva reiterata. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudizio di comparazione tra circostanze spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscusso in Cassazione, salvo evidente illogicità. Inoltre, la presenza di una recidiva reiterata impedisce per legge che le circostanze attenuanti generiche possano prevalere sulle aggravanti. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: ricorso inutile se i motivi sono nuovi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di tentato furto aggravato. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata e la mancata concessione delle attenuanti generiche, già riconosciute in primo grado. La Suprema Corte ha chiarito che non si possono proporre in Cassazione questioni mai sollevate in appello, come la particolare tenuità del fatto. Inoltre, i giudici hanno confermato la corretta applicazione della recidiva, valutata in concreto in base alla personalità del reo e alla sua inclinazione a delinquere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fuga in auto e resistenza a pubblico ufficiale: condanna certa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per i reati di falsa attestazione e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno stabilito che la fuga alla guida di un veicolo, finalizzata a sottrarsi al controllo delle forze dell'ordine, integra pienamente l'elemento materiale del reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorso è stato ritenuto inammissibile poiché riproduceva genericamente le stesse difese già respinte in appello, senza contestare in modo specifico le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falso grossolano: se serve l’esperto il reato rimane
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per possesso di documenti falsi, sostenendo che si trattasse di un falso grossolano e contestando la recidiva reiterata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può parlare di falso grossolano se, per accertare la falsità del documento, le autorità specializzate hanno dovuto effettuare verifiche approfondite. Se un esperto necessita di controlli mirati, un cittadino comune non avrebbe potuto accorgersi dell'inganno a prima vista. Di conseguenza, l'Imputata perde la causa ed è condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Finta povertà e violazione degli obblighi di assistenza familiare
Un padre separato è stato condannato per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare per non aver versato l'assegno di mantenimento alla moglie e ai figli minori. L'uomo si è difeso eccependo difficoltà economiche e la violazione del divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'incapacità economica deve essere assoluta e incolpevole, non dimostrabile con la semplice disoccupazione, specie se l'obbligato possiede immobili e quote societarie. Inoltre, l'omissione ripetuta dei pagamenti configura un comportamento abituale che esclude la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria e del risarcimento dei danni in favore della parte civile.
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Continuazione nei reati: la Cassazione fissa i limiti di pena
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Rimini che aveva applicato la continuazione nei reati per diversi furti e ricettazioni commessi da un condannato. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. I giudici hanno stabilito che, trattandosi di un soggetto con recidiva reiterata, l'aumento minimo di pena per la continuazione non poteva essere inferiore a un terzo della pena stabilita per il reato più grave. Il giudice dell'esecuzione aveva invece applicato un aumento inferiore al minimo legale. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente al calcolo dell'aumento di pena per i reati satellite, con rinvio al Tribunale per una nuova determinazione.
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Falsità materiale commessa dal privato: auto tedesca ma condanna italiana
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un automobilista condannato per il reato di falsità materiale commessa dal privato. L'imputato, trovato alla guida di un'auto noleggiata in Germania, era stato accusato di aver contraffatto i documenti del veicolo. Nel suo ricorso, l'uomo ha sostenuto che la contraffazione fosse avvenuta all'estero, ma senza fornire alcuna prova concreta a supporto. I giudici di legittimità hanno stabilito che la semplice circostanza del noleggio dell'auto in Germania non dimostra il luogo in cui è avvenuto il falso. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, evidenziando la genericità dei motivi di ricorso, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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