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Recidiva Reiterata — Anno 2022

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313 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva Reiterata

Provvedimenti

Determinazione della pena: tentato furto lieve e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo condannato per tentato furto all'interno di un supermercato. I giudici di merito hanno inflitto una condanna a due mesi di reclusione e centoventi euro di multa. L'imputato ha presentato ricorso lamentando un difetto di motivazione circa la determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Quando la sanzione finale si colloca vicino al minimo e ampiamente al di sotto della media prevista dalla legge, il giudice non deve spiegare analiticamente ogni singolo parametro di valutazione, risultando sufficiente un generico richiamo alla congruità del trattamento sanzionatorio. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione di identità: il passaporto smentisce l’uomo
L'Imputato ha subito una condanna per il delitto di falsa attestazione di identità per aver fornito false generalità alle autorità, attribuendosi il nome di un'altra persona. Il confronto visivo con la copia del passaporto del legittimo titolare ha smentito inequivocabilmente le dichiarazioni del soggetto, dimostrando la diversa identità fisica. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione lamentando un presunto difetto di motivazione della sentenza di secondo grado. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità delle censure difensive, che non hanno affrontato la prova regina del documento smentito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale, imponendo al ricorrente il versamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: inammissibile il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato condannato per furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento. L'imputato ha contestato la mancata applicazione dell'istituto del reato continuato rispetto ad altri illeciti già giudicati in passato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile per la genericità dei motivi presentati, confermando la piena validità della sentenza precedente e condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio: furto con strappo e sconti negati
Tre soggetti vengono condannati per furto con strappo e furto. Uno di essi rinuncia al ricorso in Cassazione, mentre gli altri due impugnano la sentenza. Il secondo ricorrente contesta il trattamento sanzionatorio e l'aumento di pena per la continuazione dei reati, ritenendoli eccessivi e non adeguatamente motivati rispetto alla sua confessione e alla giovane età (trentadue anni). Il terzo ricorrente propone un motivo del tutto generico. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili tutti i ricorsi. I giudici confermano che il trattamento sanzionatorio applicato è congruo e proporzionato alla capacità a delinquere del reo, escludendo che l'età di trentadue anni possa giustificare uno sconto di pena. I ricorrenti vengono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la recidiva nega l’impunità
L'Imputato è stato condannato per il reato di lesioni personali aggravate in concorso. Egli ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata dichiarazione di estinzione del reato per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prescrizione del reato non si è verificata a causa della presenza della recidiva reiterata. Questa circostanza comporta infatti un prolungamento dei termini massimi di prescrizione ai sensi dell'articolo 161 del codice penale. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando la sua responsabilità penale e civile.
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Legittima difesa putativa: condanna per chi colpisce alle spalle
Un uomo ha aggredito alle spalle un collega con uno strumento in metallo di oltre dieci chili, provocandogli lesioni gravi dopo una discussione sul lavoro. In sede di Cassazione, l'aggressore ha cercato di giustificare l'azione invocando la legittima difesa putativa, sostenendo di essersi sentito erroneamente in pericolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La difesa non aveva sollevato questa tesi durante il giudizio di appello e la Cassazione non può riesaminare le prove fattuali. Inoltre, le perizie mediche e i testimoni hanno confermato che la vittima stava voltando le spalle e si allontanava al momento del colpo. L'imputato è stato condannato in via definitiva, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Riciclaggio di autoveicoli: no al ricorso dopo il concordato
Una rete criminale organizzava il riciclaggio di autoveicoli di provenienza illecita, modificandone i dati identificativi per rivenderli all'estero. Diversi soggetti venivano condannati nei primi due gradi di giudizio per associazione per delinquere, riciclaggio e falsificazione documentale. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per contestare i ruoli attribuiti, la valutazione delle prove e il calcolo della prescrizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello impedisce successive contestazioni sulla motivazione della responsabilità. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare le prove già apprezzate in modo conforme nei gradi precedenti. Infine, la presenza di recidiva qualificata allunga i termini di prescrizione, impedendo l'estinzione del reato. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e la Cassa delle Ammende.
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Violazione sorveglianza speciale: ricorso respinto in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per la violazione sorveglianza speciale prevista dal Codice Antimafia. In sede di ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato il trattamento sanzionatorio, l'applicazione della recidiva reiterata specifica e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sentenza di merito era sorretta da una motivazione logica e coerente con i criteri di valutazione della pena previsti dalla legge. L'Imputato non ha evidenziato errori di diritto, ma ha preteso un riesame di merito non consentito nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato di ricettazione: l’impatto della recidiva
L'Imputato propone ricorso in Cassazione sostenendo che il proprio delitto fosse estinto per intervenuta prescrizione del reato di ricettazione, relativo all'utilizzo di un autocarro rubato per trasportare merce illecita. La difesa sostiene che la legge del 2005 sia più favorevole e che il termine massimo sia scaduto prima dell'appello. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la presenza della recidiva reiterata e specifica aumenta sia il termine base sia l'aumento massimo per interruzione, portando il tempo necessario a oltre ventidue anni. Di conseguenza, la legge precedente risulta concretamente più favorevole e il reato non è prescritto. Inoltre, la Cassazione ribadisce l'impossibilità di riesaminare le prove nel giudizio di legittimità. L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Recidiva reiterata: tra impugnazione della pena e sanzione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare l'aumento di pena legato alla recidiva reiterata, sostenendo che nei precedenti giudizi non vi fosse alcuna qualificazione specifica e che la motivazione fosse carente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'eccezione sulla qualificazione della recidiva reiterata non era stata sollevata nei corretti termini in appello e non poteva essere presentata per la prima volta in Cassazione. Inoltre, la Corte di Appello aveva adeguatamente motivato la pericolosità sociale del soggetto, evidenziando un curriculum criminale caratterizzato da continui reati e dall'inefficacia delle precedenti sanzioni. L'Imputato deve quindi scontare la pena rideterminata e pagare le spese processuali, oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso in Cassazione: il prezzo di dimenticare i motivi in appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il Ricorso in Cassazione presentato da un cittadino. L'uomo contestava la decisione sulla recidiva reiterata e sul bilanciamento delle attenuanti. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che queste contestazioni non erano state sollevate durante il processo d'appello. Per legge, non è possibile proporre per la prima volta in Cassazione questioni mai discusse nel grado precedente. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Prescrizione del reato: ricorso tardivo costa tremila euro
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la mancata motivazione sulla recidiva reiterata e sulla sua influenza riguardo alla prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'Imputato non può sollevare per la prima volta in Cassazione questioni mai presentate in appello. Inoltre, la Corte ha confermato che il calcolo del tempo necessario per la prescrizione del reato non risente del bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Denaro in tasca o provento dello spaccio? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata, la determinazione della pena e il sequestro del denaro trovato in suo possesso al momento dell'arresto. La Suprema Corte ha confermato che la somma di denaro rappresentava il provento dello spaccio dell'attività illecita in corso. I giudici hanno chiarito che non vi è stata alcuna violazione del diritto di difesa, poiché l'imputato ha potuto ampiamente difendersi nel merito durante il processo. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto con destrezza: la finta cortesia costa la condanna
Una donna è stata condannata per il reato di furto con destrezza dopo aver sottratto il portafoglio dalla tasca del soprabito di una cliente in un negozio. L'imputata aveva distratto la vittima con finta cortesia. Accorgendosi del furto, la vittima è tornata sui suoi passi trovando la donna con il portafoglio in mano mentre sfilava una banconota. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata. I giudici hanno chiarito che il reato si considera consumato e non solo tentato, poiché l'imputata ha acquisito un autonomo possesso del bene, anche se per breve tempo, senza un monitoraggio costante e immediato da parte della vittima.
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Recidiva reiterata infraquinquennale: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva reiterata infraquinquennale. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che la commissione del nuovo reato dimostra una chiara riprovevolezza e un'accresciuta capacità criminale del soggetto. Tale valutazione è supportata dalle precedenti condanne e da un procedimento pendente per violenza a pubblico ufficiale. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato da violenza sulle cose: condannati per la carne
Due soggetti sono stati condannati per il furto di generi alimentari e indumenti in un supermercato. Gli imputati avevano rimosso i codici a barre e rotto la confezione della carne. La Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato da violenza sulle cose, stabilendo che la rottura di un imballaggio alimentare integra pienamente l'aggravante poiché richiede un'attività di ripristino per rimettere in vendita il prodotto. I giudici hanno inoltre respinto la richiesta di far prevalere le attenuanti generiche, nonostante il risarcimento del danno effettuato, a causa della presenza della recidiva reiterata che blocca per legge tale bilanciamento. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: camper allacciati ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di furto di energia elettrica. Gli imputati avevano collegato abusivamente i propri camper alla rete pubblica tramite prolunghe visibili, azzerando i consumi sul contatore. La difesa sosteneva la mancanza di prove sulla consapevolezza dell'illecito da parte di una delle imputate e contestava il divieto di prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale, evidenziando che l'evidenza dei cavi e l'assenza di bollette dimostrano la piena consapevolezza del furto. Inoltre, ha ribadito la legittimità del divieto di far prevalere le attenuanti generiche in presenza di recidiva reiterata. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione di alloggio pubblico: la Cassazione nega la prescrizione
Gli Imputati sono stati condannati per violazione di domicilio con violenza sulle cose e occupazione di alloggio pubblico. Gli stessi hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la prescrizione dei reati prima della sentenza d'appello, sostenendo che il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti dovesse ridurre il tempo necessario alla prescrizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, per calcolare la prescrizione, le circostanze aggravanti a effetto speciale pesano sempre, anche se ritenute equivalenti o subvalenti nel bilanciamento con le attenuanti. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso rende definitiva la condanna e impedisce di far valere la prescrizione maturata successivamente.
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Particolare tenuità del fatto negata per chi evade per due ore
Il Ricorrente, sottoposto a una misura restrittiva della libertà personale, si è allontanato dal luogo di detenzione per oltre due ore senza fornire alcuna giustificazione. La Corte d'Appello lo ha condannato per il reato di evasione. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, invocando l'applicazione della particolare tenuità del fatto per escludere la punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'allontanamento prolungato per due ore e la mancanza di giustificazioni dimostrano un dolo intenso e impediscono di considerare il fatto come scarsamente offensivo. Di conseguenza, il Ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: non basta il passato, conta la condotta
L'Imputata, condannata per rapina, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione dell'aggravante della recidiva reiterata. La difesa sosteneva che la Corte d'Appello avesse applicato l'aumento di pena basandosi unicamente sui suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva reiterata è stata legittimamente applicata: la decisione non si è fondata solo sul certificato penale, ma su una valutazione complessiva della condotta della donna. Tale comportamento ha dimostrato una persistente attitudine a violare la legge e la prosecuzione di un percorso criminale. L'Imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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