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Recidiva Reiterata — Anno 2022

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313 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva Reiterata

Provvedimenti

Aggravante della premeditazione: 30 anni al mandante dell’agguato
Un esponente di spicco di un'associazione criminale è stato condannato a trent'anni di reclusione per aver ordinato l'omicidio di un rivale, consumato all'interno di una sala giochi. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando, tra l'altro, l'applicazione dell'aggravante della premeditazione, sostenendo di aver solo aderito a un piano già organizzato da altri. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che l'aggravante della premeditazione sussiste pienamente quando vi è un apprezzabile intervallo temporale tra la decisione di uccidere e l'esecuzione del delitto, accompagnato da una costante risoluzione criminosa. La Corte ha inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche e ha escluso la prescrizione dei reati connessi alle armi, poiché l'interrogatorio di un complice ha interrotto i termini per tutti i concorrenti nel reato.
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Precedenti penali e circostanze attenuanti generiche: chi perde paga
L'Imputato è stato condannato per ricettazione e violazione del diritto d'autore. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche in misura prevalente rispetto alla recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la recidiva reiterata specifica è corretto e insindacabile se supportato da una motivazione logica. Nel caso specifico, la decisione si fonda sul pesante certificato penale dell'uomo, lungo ben dodici pagine e contenente numerosi precedenti penali per reati simili. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: la recidiva cancella lo sconto di tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva l'avvenuta prescrizione del reato, ma i giudici hanno chiarito che la presenza della recidiva reiterata e specifica aumenta i tempi necessari per estinguere l'illecito. Nel caso specifico, il termine di prescrizione è salito a sedici anni e otto mesi, impedendo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha inoltre confermato la responsabilità penale dell'imputato, provata da intercettazioni telefoniche che dimostravano la consegna di droga a credito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento e recidiva: quando l’accordo blocca i ricorsi
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale di Milano che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La difesa lamentava l'erroneo riconoscimento della recidiva reiterata, mai dichiarata in precedenza, e un errore nel calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento, gli errori di calcolo non sono contestabili se la pena finale rispetta l'accordo e non è illegale. Inoltre, per la recidiva reiterata non serve una precedente formale dichiarazione. L'Imputato perde la causa e viene condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di usura: la Cassazione condanna i prestiti violenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura e tentata estorsione a carico di due fratelli, definiti come i Finanziatori. Uno di essi aveva concesso prestiti a tassi illegali a un piccolo imprenditore, mentre l'altro aveva partecipato alle minacce, anche con armi, per costringere la vittima a pagare. La difesa sosteneva che il reato di usura non fosse provato e che la vittima non gestisse un'impresa attiva al momento del prestito. I giudici hanno chiarito che il reato di usura si perfeziona al momento dell'accordo sugli interessi, a prescindere dal momento della restituzione. Inoltre, l'aggravante per danno a imprenditori si applica se il denaro è destinato all'attività, anche futura. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le condanne e le spese.
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Sorveglianza speciale: violare l’orario di rientro è reato
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Le forze dell'ordine lo hanno sorpreso fuori casa oltre l'orario consentito delle ore 20:00. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'obbligo di rientro fosse una prescrizione generica, resa incostituzionale da una nota sentenza della Corte Costituzionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'orario di rientro è una prescrizione specifica e non generica, la cui violazione costituisce reato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: la fuga fallita costa cara al sorvegliato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale, sorpreso alla guida senza patente e oltre l'orario di rientro consentito. I giudici hanno confermato la condanna a un anno e due mesi di reclusione, ritenendo corretta l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa contestava l'aggravante e il diniego delle attenuanti generiche, valorizzando una presunta collaborazione post-arresto. Tuttavia, la Suprema Corte ha evidenziato che l'imputato aveva prima tentato di sfuggire al controllo e che i suoi numerosi precedenti penali (rapine, furti ed evasioni) dimostrano un'elevata pericolosità sociale. Il diniego delle attenuanti è stato quindi ritenuto ampiamente giustificato dalla gravità della condotta e dalla biografia penale del soggetto. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il rientro tardivo costa la reclusione
Il Sottoposto, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per essere rientrato a casa oltre l'orario consentito delle 20:00 in due occasioni. Il Sottoposto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la violazione dell'orario rientrasse tra i doveri generici di vivere onestamente, dichiarati incostituzionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di rientro entro un determinato orario costituisce una prescrizione specifica e non generica. Inoltre, la reiterazione della condotta esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a tesi ripetitive
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per violazione delle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia. L'imputato era stato condannato a otto mesi e dieci giorni di reclusione, con riconoscimento della recidiva reiterata. Nel ricorso, la difesa ha contestato la sussistenza della recidiva, lamentando una carenza di motivazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano la mera ripetizione di quanto già proposto e respinto in appello, senza alcun reale confronto con le argomentazioni dei giudici di secondo grado. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto e prescrizione negata
Il Ricorrente ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Corte di Cassazione che aveva confermato la sua condanna a tre anni di reclusione per truffa, sostituzione di persona e falso. Il Ricorrente sosteneva che i reati si fossero prescritti durante il procedimento di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la manifesta infondatezza del ricorso principale rende del tutto irrilevante la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: lo sconto di pena negato al ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per rapina e furto pluriaggravati. La difesa contestava il calcolo della pena e chiedeva la prescrizione del furto. I giudici hanno chiarito che la presenza della recidiva reiterata specifica impedisce la prevalenza delle attenuanti generiche. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso blocca la possibilità di dichiarare la prescrizione del reato. Infine, per aumenti di pena contenuti a titolo di continuazione, il giudice non deve fornire una motivazione dettagliata se la sanzione resta vicina ai minimi edittali. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva reiterata: quando il calcolo della pena e illegittimo
Il Condannato ha chiesto l'applicazione della continuazione tra i reati di due diverse sentenze. Il giudice dell'esecuzione ha applicato un aumento minimo di un terzo sulla pena, ritenendo operante il limite previsto per la recidiva reiterata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che tale aumento minimo si applica solo se il soggetto era gia stato dichiarato recidivo con una sentenza definitiva prima della commissione dei nuovi reati. Nel caso specifico, le sentenze sono diventate definitive solo dopo la commissione dei fatti. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento con rinvio.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Un uomo, condannato per furto in abitazione e tentato furto aggravati, propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione sulla congruità della pena. In precedenza, la Corte d'Appello aveva rideterminato la sanzione a seguito di concordato in appello. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena ed effettuata la rinuncia ai motivi di appello, il sindacato di legittimità è limitato a vizi macroscopici, come l'illegalità della pena o vizi nella formazione della volontà delle parti. Di conseguenza, le contestazioni generiche sulla misura della sanzione concordata non possono trovare ingresso in Cassazione. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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