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Recesso

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347 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Recesso dal contratto preliminare: quando la caparra non va resa
I Promittenti Venditori e la Promissaria Acquirente stipulano un contratto preliminare di compravendita. A causa di ipoteche sull'immobile, la Promissaria Acquirente esercita il recesso dal contratto preliminare chiedendo il doppio della caparra versata. La Corte di appello dichiara illegittimo il recesso perché le parti avevano prorogato i termini e le ipoteche erano state cancellate, ma condanna comunque i venditori a restituire la caparra semplice. La Cassazione accoglie il ricorso dei venditori: se il recesso della acquirente è illegittimo, il contratto non si è risolto validamente e il giudice non può ordinare la restituzione della caparra senza una motivazione giuridica coerente. La causa viene rinviata per un nuovo esame.
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Recesso da accordo collettivo: addio agli sconti in bolletta
Un gruppo di ex dipendenti e superstiti ha impugnato la decisione di un'azienda elettrica di disdire l'accordo collettivo che garantiva loro agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia. La Corte d'Appello ha ritenuto legittimo il recesso da accordo collettivo a tempo indeterminato, escludendo la presenza di diritti quesiti poiché il beneficio non costituiva un corrispettivo diretto dell'attività lavorativa. Successivamente, i pensionati hanno presentato formale rinuncia al ricorso in Cassazione, accettata dall'azienda. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Liquidazione della quota di recesso: soci perdono contro la società
I Soci Recedenti hanno impugnato la determinazione del valore delle proprie quote sociali effettuata dopo il loro recesso da una società a responsabilità limitata. I soci sostenevano di possedere una quota maggiore rispetto a quella accertata e contestavano la valutazione del patrimonio netto aziendale operata dal Consulente Tecnico d'Ufficio, che aveva considerato anche i carichi fiscali futuri. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci. I giudici hanno confermato che la percentuale di partecipazione era stata correttamente rideterminata a seguito di una delibera assembleare mai impugnata. Inoltre, la stima del patrimonio netto per la liquidazione della quota di recesso deve basarsi sul valore di mercato reale dei beni, includendo le rettifiche fiscali necessarie. Vince La Società, con condanna dei ricorrenti alle spese.
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Agevolazioni tariffarie dipendenti: scontro e rinuncia finale
Un gruppo di ex dipendenti ha contestato la cancellazione delle agevolazioni tariffarie dipendenti sull'energia elettrica, decisa unilateralmente dall'Azienda tramite disdetta di accordi collettivi a tempo indeterminato. La Corte d'Appello ha ritenuto legittimo il recesso dell'Azienda, escludendo l'esistenza di diritti quesiti poiché il beneficio non costituiva un corrispettivo diretto del lavoro svolto. Nel corso del giudizio di Cassazione, i ricorrenti hanno presentato formale rinuncia al ricorso, accettata dall'Azienda. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, compensando le spese di giudizio.
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Recesso dal contratto preliminare: niente rogito e caparra persa
Il Promittente Venditore e la Promissaria Acquirente stipulano un contratto preliminare di compravendita immobiliare con caparra confirmatoria di 50.000 euro. Scaduto il termine per il rogito, la Società Acquirente non si presenta davanti al notaio, nonostante ripetuti solleciti e una formale convocazione. Il Venditore esercita quindi il recesso dal contratto preliminare trattenendo la caparra. La Società Acquirente contesta la gravità del proprio ritardo, invocando la non essenzialità del termine e l'emergenza pandemica. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della Società Acquirente: anche se il termine non era essenziale, il prolungato silenzio e la mancata presentazione al rogito costituiscono un grave inadempimento. Il Venditore vince definitivamente la causa e ha il diritto di trattenere i 50.000 euro di caparra, oltre al rimborso delle spese legali.
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Recesso dal contratto preliminare: pignoramento batte buona fede
I Promissari Acquirenti di un appartamento hanno esercitato il recesso dal contratto preliminare dopo aver scoperto che sul terreno dell'edificio gravava un pignoramento. La Corte d'Appello ha accertato il grave inadempimento dei Promittenti Venditori, condannandoli a restituire il doppio della caparra confirmatoria. I venditori si sono difesi sostenendo di non essere a conoscenza del pignoramento al momento della firma, ma i giudici hanno interpretato letteralmente il contratto: l'uso del verbo al futuro "sarà" riferito alla libertà da pesi dimostrava la loro consapevolezza del problema. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei venditori, confermando la decisione d'appello. L'interpretazione del contratto spetta infatti al giudice di merito se logica e coerente.
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Società contro soci: nessun conflitto di interessi dell’avvocato
Un avvocato è stato sanzionato per un presunto conflitto di interessi dell'avvocato. Aveva difeso una società di persone e, successivamente, i soci superstiti contro un socio receduto. Il Consiglio Nazionale Forense riteneva che, mancando la personalità giuridica alla società, l'avvocato avesse assistito contemporaneamente parti con interessi opposti. La Corte di Cassazione ha annullato la sanzione. I giudici hanno chiarito che le società di persone sono soggetti giuridici autonomi rispetto ai soci. Di conseguenza, assumere la difesa della società o dei soci rimasti contro chi è uscito non configura un illecito deontologico, poiché i centri di interesse rimangono distinti.
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Socio o dipendente? Il finto rapporto di lavoro subordinato
L'INPS ha annullato il fittizio rapporto di lavoro subordinato tra una lavoratrice e una società in nome collettivo, iscrivendola d'ufficio alla gestione commercianti e richiedendo i relativi contributi. La lavoratrice ha impugnato il verbale sostenendo l'esistenza di un effettivo rapporto di lavoro subordinato. La Corte d'Appello ha invece accertato che, nonostante il formale recesso dalla società, la donna ha continuato a svolgere le medesime mansioni gestionali in modo abituale e prevalente, senza alcun vincolo di subordinazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che l'onere di provare la subordinazione spettava a quest'ultima e che le sue stesse dichiarazioni confessorie smentivano tale ipotesi. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Contratto d’opera e vizi: no a decadenze se l’opera è incompleta
Il Committente ha affidato all'Impresa la realizzazione dell'impianto elettrico della propria villa. A causa di gravi difetti e dell'interruzione dei lavori, il Committente ha interrotto l'accesso al cantiere. La Corte d'Appello ha ritenuto che tale comportamento costituisse un recesso equivalente alla consegna dell'opera, dichiarando decaduta la richiesta di risarcimento per tardività della denuncia dei vizi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Committente. I giudici hanno stabilito che, in caso di opera non ultimata, non si applica la disciplina speciale sul contratto d'opera e vizi (con i suoi stretti termini di decadenza), bensì le regole ordinarie sulla risoluzione per inadempimento. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Liquidazione della quota: l’avviamento non si azzera mai
Un socio recede da una società in nome collettivo, lasciando un unico socio superstite. Poiché la pluralità dei soci non viene ricostituita entro sei mesi, la società entra in liquidazione. Il socio uscente chiede la liquidazione della quota, ma sorge un contrasto sul calcolo del valore, in particolare sull'avviamento commerciale. La Corte di Cassazione stabilisce che, se la quota non è stata ancora liquidata al momento dello scioglimento della società, il procedimento viene attratto dalla liquidazione generale. Tuttavia, la Corte chiarisce che la liquidazione della quota non comporta l'automatica cancellazione dell'avviamento maturato in precedenza. Questo valore va escluso solo se si accerta che i beni aziendali hanno perso utilità a causa dell'interruzione dell'attività. La sentenza viene quindi cassata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Fideiussione omnibus: il recesso del socio non cancella il debito
Un ex socio si oppone al decreto ingiuntivo di una banca che gli chiede il pagamento di 200.000 euro in virtù di una fideiussione omnibus prestata a garanzia dei debiti della società. L'opponente sostiene che la garanzia sia nulla perché conforme allo schema ABI anticoncorrenziale e inefficace a causa del suo recesso dalla società prima dell'erogazione del mutuo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del fideiussore. I giudici chiariscono che il recesso non ha effetto retroattivo sui debiti già sorti e che la nullità delle clausole ABI è solo parziale. Spetta al garante dimostrare che, senza quelle clausole, non avrebbe firmato il contratto. Inoltre, in quanto ex socio, egli aveva l'onere di informarsi sulla situazione finanziaria della società, escludendo la violazione del dovere di buona fede della banca.
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Licenziamento disciplinare: difesa negata ma niente reintegro
Una lavoratrice è stata licenziata per assenza ingiustificata dopo aver rifiutato un trasferimento. L'azienda ha considerato tardive le sue giustificazioni scritte, escludendo di fatto il suo diritto a difendersi. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare solo per vizio di procedura, applicando una tutela economica e non la reintegrazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che la violazione del diritto di difesa del dipendente comporta solo un indennizzo economico. Inoltre, l'eventuale illegittimità del trasferimento non autorizza il lavoratore a smettere automaticamente di lavorare, dovendosi sempre valutare il comportamento secondo buona fede.
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Nesso causale: il recesso illegittimo non paga il fallimento
Una società contesta il recesso illegittimo della banca dal conto corrente e dall'apertura di credito, ritenendolo la causa del proprio fallimento. Il Tribunale accoglie la domanda, ma la Corte d'Appello riforma la decisione: pur confermando l'illegittimità del recesso, esclude il risarcimento poiché la società non ha provato il nesso causale tra la chiusura dei conti e il dissesto finanziario. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la situazione di illiquidità era preesistente al recesso e dovuta a una cattiva gestione interna. Spetta sempre al danneggiato dimostrare il nesso causale tra l'inadempimento della banca e il danno concreto, non potendosi presumere che ogni recesso illegittimo provochi automaticamente il fallimento dell'impresa.
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Recesso della banca: legittimo se l’azienda azzera il capitale
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un istituto di credito contro la sentenza che lo condannava al risarcimento dei danni per il presunto recesso della banca dai rapporti di conto corrente e per l'applicazione di interessi usurari. I giudici di merito avevano ritenuto illegittimo il recesso nonostante l'azzeramento del capitale sociale della società debitrice. La Cassazione ha chiarito che la motivazione dei giudici d'appello era gravemente carente e contraddittoria, non avendo valutato la gravità della situazione patrimoniale della società. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito l'inesistenza dell'usura sopravvenuta e l'impossibilità di liquidare il danno in via equitativa senza la prova della sua effettiva esistenza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Recesso contrattuale: se l’indirizzo è errato si paga il debito
Un Ente di formazione si oppone a un decreto ingiuntivo per servizi software non pagati, sostenendo di aver comunicato il recesso contrattuale tramite raccomandata. La Società fornitrice eccepisce di non aver mai ricevuto la lettera poiché si era trasferita, circostanza nota all'Ente e indicata nelle fatture successive. La raccomandata riportava infatti la dicitura "mancato recapito". La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'Ente, confermando che la disdetta è un atto recettizio. Di conseguenza, in caso di contestazione e di prova documentale del mancato recapito, non opera la presunzione di conoscenza. L'Ente perde definitivamente la causa ed è tenuto a saldare le fatture insolute.
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Caparra confirmatoria: risolverlo non basta per trattenerla
L'Acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un terreno dai Venditori, versando una caparra confirmatoria di 24.000 euro. Successivamente, l'Acquirente recede lamentando inadempimenti dei Venditori. Questi ultimi chiedono invece la risoluzione del contratto per colpa dell'Acquirente e il risarcimento dei danni, trattenendo la caparra. La Corte d'appello dichiara la risoluzione per colpa dell'Acquirente e autorizza i Venditori a trattenere la caparra. La Cassazione accoglie il ricorso dell'Acquirente: se la parte non inadempiente sceglie la via della risoluzione contrattuale e del risarcimento ordinario anziché il recesso, non può incamerare direttamente la caparra confirmatoria come indennizzo forfettario, ma deve provare l'effettivo danno subito. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Appalto a corpo: l’impresa perde il risarcimento ma il Comune paga
Un'impresa di costruzioni ha richiesto il risarcimento dei danni per la ritardata consegna delle aree di cantiere e per i maggiori costi derivanti da errori progettuali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'impresa, confermando che, in caso di ritardo nella consegna, l'appaltatore deve prima chiedere il recesso dal contratto per poter pretendere un indennizzo. Inoltre, trattandosi di un appalto a corpo, l'impresa si era espressamente assunta il rischio dei maggiori costi e delle varianti progettuali, rendendo valide le clausole che escludevano ulteriori compensi. Infine, la Corte ha respinto anche il ricorso del Comune committente sugli interessi di mora, poiché l'ente non ha fornito la prova delle date di richiesta dei finanziamenti. Entrambe le parti escono sconfitte dal giudizio di legittimità.
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Recesso dal GEIE: l’ex socio non risponde delle perdite successive
Un Gruppo Europeo di Interesse Economico ha richiesto a una società associata il pagamento delle perdite d'esercizio tramite decreto ingiuntivo. L'associata si è opposta, evidenziando di aver esercitato il recesso dal GEIE prima dell'approvazione del nuovo bilancio che rideterminava le perdite. La Corte d'Appello ha revocato l'ingiunzione, rilevando che le nuove delibere non erano opponibili all'associata uscente e che le perdite precedenti erano coperte da riserve. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del GEIE, confermando che le decisioni assembleari successive all'efficacia del recesso non vincolano il socio uscente e che spetta al GEIE dimostrare l'effettiva sussistenza di perdite non coperte. Vince la società associata, che non deve pagare la somma richiesta.
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Danni da recesso del conduttore: il condominio non paga
Un condomino ha richiesto il risarcimento danni per recesso del conduttore, una cooperativa che gestiva una comunità alloggio nel suo appartamento. Il proprietario accusava il condominio di aver provocato l'addio dell'inquilino pretendendo il rispetto del regolamento condominiale e presentando esposti infondati alle autorità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario. I giudici hanno stabilito che l'attività del condominio volta a far rispettare le regole interne non costituisce un illecito. Inoltre, la presentazione di esposti alle autorità, se non calunniosa, non genera responsabilità risarcitoria poiché l'intervento pubblico interrompe il nesso causale. Infine, il condominio non risponde delle condotte moleste attribuibili a singoli condomini.
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Contratto preliminare di compravendita: no a recesso se sanabile
I Promissari Acquirenti hanno firmato un contratto preliminare di compravendita per l'acquisto di un immobile. Successivamente, hanno scoperto che alcuni locali al piano terra erano privi del certificato di abitabilità. Per questo motivo, hanno esercitato il recesso chiedendo la restituzione del doppio della caparra. I Promittenti Venditori si sono però offerti di sanare l'irregolarità a proprie spese, ma gli acquirenti hanno rifiutato. La Corte d'Appello ha ritenuto il recesso ingiustificato poiché l'abuso era sanabile e i venditori erano pronti a pagare. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile: la valutazione sulla gravità dell'inadempimento spetta solo ai giudici di merito. Gli acquirenti perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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