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Reato Permanente

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728 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Pena e contestazione aperta: la Cassazione vieta gli automatismi
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione la rideterminazione della pena, lamentando il mancato computo di tre anni di custodia cautelare già subiti. La Corte d'appello ha rigettato la richiesta, ritenendo che la pena precedente fosse stata interamente espiata prima della fine del nuovo reato associativo. Quest'ultimo presentava una contestazione aperta, ossia senza una data finale definita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che, in presenza di una contestazione aperta, il giudice non può presumere automaticamente che il reato sia continuato fino alla sentenza di primo grado. È invece necessario verificare concretamente, analizzando le motivazioni delle sentenze, la data reale in cui la condotta criminosa è cessata. La decisione impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Applicazione dell’indulto e reati gravi: il ricorso fallisce
Il Condannato richiede l'applicazione dell'indulto sostenendo che i reati contestati siano stati commessi prima del termine di legge del 2 maggio 2006. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Una parte dei reati risulta infatti aggravata dal metodo mafioso, fattispecie che costituisce un blocco ostativo per legge al beneficio. Gli altri illeciti sono reati permanenti la cui condotta si è protratta anche oltre la data limite stabilita dal legislatore. La decisione della Corte d'Appello viene dunque confermata. Il Ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Invasione di terreni o edifici: la prescrizione non salva l’abusivo
L'Imputata era accusata del reato di invasione di terreni o edifici per aver occupato abusivamente un immobile pubblico. La Corte d'Appello aveva dichiarato il reato estinto per prescrizione. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, ricordando che l'occupazione abusiva è un reato permanente. Di conseguenza, se l'occupazione persiste, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal momento dello sgombero o, in mancanza, dalla data della sentenza di condanna di primo grado. Poiché l'occupazione era ancora in corso al momento del primo giudizio, la prescrizione non era affatto maturata. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza d'appello, disponendo un nuovo processo.
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Invasione di edifici: la legge più severa si applica a chi resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per invasione di edifici in concorso. I ricorrenti contestavano l'applicazione di una legge penale successiva più severa. La Suprema Corte ha confermato che, trattandosi di un reato permanente, se la condotta abusiva prosegue dopo l'entrata in vigore della nuova norma più gravosa, si applica legittimamente quest'ultima. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Invasione di edifici: il tempo non cancella il reato abusivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna nei confronti di un soggetto per il reato di invasione di edifici. L'imputata sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione prima della sentenza di appello. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che l'invasione di edifici è un reato permanente. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo quando cessa l'occupazione abusiva dell'immobile (con l'allontanamento volontario o forzato, oppure con la pronuncia della sentenza di primo grado). Poiché l'occupazione abusiva persisteva ancora nel 2020, la prescrizione non era affatto maturata al momento della decisione d'appello nel 2022. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Cumulo di pene concorrenti: no a calcoli basati su presunzioni
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento di cumulo delle pene emesso dalla Procura, lamentando l'applicazione di cumuli parziali sfavorevoli anziché di un cumulo unitario. La Corte d'Appello aveva escluso dal primo cumulo alcuni reati di armi e associativi, ritenendoli commessi dopo l'arresto o comunque proseguiti in costanza di detenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che in tema di cumulo di pene concorrenti, per i reati permanenti con contestazione aperta, il giudice dell'esecuzione non può basarsi su mere presunzioni per stabilire la fine della condotta illecita. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione.
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Revoca degli arresti domiciliari: buona condotta non basta
Il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta di revoca degli arresti domiciliari avanzata da un imputato accusato di associazione mafiosa. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dall'inizio della misura e la sua buona condotta dimostrassero l'assenza di pericoli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il semplice decorso del tempo e il comportamento corretto durante la detenzione domiciliare non bastano a superare la presunzione di pericolosità legata ai reati associativi. Per ottenere la revoca degli arresti domiciliari, è necessaria la prova concreta della rescissione totale di ogni legame con il sodalizio criminale. Di conseguenza, l'imputato rimane agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Sospensione condizionale della pena: revoca per reato permanente
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva revocato solo parzialmente la sospensione condizionale della pena concessa a un condannato. Il soggetto aveva ricevuto tre condanne, l'ultima delle quali per un reato associativo permanente iniziato entro i cinque anni dalla prima condanna. La Cassazione ha chiarito che, per i reati permanenti, basta che la condotta inizi nel quinquennio di prova per far scattare la revoca del beneficio. Inoltre, la revoca di una seconda sospensione può travolgere anche la prima. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Occultamento di scritture contabili: condanna definitiva
Un socio accomandatario di una società è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per il reato di occultamento di scritture contabili. L'imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i documenti fossero stati distrutti (circostanza che avrebbe fatto scattare la prescrizione) e non nascosti, e lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in mancanza di prove sulla distruzione fisica dei registri, la condotta costituisce occultamento, reato di natura permanente che sposta in avanti il calcolo della prescrizione. Inoltre, la presenza di precedenti penali esclude la concessione delle attenuanti generiche. L'imprenditore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: opere finite ma l’abuso resta
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro il dissequestro di un'area demaniale occupata abusivamente. Il tribunale di merito aveva revocato la misura ritenendo insussistente il pericolo nel ritardo, basandosi su una futura sdemanializzazione dell'area e sul fatto che le opere fossero ormai completate da tempo. La Cassazione ha invece chiarito che il sequestro preventivo è pienamente legittimo anche se i manufatti abusivi sono ultimati. L'abusiva occupazione di spazio demaniale è infatti un reato permanente, la cui consumazione si protrae finché dura l'occupazione illegittima. Inoltre, la sdemanializzazione non può mai avvenire tacitamente ma richiede un provvedimento espresso. La causa viene quindi rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Invasione di edifici: la prescrizione non salva l’occupante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di invasione di edifici pubblici. La difesa sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione, calcolando il tempo dal primo accertamento del fatto. I giudici hanno invece chiarito che l'invasione di edifici è un reato permanente: l'illecito continua a consumarsi finché dura l'occupazione abusiva o, in mancanza di prove sulla cessazione, fino alla sentenza di primo grado. Di conseguenza, il termine di prescrizione non era decorso. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: condanna definitiva anche dopo dieci anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per l'occupazione abusiva di un immobile. L'imputato chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto per evitare la condanna penale. I giudici hanno chiarito che questo beneficio non può essere concesso se l'occupazione abusiva è ancora in corso, trattandosi di un reato permanente. Inoltre, la condotta si è protratta per oltre dieci anni, escludendo qualsiasi ipotesi di lieve entità. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione abusiva di immobile: la condanna diventa più severa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un soggetto responsabile di occupazione abusiva di immobile. La difesa sosteneva l'applicazione retroattiva di una legge penale più sfavorevole. I giudici hanno chiarito che l'occupazione prolungata costituisce un reato permanente. La condotta illecita continua fino allo sgombero o alla sentenza di primo grado. Di conseguenza, se durante l'occupazione entra in vigore una legge con sanzioni più severe, si applica la nuova norma perché il reato è ancora in corso di consumazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Confisca per equivalente: colpito l’intero valore anziché l’evaso
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento che disponeva la confisca per equivalente di oltre 27mila euro, pari al valore della merce importata illegalmente, anziché limitarsi ai soli tributi evasi (circa 11mila euro). La difesa sosteneva l'inapplicabilità delle norme più severe del 2024 a fatti del 2021. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il contrabbando doganale e l'evasione dell'IVA all'importazione sono reati permanenti: la legge applicabile è quella vigente al momento in cui cessa la condotta illecita, rendendo legittima la nuova normativa. Inoltre, la confisca per equivalente in materia doganale deve colpire l'intero valore della merce contrabbandata (l'oggetto del reato) e non solo il profitto rappresentato dalle tasse risparmiate.
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Sostituzione di persona: ricorso respinto senza utilità pratica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di sostituzione di persona. L'imputato contestava la qualificazione del reato come permanente anziché istantaneo, ma senza spiegare quale utilità pratica avrebbe tratto da tale distinzione. Inoltre, il ricorso presentava evidenti contraddizioni logiche, lamentando contemporaneamente che il giudice di merito avesse individuato più reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, rigettando il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reingresso dello straniero espulso: no alla prescrizione facile
Un cittadino straniero, già espulso dall'Italia con divieto di rientro per cinque anni, è stato rintracciato a Bologna nel 2014. Condannato nei primi gradi di giudizio per il reato di reingresso dello straniero espulso senza autorizzazione, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reingresso dello straniero espulso è un reato permanente, poiché la condotta illecita si protrae per tutta la durata della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal momento dell'accertamento del fatto (nel caso di specie, il 21 settembre 2014) e non dal momento del mero reingresso fisico. Al momento della sentenza d'appello, il termine di prescrizione non era pertanto ancora decorso.
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Reato continuato in sede esecutiva: la svolta della Cassazione
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del Reato continuato in sede esecutiva tra due sentenze irrevocabili: una per estorsione commessa nel 2014 e l'altra per associazione mafiosa (reato permanente dal 2000 al 2017) già unificata ad altre estorsioni coeve. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta valorizzando unicamente il lungo lasso di tempo tra l'inizio dell'associazione e l'estorsione della prima sentenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice ha omesso di considerare la natura permanente del reato associativo (protrattosi fino al 2017) e la stretta contiguità temporale tra le estorsioni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di rigetto, disponendo il rinvio al Tribunale per una nuova valutazione sull'unicità del disegno criminoso.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: la Cassazione si corregge
Il Condannato ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una sentenza della Corte di Cassazione che aveva confermato la sua condanna per invasione di terreni. Il ricorrente ha evidenziato un errore materiale nel calcolo della prescrizione: il termine ordinario di sei anni era interamente decorso tra la sentenza di primo grado e il decreto di citazione in appello. La precedente sezione della Cassazione aveva erroneamente applicato l'aumento per la recidiva, ignorando che nessun atto interruttivo era intervenuto prima dello spirare del termine ordinario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ha revocato la sentenza impugnata e ha fissato una nuova udienza per la discussione del merito.
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Invasione di terreni o edifici: condanna per il cortile occupato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di invasione di terreni o edifici. L'uomo aveva occupato un cortile condominiale adiacente alla sua proprietà, realizzando un'apertura nel muro e un basamento in cemento per un serbatoio d'acqua. La difesa sosteneva la proprietà dell'area e la tardività della querela. I giudici hanno chiarito che il cortile apparteneva alla persona offesa, che ne aveva l'esclusivo possesso e ne curava la manutenzione. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che l'invasione di terreni o edifici è un reato permanente: la consumazione si protrae finché dura l'occupazione abusiva, rendendo la querela sempre tempestiva durante tale periodo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni.
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Arresto in flagranza differito: valido anche senza contatto fisico
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'ordinanza del GIP che non aveva convalidato l'arresto di due indagati per detenzione di stupefacenti. La polizia giudiziaria, tramite intercettazioni, aveva accertato l'occultamento di hashish in un garage, eseguendo successivamente un arresto in flagranza differito. Il primo giudice aveva escluso la flagranza per mancanza di un contatto fisico diretto tra indagati e droga al momento del blitz. La Suprema Corte ha invece stabilito che la detenzione di stupefacenti è un reato permanente, la cui flagranza dura fino al sequestro della sostanza. Di conseguenza, l'arresto differito è pienamente legittimo anche senza percezione visiva diretta del possesso, purché vi siano elementi d'indagine univoci.
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