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Reato Permanente — Anno 2022

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146 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Reato Permanente

Provvedimenti

Applicazione dell’indulto e reati gravi: il ricorso fallisce
Il Condannato richiede l'applicazione dell'indulto sostenendo che i reati contestati siano stati commessi prima del termine di legge del 2 maggio 2006. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Una parte dei reati risulta infatti aggravata dal metodo mafioso, fattispecie che costituisce un blocco ostativo per legge al beneficio. Gli altri illeciti sono reati permanenti la cui condotta si è protratta anche oltre la data limite stabilita dal legislatore. La decisione della Corte d'Appello viene dunque confermata. Il Ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Invasione di terreni o edifici: la prescrizione non salva l’abusivo
L'Imputata era accusata del reato di invasione di terreni o edifici per aver occupato abusivamente un immobile pubblico. La Corte d'Appello aveva dichiarato il reato estinto per prescrizione. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, ricordando che l'occupazione abusiva è un reato permanente. Di conseguenza, se l'occupazione persiste, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal momento dello sgombero o, in mancanza, dalla data della sentenza di condanna di primo grado. Poiché l'occupazione era ancora in corso al momento del primo giudizio, la prescrizione non era affatto maturata. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza d'appello, disponendo un nuovo processo.
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Sequestro preventivo: opere finite ma l’abuso resta
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro il dissequestro di un'area demaniale occupata abusivamente. Il tribunale di merito aveva revocato la misura ritenendo insussistente il pericolo nel ritardo, basandosi su una futura sdemanializzazione dell'area e sul fatto che le opere fossero ormai completate da tempo. La Cassazione ha invece chiarito che il sequestro preventivo è pienamente legittimo anche se i manufatti abusivi sono ultimati. L'abusiva occupazione di spazio demaniale è infatti un reato permanente, la cui consumazione si protrae finché dura l'occupazione illegittima. Inoltre, la sdemanializzazione non può mai avvenire tacitamente ma richiede un provvedimento espresso. La causa viene quindi rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Invasione di edifici: la prescrizione non salva l’occupante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di invasione di edifici pubblici. La difesa sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione, calcolando il tempo dal primo accertamento del fatto. I giudici hanno invece chiarito che l'invasione di edifici è un reato permanente: l'illecito continua a consumarsi finché dura l'occupazione abusiva o, in mancanza di prove sulla cessazione, fino alla sentenza di primo grado. Di conseguenza, il termine di prescrizione non era decorso. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: condanna definitiva anche dopo dieci anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per l'occupazione abusiva di un immobile. L'imputato chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto per evitare la condanna penale. I giudici hanno chiarito che questo beneficio non può essere concesso se l'occupazione abusiva è ancora in corso, trattandosi di un reato permanente. Inoltre, la condotta si è protratta per oltre dieci anni, escludendo qualsiasi ipotesi di lieve entità. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione abusiva di immobile: la condanna diventa più severa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un soggetto responsabile di occupazione abusiva di immobile. La difesa sosteneva l'applicazione retroattiva di una legge penale più sfavorevole. I giudici hanno chiarito che l'occupazione prolungata costituisce un reato permanente. La condotta illecita continua fino allo sgombero o alla sentenza di primo grado. Di conseguenza, se durante l'occupazione entra in vigore una legge con sanzioni più severe, si applica la nuova norma perché il reato è ancora in corso di consumazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Sostituzione di persona: ricorso respinto senza utilità pratica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di sostituzione di persona. L'imputato contestava la qualificazione del reato come permanente anziché istantaneo, ma senza spiegare quale utilità pratica avrebbe tratto da tale distinzione. Inoltre, il ricorso presentava evidenti contraddizioni logiche, lamentando contemporaneamente che il giudice di merito avesse individuato più reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, rigettando il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reingresso dello straniero espulso: no alla prescrizione facile
Un cittadino straniero, già espulso dall'Italia con divieto di rientro per cinque anni, è stato rintracciato a Bologna nel 2014. Condannato nei primi gradi di giudizio per il reato di reingresso dello straniero espulso senza autorizzazione, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reingresso dello straniero espulso è un reato permanente, poiché la condotta illecita si protrae per tutta la durata della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal momento dell'accertamento del fatto (nel caso di specie, il 21 settembre 2014) e non dal momento del mero reingresso fisico. Al momento della sentenza d'appello, il termine di prescrizione non era pertanto ancora decorso.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: la Cassazione si corregge
Il Condannato ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una sentenza della Corte di Cassazione che aveva confermato la sua condanna per invasione di terreni. Il ricorrente ha evidenziato un errore materiale nel calcolo della prescrizione: il termine ordinario di sei anni era interamente decorso tra la sentenza di primo grado e il decreto di citazione in appello. La precedente sezione della Cassazione aveva erroneamente applicato l'aumento per la recidiva, ignorando che nessun atto interruttivo era intervenuto prima dello spirare del termine ordinario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ha revocato la sentenza impugnata e ha fissato una nuova udienza per la discussione del merito.
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Occupazione abusiva: il bisogno di casa non cancella il reato
L'Occupante è stata condannata per il reato di occupazione abusiva di un immobile. La donna ha proposto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità non giustifica un'occupazione abusiva quando questa diventa una soluzione abitativa stabile e non temporanea. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata esclusa a causa della violenza sulle cose e della natura permanente del reato. L'Occupante perde definitivamente la causa e viene condannata a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Invasione di terreni o edifici: assoluzione annullata per i danni
L'Imputato era stato condannato in primo grado per il reato di invasione di terreni o edifici, avendo occupato abusivamente particelle di terreno private e demaniali. La Corte d'Appello aveva ribaltato la decisione, assolvendo l'Imputato e dichiarando l'improcedibilità per difetto di querela. Le Parti Civili hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che le Parti Civili hanno pieno interesse a impugnare la sentenza di appello che cancella la condanna di primo grado. Inoltre, i giudici hanno chiarito che l'integrazione della querela era tempestiva e che la Corte d'Appello ha violato l'obbligo di motivazione rafforzata, avendo ignorato le prove raccolte, come i verbali della Polizia Municipale. La sentenza è stata annullata con rinvio al giudice civile per la decisione sui danni.
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Occultamento di documenti contabili: la negligenza diventa reato
L'Imprenditore, titolare di una ditta individuale, è stato condannato per il reato di occultamento di documenti contabili per non aver conservato e presentato tredici fatture durante una verifica fiscale nel 2018, impedendo la ricostruzione dei redditi. La difesa sosteneva che i documenti fossero stati smarriti o distrutti nel 2013, chiedendo l'applicazione della legge previgente più favorevole e l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'occultamento di documenti contabili è un reato permanente che si consuma al momento dell'accertamento fiscale. Di conseguenza, si applica la legge in vigore al momento della verifica (2018), che esclude la particolare tenuità a causa dell'innalzamento delle pene ed impone la confisca per equivalente.
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Revoca della sentenza di non luogo a procedere: scontro finale
L'Accusa ha richiesto la revoca della sentenza di non luogo a procedere emessa nei confronti di alcuni dirigenti pubblici e di un appaltatore, accusati di lottizzazione abusiva per la riqualificazione di un'area portuale. L'Accusa sosteneva di possedere nuove prove documentali e testimoniali. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che le prove non erano realmente nuove né decisive, poiché derivavano da indagini mirate e non da scoperte casuali. Inoltre, i reati contestati, essendo a contestazione chiusa con data finale nel 2014, erano ormai estinti per prescrizione. Di conseguenza, la revoca della sentenza di non luogo a procedere è stata dichiarata inammissibile, confermando definitivamente il proscioglimento degli imputati.
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Contestazioni a catena: l’ordine di arresto che salva la custodia
Il caso riguarda un indagato sottoposto a due diverse misure cautelari per estorsione e associazione mafiosa. L'indagato ha richiesto l'inefficacia della misura per associazione mafiosa, invocando la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per evitare le cosiddette contestazioni a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, ai fini del calcolo della retrodatazione, la prima ordinanza è quella eseguita per prima cronologicamente, non quella emessa per prima. Inoltre, trattandosi di associazione mafiosa (reato permanente con contestazione aperta), opera la presunzione di prosecuzione della condotta criminosa in assenza di prove contrarie fornite dalla difesa. Di conseguenza, non sussistendo i presupposti per la retrodatazione, la misura cautelare resta pienamente efficace e l'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Liberazione anticipata negata: pesa la bancarotta dell’imprenditore
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa della gravità di reati di bancarotta documentale commessi in un periodo vicino alla detenzione. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la condotta omissiva (mancata tenuta delle scritture contabili) non coincidesse con il periodo di osservazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo dell'imprenditore di redigere le scritture contabili persiste ininterrottamente fino alla dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, la violazione di tale dovere si protrae nel tempo, giustificando la valutazione negativa sulla reale partecipazione del detenuto al percorso di rieducazione e il conseguente diniego del beneficio della liberazione anticipata. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rimozione dei rifiuti: condannato chi subentra e non pulisce
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quindici giorni di arresto per il legale rappresentante di una fondazione che non ha rispettato l'ordinanza del Sindaco per la rimozione dei rifiuti abbandonati presso un immobile di proprietà. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità della prova della notifica e l'assenza di colpa del nuovo presidente, subentrato dopo l'accumulo dei materiali. La Suprema Corte ha chiarito che l'obbligo di rimozione dei rifiuti grava in solido anche sui rappresentanti legali subentranti e che il reato ha natura permanente. L'appello è stato rigettato.
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Revoca dell’indulto: no all’automatismo senza prove concrete
Il Tribunale di Napoli, come giudice dell'esecuzione, aveva rigettato la richiesta di applicazione del condono avanzata dal Condannato. Il diniego si basava sulla presunta operatività di una causa di revoca dell'indulto, dovuta a una condanna per associazione mafiosa. Secondo il Tribunale, la condotta criminosa si era protratta fino alla sentenza di primo grado, rientrando nel quinquennio ostativo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la permanenza di un reato associativo non si presume automaticamente fino alla sentenza di primo grado. Il giudice dell'esecuzione deve verificare l'effettiva data di cessazione delle condotte illecite basandosi su prove concrete e non su mere formule processuali. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo esame.
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Associazione di tipo mafioso: quando i funerali incastrano il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di associazione di tipo mafioso. L'imputato sosteneva che la sua partecipazione fosse marginale e cessata nel 2001, chiedendo l'applicazione di una legge penale più favorevole precedente al 2008. I giudici hanno invece accertato la sua stabile appartenenza al clan almeno fino al 2009, dimostrata dal conferimento di un grado gerarchico elevato, dalla presenza a riunioni di riconciliazione e a funerali di esponenti di spicco, e dal possesso di verbali di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che nei reati permanenti la legge applicabile è quella in vigore al momento della cessazione della condotta. Il ricorso è stato rigettato, confermando la pena e la condanna al pagamento delle spese processuali e di risarcimento all'associazione antimafia costituita parte civile.
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Riapertura delle indagini: arresto valido anche senza decreto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. La difesa lamentava l'utilizzo di elementi di un vecchio procedimento archiviato senza un formale provvedimento di riapertura delle indagini. I giudici hanno chiarito che, per i reati permanenti, l'archiviazione non impedisce nuove indagini e l'uso di elementi successivi alla stessa. Pertanto, la riapertura delle indagini non è necessaria per contestare condotte compiute dopo il decreto di archiviazione. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere, poiché i gravi indizi si fondano su intercettazioni e dichiarazioni successive e autonome rispetto al periodo archiviato.
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Reato permanente: una sola condotta ma due condanne diverse
Il Giudice di pace di Genova condannava un cittadino straniero per non aver rispettato l'ordine di espulsione del Questore. Il difensore proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo l'illegittimità di una seconda condanna per lo stesso fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condotta configura un reato permanente. La prima sentenza di condanna chiude la prima frazione temporale del reato. Se la condotta illecita prosegue dopo la prima condanna, si configura una nuova frazione temporale dello stesso reato permanente, punibile autonomamente in continuazione. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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