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Reato Permanente — Anno 2022

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146 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Reato Permanente

Provvedimenti

Liberazione anticipata negata: commettere reati cancella lo sconto
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto poiché, nel periodo di espiazione della pena considerato, egli aveva commesso plurimi reati, tra cui minacce, ingiurie e violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di una valutazione critica sulla gravità dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la commissione di reati, anche se non di estremo allarme sociale, dimostra la mancata partecipazione del condannato all'opera di rieducazione. La concessione del beneficio richiede infatti una condotta partecipativa e l'assenza di comportamenti devianti.
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Misure cautelari personali: arresti anche senza trovare l’arma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva gli arresti domiciliari per detenzione illegale di un fucile. La difesa contestava l'attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e l'esito negativo di una perquisizione. La Suprema Corte ha chiarito che le misure cautelari personali sono giustificate poiché la detenzione di armi è un reato permanente e non vi erano prove della cessazione del possesso, specie considerando che gli indagati avevano concordato di nascondere l'arma. Inoltre, la pericolosità del soggetto era confermata da una precedente condanna per tentato omicidio. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di bis in idem: no alla doppia condanna per evasione
Il Ricorrente, condannato per evasione dagli arresti domiciliari per un'assenza accertata il 28 luglio 2016, ha eccepito la violazione del divieto di bis in idem. Egli era già stato condannato per un'evasione il 1° luglio 2016 e sosteneva l'assenza di prove sul suo rientro a casa, configurando un unico reato continuato nel tempo. La Corte d'appello aveva dichiarato inammissibile l'eccezione perché presentata come motivo nuovo. La Corte di Cassazione ha invece annullato la sentenza, stabilendo che il divieto di bis in idem tutela un diritto fondamentale della persona e può essere rilevato d'ufficio in ogni stato e grado, superando i limiti dei motivi d'appello. Il caso torna ai giudici di merito per verificare l'effettiva unicità del fatto.
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Occultamento di scritture contabili: condanna o prescrizione?
Il Liquidatore di una società è stato condannato per il reato di occultamento di scritture contabili, avendo omesso di esibire i registri obbligatori durante una verifica fiscale. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato si fosse consumato all'inizio dell'ispezione e fosse quindi caduto in prescrizione prima della condanna d'appello. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'occultamento è un reato permanente. La condotta illecita cessa solo con la conclusione delle operazioni di verifica fiscale, momento in cui si consuma effettivamente il reato. Di conseguenza, si applica il termine di prescrizione più lungo introdotto dalla legge durante il controllo, rendendo la contestazione ancora valida. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Invasione di terreni o edifici: condanna confermata ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due donne condannate per danneggiamento e invasione di terreni o edifici. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, dichiarando prescritto il reato di danneggiamento, considerato reato istantaneo e consumatosi nel 2007. Al contrario, il reato di invasione di terreni o edifici, avente natura di reato permanente, non è stato ritenuto prescritto poiché la difesa non ha dimostrato l'effettivo rilascio dell'immobile prima della sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il danneggiamento e ha rinviato alla Corte d'appello solo per rideterminare la pena per l'occupazione abusiva, confermando la responsabilità penale delle imputate per quest'ultimo reato.
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Reato permanente: salvi dall’abuso ma condannati per il sisma
Il Ristoratore veniva condannato per abusi edilizi e paesaggistici, oltre che per violazioni sismiche, avendo installato una struttura fissa ancorata al suolo senza le dovute autorizzazioni. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso. Ha dichiarato estinti per prescrizione i reati edilizi e paesaggistici ordinari, poiche l'opera era stata smontata e rimontata nel 2015, facendo decorrere il termine quinquennale prima dell'appello. Al contrario, la Suprema Corte ha stabilito che la violazione sismica (mancato deposito del progetto al Genio Civile) costituisce un reato permanente. Tale illecito si protrae nel tempo finche non viene presentata la denuncia del progetto, impedendo cosi il decorso della prescrizione. La sentenza e stata quindi annullata senza rinvio per i reati prescritti e con rinvio alla Corte d'Appello solo per rideterminare la pena relativa al reato sismico.
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Deposito incontrollato di rifiuti: quando lo scarto diventa reato
L'Amministratrice di una società estrattiva è stata condannata per il reato di deposito incontrollato di rifiuti, avendo accumulato terre e rocce da scavo senza autorizzazione. La difesa sosteneva che i materiali fossero sottoprodotti destinati al riutilizzo e che il reato fosse istantaneo e ormai prescritto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare la natura di sottoprodotto spetta all'imputato. Inoltre, poiché l'accumulo era sistematico e legato all'attività aziendale, si tratta di un reato permanente, la cui consumazione si protrae nel tempo impedendo la prescrizione anticipata. La condanna originaria viene quindi confermata.
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Revoca dell’indulto: il carcere non cancella il reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'indulto precedentemente concesso a un uomo, in seguito a una nuova condanna definitiva per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente sosteneva che lo stato di detenzione avesse interrotto la sua partecipazione al sodalizio criminale, impedendo la revoca del beneficio. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che la detenzione non interrompe automaticamente la permanenza del reato associativo, specialmente se l'affiliazione al clan mafioso prosegue dal carcere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della revoca e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: nuovo reato o doppio giudizio?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due soggetti accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dal metodo mafioso. I ricorrenti contestavano l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e lamentavano la violazione del principio del ne bis in idem, sostenendo che i fatti contestati fossero una prosecuzione di un reato permanente già giudicato in passato. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che la contestazione di un reato permanente in un arco temporale diverso e successivo costituisce un fatto nuovo. Inoltre, le dichiarazioni dei collaboratori sono state ritenute precise, concordanti e reciprocamente riscontrate, giustificando pienamente la misura restrittiva applicata.
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Prescrizione dei reati edilizi: condanna annullata in Cassazione
Il Tribunale di Palermo aveva condannato La Proprietaria per violazioni della normativa antisismica ed edilizia. La donna ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le opere abusive erano state completate prima del suo acquisto e che, in ogni caso, era maturata la prescrizione dei reati edilizi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso. Pur non potendo pronunciare un'assoluzione nel merito a causa delle dichiarazioni rese nella domanda di condono, i giudici hanno rilevato che il tempo trascorso dal completamento dei lavori (avvenuto nel 2003) ha determinato l'estinzione delle contravvenzioni. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna.
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Doppio ordine di allontanamento: la Cassazione nega lo sconto
Lo Straniero è stato condannato dal Giudice di Pace per non aver rispettato due successivi provvedimenti di espulsione. Il ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo che la condotta costituisse un unico reato permanente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la violazione di un nuovo ordine di allontanamento, emesso dopo un precedente accertamento, configura un reato autonomo e persino più grave. Tuttavia, in applicazione del principio del favor rei (divieto di peggiorare la situazione dell'imputato in assenza di ricorso del pubblico ministero), la Suprema Corte ha mantenuto la pena pecuniaria precedentemente inflitta di 7.000 euro, correggendo unicamente la qualificazione giuridica del fatto. Lo Straniero perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Costruzione abusiva: l’uso della casa non evita la condanna
Il caso riguarda un proprietario condannato per aver realizzato una costruzione abusiva in una zona boschiva protetta da vincolo paesaggistico. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato fosse prescritto, collocando la fine dei lavori in una data antecedente, e contestando la definizione di area boschiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che una costruzione abusiva si considera ultimata solo quando l'edificio è del tutto rifinito e funzionale (completo di intonaci e infissi), non bastando l'uso effettivo o l'allaccio delle utenze. Di conseguenza, il termine di prescrizione non era decorso. La Corte ha inoltre confermato la sanzione e la definizione legale di bosco applicata al caso.
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Conflitto di competenza: vince il processo in grado più avanzato
Un detenuto agli arresti domiciliari evade dalla propria abitazione e viene successivamente arrestato in un comune limitrofo. Si avviano così due distinti procedimenti penali per lo stesso fatto: uno davanti al tribunale del luogo dell'evasione e l'altro, già giunto in appello, davanti al tribunale del luogo dell'arresto. Sorge quindi un conflitto di competenza tra i diversi uffici giudiziari. La Corte di Cassazione risolve la questione stabilendo che, in caso di procedimenti paralleli pendenti in gradi diversi per lo stesso reato e contro lo stesso imputato, la competenza spetta inderogabilmente al giudice del procedimento che si trova nello stadio più avanzato. Di conseguenza, la Suprema Corte dichiara la competenza della Corte di appello, garantendo il principio di economia processuale ed evitando l'inutile regressione del giudizio.
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Invasione di terreni o edifici: condanna e assoluzione a confronto
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due persone accusate del reato di invasione di terreni o edifici per aver occupato abusivamente degli alloggi. Nel primo caso, una donna ha giustificato l'occupazione con il proprio stato di necessità economica, ma la Corte ha respinto il ricorso, confermando che la povertà non legittima l'occupazione permanente. Nel secondo caso, un uomo ha continuato ad abitare nell'alloggio pubblico dopo la morte del padre, legittimo assegnatario con cui conviveva. La Cassazione ha accolto il ricorso di quest'ultimo, stabilendo che spetta all'accusa dimostrare l'arbitraria introduzione nell'immobile. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per l'uomo, mentre il ricorso della donna è stato dichiarato inammissibile.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: il caso
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un indagato, accusato di far parte di un'organizzazione criminale. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo di aver agito come semplice spacciatore per un periodo brevissimo e di non conoscere tutti i membri del gruppo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non serve la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né rileva la breve durata dell'attività. È sufficiente la consapevolezza di collaborare a un sistema criminale collaudato attraverso la commissione di più reati di spaccio.
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Revoca dell’indulto: la Cassazione cancella lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro il rigetto della revoca dell'indulto concesso a un condannato. Il soggetto, originariamente beneficiario dello sconto di pena per favoreggiamento, aveva commesso un nuovo reato associativo legato agli stupefacenti tra il 2004 e il 2007, venendo condannato a una pena superiore a due anni. La Corte d'Appello aveva erroneamente negato la revoca ritenendo i fatti antecedenti al limite temporale di legge. La Cassazione ha chiarito che il reato continuato si è protratto oltre l'entrata in vigore della legge sull'indulto, rientrando perfettamente nei cinque anni previsti per la decadenza dal beneficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, disponendo un nuovo giudizio.
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Contestazione a catena: il reato continua e il carcere resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro l'ordinanza che negava la retrodatazione della custodia in carcere per il reato di associazione mafiosa. La difesa invocava l'istituto della contestazione a catena, sostenendo che i fatti contestati nel secondo provvedimento fossero antecedenti alla prima carcerazione. I giudici hanno chiarito che la contestazione a catena non si applica se la condotta criminosa permanente è proseguita anche dopo l'esecuzione della prima misura cautelare. Inoltre, il principio del ne bis in idem non impedisce un secondo processo per la prosecuzione dell'attività associativa in un periodo successivo rispetto a quello già giudicato. Di conseguenza, L'Imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Invasione arbitraria di edificio: vecchia condanna non salva
Gli Occupanti sono stati condannati per il reato di invasione arbitraria di edificio comunale. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che una precedente condanna per lo stesso immobile coprisse anche il periodo contestato nel nuovo processo, invocando il divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'occupazione abusiva è un reato permanente. In assenza di prove sull'allontanamento degli imputati, la condotta illecita si è protratta nel tempo fino alla nuova sentenza di primo grado. Di conseguenza, non si applica il principio del precedente giudicato. Gli Occupanti perdono la causa e devono pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio e prescrizione: la Cassazione condanna i coniugi
Due coniugi sono stati condannati per aver ampliato e chiuso abusivamente una tettoia in lamiera, gia colpita da un vecchio ordine di demolizione, senza permessi edilizi e in zona vincolata. I proprietari hanno fatto ricorso sostenendo che il reato fosse estinto per il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo le regole su abuso edilizio e prescrizione. I giudici hanno stabilito che l'abuso edilizio e un reato permanente e che spetta all'imputato dimostrare con prove precise la data di effettivo completamento dell'opera per far decorrere la prescrizione. Inoltre, la comproprietaria e stata ritenuta responsabile come committente per il suo interesse concreto sull'area. Infine, e stata negata la particolare tenuita del fatto a causa della gravita della condotta, costringendo i ricorrenti a pagare le spese e la sanzione.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella la mafia
Il Tribunale del riesame ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa e truffa ai danni dell'Unione Europea, annullando i domiciliari precedentemente concessi. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso dai fatti (avvenuti fino al 2018) e l'incensuratezza dimostrassero l'attenuazione delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati di mafia opera una doppia presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo provando l'effettiva e stabile rescissione dei legami con il clan. Il semplice decorso del tempo non basta a cancellare il pericolo di recidiva per reati associativi permanenti. L'indagato resta quindi in carcere.
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