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Prescrizione — Anno 2023

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3091 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Prescrizione

Provvedimenti

Lottizzazione abusiva: i garage interrati non evitano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di lottizzazione abusiva nei confronti del legale rappresentante di una cooperativa edilizia. La vicenda riguarda la costruzione di quattro grandi fabbricati a Caserta, dove erano stati realizzati garage interrati per oltre 81.000 metri cubi senza computarli nella volumetria totale consentita. La Corte ha chiarito che i garage interrati aumentano il carico urbanistico e vanno calcolati nella volumetria complessiva, escludendo che possano essere considerati semplici volumi tecnici. Per il costruttore, il reato non è stato dichiarato prescritto poiché la firma di un successivo contratto di vendita del terreno ha spostato in avanti la data di consumazione del reato. I ricorsi dei difensori sono stati rigettati.
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Prescrizione contributi TFR: l’Azienda perde senza prove
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda il pagamento dei contributi omessi per il trattamento di fine rapporto da versare al Fondo di Tesoreria. L'Azienda si è opposta eccependo la Prescrizione contributi TFR per alcuni mesi del 2007, sostenendo che il termine quinquennale fosse già decorso al momento della richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che la prescrizione inizia a decorrere solo dal mese successivo alla consegna del modello TFR1 da parte del lavoratore. Spetta all'Azienda, che solleva l'eccezione, dimostrare la data esatta di questa consegna, poiché tale documento rientra nella sua esclusiva disponibilità. Non avendo fornito questa prova, l'eccezione di prescrizione è stata respinta e l'Azienda è stata condannata a pagare i contributi e le spese di giudizio.
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Studio legale e organismo di mediazione: sospeso l’avvocato
Un avvocato è stato sanzionato con due mesi di sospensione per aver condiviso i locali del proprio studio con un organismo di mediazione da lui presieduto. Sebbene gli uffici avessero porte distinte, condividevano lo stesso appartamento, l'ingresso e l'anticamera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che la contiguità fisica tra lo studio legale e organismo di mediazione viola il dovere di indipendenza e imparzialità, poiché genera nei terzi l'apparenza di una commistione di interessi. La Corte ha inoltre chiarito che l'illecito ha carattere permanente e la prescrizione decorre solo dalla decisione di primo grado, escludendo quindi l'estinzione del procedimento. L'avvocato perde definitivamente la causa e la sospensione diventa esecutiva.
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Trattamento sanzionatorio: sconti di pena negati in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lesioni personali aggravate. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato dai giudici di merito, ritenendolo eccessivo. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena spetta esclusivamente al giudice di merito, purché la decisione sia motivata in modo logico e coerente con la legge. Inoltre, la richiesta di applicazione di una pena sostitutiva, formulata dalla difesa in base alla recente riforma Cartabia, non può essere decisa in sede di legittimità. Tale istanza deve essere presentata al giudice dell'esecuzione entro i termini stabiliti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: sosta dal lavoro costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, autorizzato a spostarsi solo per raggiungere il luogo di lavoro senza soste intermedie, ha violato tale prescrizione fermandosi in una località intermedia per incontrare soggetti pregiudicati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sorvegliato, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che la deviazione non era un semplice transito stradale, ma una sosta non autorizzata e prolungata presso l'abitazione di un terzo. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna ai manifestanti
Tre manifestanti erano stati condannati per i reati di violenza privata e omessa comunicazione della manifestazione. Dopo una parziale riforma in appello, i soggetti hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto ammissibile il ricorso di uno dei ricorrenti. Poiché l'impugnazione non era manifestamente infondata, i giudici hanno dovuto applicare la regola che impone l'immediata declaratoria delle cause di non punibilità. Non essendoci elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato per tutti gli imputati. La sentenza impugnata è stata quindi annullata senza rinvio, cancellando definitivamente le condanne inflitte nei precedenti gradi di giudizio.
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Esposizione alla pubblica fede: furto in proprietà privata
Il caso riguarda un uomo condannato per furto commesso in un immobile privato ma liberamente accessibile e privo di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede si applica anche in aree private se prive di recinzioni o controlli, determinando l'affidamento dei beni all'altrui buona fede. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando l'applicazione della recidiva e la regolarità della querela, escludendo inoltre la prescrizione del reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di ricettazione: vince il favor rei
Il caso riguarda un uomo condannato per ricettazione di un assegno rubato. La difesa ha impugnato la condanna eccependo la prescrizione. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in mancanza di prove certe sulla data in cui l'imputato ha ricevuto il bene, il momento consumativo del reato deve essere fissato vicino alla data del furto originario, in base al principio del favor rei. Di conseguenza, la prescrizione del reato di ricettazione era già maturata prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna.
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Minaccia a pubblico ufficiale: mimare lo sparo costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di minaccia a pubblico ufficiale. Durante una perquisizione delle forze dell'ordine, l'uomo aveva rivolto gravi minacce verbali e mimato gesti violenti contro i militari in divisa, costringendoli a rinviare l'atto. La difesa ha contestato la legittimità della perquisizione e l'utilizzo di espressioni non presenti nel capo d'imputazione per dimostrare l'intenzione colpevole. I giudici di legittimità hanno respinto i motivi ritenendoli generici e ripetitivi, confermando che la condotta integrava pienamente il reato. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violenza privata: prescritta la pena ma resta il risarcimento
Due coniugi sono stati condannati per il reato di violenza privata per aver impedito a un familiare di accedere a un edificio durante una lite. Gli imputati e la vittima hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della parte civile per mancanza di interesse, poiché la sentenza d'appello aveva già confermato il risarcimento in suo favore. Per quanto riguarda gli imputati, la Corte ha rilevato che il reato si è estinto per il decorso del tempo. Di conseguenza, ha annullato senza rinvio la condanna penale per intervenuta prescrizione, ma ha rigettato i ricorsi agli effetti civili, confermando l'obbligo degli imputati di risarcire i danni alla vittima.
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Da furto in abitazione a furto semplice: assolta la cameriera
Una cameriera d'albergo, con libero accesso alle stanze, ha sottratto beni dall'alloggio privato di una socia della struttura. Inizialmente condannata per furto in abitazione, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che, avendo la lavoratrice libero accesso alle camere per ragioni di lavoro, manca il nesso finalistico necessario per configurare il reato di furto in abitazione. Il fatto è stato quindi riqualificato come furto semplice aggravato dall'abuso di relazioni d'opera. Di conseguenza, ridotta la gravità del reato, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, annullando la condanna senza rinvio.
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Prescrizione dei reati: l’errore del giudice non salva l’imputato
Il Giudice di Pace di Messina aveva dichiarato estinto per prescrizione il reato di percosse contestato a L'Imputato, applicando erroneamente il termine ridotto di tre anni previsto per sanzioni speciali e sbagliando la data di inizio del calcolo. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, chiarendo che la prescrizione dei reati di competenza del Giudice di Pace segue i termini ordinari. Per i delitti, come quello di percosse, il termine di prescrizione ordinario è di sei anni, che sale a sette anni e mezzo in presenza di atti interruttivi. Poiché il fatto risaliva al settembre 2016, il tempo massimo non era ancora scaduto al momento della decisione. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza, ordinando un nuovo processo.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: paga i danni
Una proprietaria di casa ha sostituito la serratura dell'appartamento concesso in locazione per impedire l'accesso all'inquilino, impossessandosi poi dei suoi beni personali. I giudici di merito l'hanno condannata per furto in abitazione e per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'annullamento senza rinvio della condanna penale per intervenuta prescrizione dei reati. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso agli effetti civili, confermando la responsabilità risarcitoria della donna nei confronti dell'inquilino e condannandola al pagamento delle spese processuali.
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Sostituzione di persona: i precedenti negano la messa alla prova
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di sostituzione di persona per aver attivato e utilizzato tre linee telefoniche a nome di un ignaro terzo. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato accoglimento della richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la messa alla prova non è un diritto assoluto e può essere negata se il giudice formula una prognosi negativa sulla condotta futura dell'imputato, basata sui suoi numerosi precedenti penali. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Bancarotta preferenziale: sì alla condanna, no per i registri
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un ex liquidatore condannato per bancarotta preferenziale e bancarotta semplice documentale. L'imputato aveva incassato compensi per 250.000 euro nonostante il palese dissesto della società e non aveva consegnato il libro degli inventari al curatore. La Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta preferenziale, ribadendo che il reato si consuma al momento della dichiarazione di fallimento e non del pagamento, escludendo così la prescrizione. Al contrario, i giudici hanno annullato con rinvio la condanna per bancarotta documentale: l'ex liquidatore era cessato dalla carica un anno e mezzo prima del fallimento, e l'obbligo di consegna dei documenti contabili grava solo sull'amministratore attivo al momento del fallimento.
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Prescrizione contributi previdenziali: no al dolo automatico
Un avvocato si opponeva all'addebito dell'INPS per contributi non versati alla Gestione Separata nel 2011. La Corte d'Appello riteneva che la mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito, sospendendo la prescrizione. La Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, stabilendo che non esiste alcun automatismo tra l'omessa compilazione del quadro RR e il dolo del contribuente. Di conseguenza, la prescrizione contributi previdenziali non può considerarsi sospesa senza un accertamento concreto delle intenzioni del debitore. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Sospensione della prescrizione: l’INPS perde sul Quadro RR vuoto
Una professionista ha contestato l'iscrizione d'ufficio alla Gestione Separata INPS e la richiesta di pagamento dei contributi per gli anni 2009 e 2010, eccependo il decorso del tempo. La Corte d'appello aveva dato ragione all'ente previdenziale, ritenendo che la mancata compilazione del Quadro RR nella dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento intenzionale del debito, idoneo a causare la sospensione della prescrizione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice autonoma. I giudici hanno stabilito che non esiste alcun automatismo tra l'omessa compilazione del Quadro RR e il dolo del debitore. Di conseguenza, la sospensione della prescrizione non scatta in automatico, ma richiede una specifica indagine del giudice di merito sulle reali intenzioni del professionista. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Gestione Separata INPS: l’architetto perde e paga i contributi
Un architetto, dipendente pubblico e iscritto all'albo ma non alla cassa professionale Inarcassa (alla quale versava solo il contributo integrativo di solidarietà), ha chiesto all'INPS la restituzione dei contributi versati alla Gestione Separata INPS per l'attività libero-professionale svolta tra il 2004 e il 2013. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta del professionista, confermando che l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS sussiste per tutti i lavoratori autonomi il cui contributo alla cassa di categoria non sia idoneo a generare una futura pensione personale. Di conseguenza, il professionista ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Prescrizione contributi previdenziali: INPS vince contro l’avvocato
L'INPS ha richiesto a un Avvocato il pagamento dei contributi previdenziali per gli anni 2009 e 2010. La Corte d'Appello ha ritenuto prescritti i crediti, escludendo l'applicazione della proroga dei termini di versamento prevista dal DPCM del 10 giugno 2010, poiché la professionista aderiva al regime dei minimi e non agli studi di settore. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la proroga si applica oggettivamente a tutte le attività per cui sono stati elaborati gli studi di settore, a prescindere dal regime fiscale concreto scelto dal contribuente. Di conseguenza, la prescrizione contributi previdenziali non era ancora maturata al momento della notifica dell'avviso bonario. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Prescrizione contributi previdenziali: la proroga salva l’INPS
L'Istituto Previdenziale ha richiesto a un ingegnere, dipendente pubblico con attività libero professionale nel 2008, il pagamento dei contributi per la gestione separata. I giudici di merito avevano dichiarato prescritto il credito, ritenendo tardiva la richiesta notificata il 27 giugno 2014 rispetto alla scadenza originaria del 16 giugno 2009. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. La Corte ha stabilito che la prescrizione contributi previdenziali decorre dal termine di pagamento differito da un decreto ministeriale (D.P.C.M. 4 giugno 2009), che aveva spostato la scadenza al 6 luglio 2009. Di conseguenza, la richiesta di pagamento del 2014 è tempestiva perché notificata prima del compimento dei cinque anni. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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