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Permesso Premio — Anno 2022

91 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Permesso Premio

Provvedimenti

Permesso premio reati ostativi: la Cassazione nega il beneficio al condannato
Il Condannato, detenuto per gravi reati di associazione mafiosa, ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, sostenendo che non avesse dimostrato un effettivo e profondo distacco dal contesto criminale di appartenenza. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che per ottenere il permesso premio reati ostativi non sono sufficienti la buona condotta in carcere o dichiarazioni superficiali. È necessaria una revisione critica autentica del proprio passato e l'assenza di collegamenti attuali o futuri con la criminalità organizzata.
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Collaborazione Impossibile: Permesso Premio Negato, Ricorso Inammissibile
Un detenuto, condannato per reati di criminalità organizzata, ha chiesto un permesso premio e ha sostenuto la sua condizione di `collaborazione impossibile`. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta, ritenendo che il detenuto potesse ancora fornire informazioni utili. Il detenuto ha presentato ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale abbia mitigato la presunzione di pericolosità per i permessi premio, il Tribunale di Sorveglianza aveva correttamente valutato la possibilità di `collaborazione impossibile` del detenuto, considerando i suoi legami con la criminalità organizzata e la sua capacità di fornire informazioni.
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Permesso premio detenuti: negato per mancata rottura con la criminalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Detenuto, condannato per traffico di stupefacenti e reato associativo con aggravante transnazionale. Il Detenuto aveva chiesto un permesso premio, ma il Tribunale di Sorveglianza lo aveva negato. La Cassazione ha confermato il diniego, sottolineando la scarsa collaborazione del Detenuto con la giustizia e l'assenza di prove concrete sulla rottura dei suoi legami con l'organizzazione criminale. Anche se la Corte Costituzionale ha aperto alla possibilità del permesso premio senza collaborazione, è fondamentale escludere ogni pericolo di ripristino di attività illecite, circostanza non dimostrata nel caso specifico.
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Permesso premio reati ostativi: la condotta non basta
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per reati di matrice mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio reati ostativi. La Corte Costituzionale ha chiarito che la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce in modo assoluto l'accesso ai benefici penitenziari, trasformando la presunzione di pericolosità da assoluta a relativa. Tuttavia, spetta al detenuto fornire prove concrete circa l'effettiva rottura dei legami con la criminalità organizzata e la mancanza di rischio di un loro ripristino. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la richiesta poiché la condotta del richiedente, seppur corretta in carcere, era priva di una reale revisione critica dei reati ed era inserita in un contesto criminale d'origine ancora attivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il richiedente al pagamento delle spese.
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Permesso premio negato: la Cassazione conferma l’inammissibilità
Un detenuto, condannato all'ergastolo per gravi reati, ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato questa richiesta, evidenziando la mancanza di una riflessione critica sulle sue azioni passate e l'assenza di disponibilità verso una giustizia riparativa. Il detenuto ha presentato ricorso, ma la Corte di Cassazione lo ha dichiarato inammissibile. Il ricorso non ha contestato in modo specifico le motivazioni del rifiuto. La decisione sottolinea l'importanza di affrontare criticamente il proprio passato criminale per ottenere benefici penitenziari come il permesso premio.
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Ricorso in Cassazione Inammissibile: Il Condannato senza Avvocato
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso in Cassazione presentato personalmente da un condannato. Il condannato aveva impugnato il rifiuto di un permesso premio da parte del Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha chiarito che, dopo l'entrata in vigore della Legge n. 103 del 2017, un ricorso per Cassazione deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un avvocato abilitato. Il ricorso personale, essendo stato presentato dopo tale data, non rispettava questa condizione essenziale. Di conseguenza, il condannato ha dovuto pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio per reati ostativi: la Cassazione chiarisce i limiti
Un Condannato, detenuto per reati considerati 'ostativi', ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la sua richiesta perché non aveva attivato la procedura specifica per i detenuti che non collaborano con la giustizia. Il Condannato ha fatto ricorso, sostenendo che bastava dimostrare l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale. Ha ribadito che per ottenere un permesso premio per reati ostativi, il Condannato deve fornire prove concrete e specifiche che dimostrino non solo l'assenza di legami attuali, ma anche il pericolo di un loro ripristino, superando la presunzione relativa di pericolosità.
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Permesso premio negato: la Cassazione conferma l’onere della prova
Una persona condannata per reati gravi ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, perché la condannata non ha giustificato la sua mancata collaborazione con la giustizia. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. La sentenza ribadisce che per i reati ostativi, il condannato che non collabora deve dimostrare l'assenza di collegamenti attuali o futuri con la criminalità organizzata. L'onere della prova spetta al richiedente. La semplice intenzione di usare il permesso premio per allontanarsi dal contesto criminale non è sufficiente. Il ricorso è stato rigettato.
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Permesso premio negato: la buona condotta non basta
Un detenuto condannato per associazione mafiosa ha richiesto la concessione del permesso premio dopo una lunga carcerazione e condotta regolare. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza evidenziando la mancata prova del definitivo distacco dalla criminalità organizzata. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che i giudici non avessero dimostrato l'esistenza di legami attuali con la cosca. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che grava sul detenuto l'onere di fornire elementi concreti e specifici per superare la presunzione di pericolosità sociale. La sola regolare condotta carceraria o il tempo trascorso non bastano a dimostrare l'irreversibile rottura con l'ambiente mafioso. Il condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica.
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Permesso premio ed ergastolo: la buona condotta non basta
Un detenuto condannato all'ergastolo ha richiesto la concessione del permesso premio dopo molti anni di reclusione. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la persistente pericolosità sociale, la mancata dissociazione dal clan mafioso e l'assenza di un percorso di giustizia riparativa. Il detenuto ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che la buona condotta carceraria e lo scioglimento dell'organizzazione criminale originaria giustificassero il beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la regolare condotta carceraria non basta per ottenere il permesso premio. Serve una reale revisione critica del proprio passato criminale e la prova dell'interruzione effettiva di ogni legame con la criminalità organizzata. Il detenuto è stato quindi condannato al pagamento delle spese legali.
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Permesso Premio Negato: Cassazione Conferma Mancato Ravvedimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio, pur riconoscendo la buona condotta, a causa di lacune nella revisione critica dei gravi reati commessi e nella dimostrazione di un effettivo ravvedimento. Il detenuto aveva contestato la decisione per presunta erronea applicazione della legge e motivazione insufficiente. La Cassazione ha ritenuto che il ricorso mirasse a una nuova valutazione dei fatti, già esaminati adeguatamente, e non a un errore di diritto, confermando così il diniego del permesso premio.
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Permesso premio negato, ricorso inammissibile: la Cassazione decide
Un detenuto aveva richiesto un permesso premio, ma il Magistrato di Sorveglianza lo ha negato. Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato il diniego. Il detenuto ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, lamentando vizi procedurali e mancanza di motivazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e manifestamente infondato. Il ricorrente non aveva contestato in modo specifico le argomentazioni del Tribunale. La decisione ha comportato la condanna del detenuto al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle ammende.
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Permesso premio negato: la buona condotta da sola non basta
Un detenuto condannato per reati associativi ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la mancata prova del distacco definitivo dagli ambienti mafiosi di riferimento e la persistente minimizzazione dei crimini commessi. Il recluso ha proposto ricorso per cassazione lamentando difetto di motivazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile: per accedere ai benefici premiali non bastano la mera regolare condotta intramuraria o formali dichiarazioni di intenti. È indispensabile un'autentica e provata rottura dei legami con la criminalità organizzata unita a una profonda revisione critica del proprio vissuto criminale. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova terapeutico: stop al divieto di permessi
Un detenuto richiedeva un permesso-premio per fare visita ai propri familiari. Il Tribunale di Sorveglianza rigettava la richiesta applicando il blocco triennale previsto dalla legge penitenziaria a seguito della precedente revoca di una misura alternativa. Tuttavia, tale misura consisteva in un affidamento in prova terapeutico finalizzato al recupero da dipendenze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che la revoca dell'affidamento in prova terapeutico non comporta automaticamente il divieto di tre anni per la concessione di successivi benefici penitenziari. Tale preclusione riguarda solo le misure ordinarie e non può estendersi a quelle con natura prettamente sanitaria e riabilitativa. I giudici hanno annullato l'ordinanza, rinviando gli atti per una nuova valutazione.
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Assenza del difensore di fiducia e udienza da remoto: atto nullo
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione poiché il Tribunale di sorveglianza ha svolto l'udienza in assenza del suo legale prescelto. L'avvocato aveva chiesto la partecipazione da remoto e la Cancelleria aveva inviato il link telematico. Un disguido organizzativo ha però impedito l'attivazione del collegamento a distanza. Il giudice ha quindi sostituito il legale nominandone uno d'ufficio. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha disposto un nuovo giudizio. L'assenza del difensore di fiducia dovuta a un malfunzionamento o errore della struttura giudiziaria genera una nullità assoluta del procedimento, violando il fondamentale diritto del condannato alla difesa di sua scelta.
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Permesso premio per detenuti: collaborazione non sempre necessaria
Un detenuto, condannato per reati gravi tra cui associazione mafiosa, ha chiesto un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha negato il permesso, sottolineando la sua mancata collaborazione con la giustizia e l'appartenenza alla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha richiamato una sentenza della Corte Costituzionale (n. 253/2019). Questa sentenza permette il permesso premio per detenuti anche senza collaborazione. È necessario però escludere collegamenti attuali con la criminalità organizzata e il rischio di ripristino. Il Tribunale di sorveglianza dovrà riesaminare il caso.
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Inammissibilità ricorso permesso premio: la Cassazione chiarisce la via giusta
Un detenuto, condannato all'ergastolo per gravi reati tra cui omicidi e associazione mafiosa, ha richiesto un permesso premio. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato la sua istanza inammissibile. Il detenuto ha presentato ricorso diretto in Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito che l'inammissibilità del ricorso diretto per Cassazione è la regola per le decisioni sui permessi premio. Ha quindi riqualificato l'impugnazione come reclamo, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza competente. Questo assicura che la procedura corretta sia seguita per la richiesta di un permesso premio.
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Permesso premio e detenzione domiciliare: la decisione
Un detenuto ha presentato reclamo per ottenere un permesso premio dopo il rigetto della sua istanza da parte del Magistrato di Sorveglianza. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo senza attendere una nuova relazione comportamentale aggiornata. Il condannato ha quindi presentato ricorso per Cassazione, lamentando la violazione dei propri diritti di difesa e la mancata acquisizione di una prova decisiva. Nel corso del giudizio di legittimità, la situazione esecutiva è cambiata: il ricorrente ha ottenuto la misura alternativa della detenzione domiciliare fino al termine della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, poiché il beneficio del permesso premio presuppone la permanenza fisica all'interno dell'istituto penitenziario.
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Ricorso per Cassazione personale: stop al condannato
Un detenuto ha presentato reclamo contro il diniego di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta. L'interessato ha quindi depositato un ricorso per Cassazione personale senza la firma di un difensore abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile. La riforma legislativa del 2017 impedisce a imputati e condannati di proporre personalmente ricorsi di legittimità. Ogni ricorso davanti alla Suprema Corte richiede tassativamente la sottoscrizione di un avvocato cassazionista iscritto nell'albo speciale. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diniego permesso premio: Cassazione annulla per motivazione contraddittoria
Un condannato, già beneficiario di permessi premio, ha visto respingere una nuova richiesta dal Tribunale di Sorveglianza. Il diniego permesso premio si basava su intercettazioni del 2017 che lo indicavano ancora in un ruolo apicale in un clan camorristico. Il difensore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione contraddittoria. La Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il Tribunale aveva negato il beneficio basandosi su elementi investigativi vecchi e generici, già ritenuti tali in precedenza. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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