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Onere Della Prova — Anno 2023

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2561 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Onere Della Prova

Provvedimenti

Operazioni oggettivamente inesistenti: il fisco cancella i costi
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società la deduzione di costi per due milioni di euro relativi a un contratto di associazione in partecipazione con una società estera, ritenendo tali prestazioni come operazioni oggettivamente inesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando che l'ufficio ha fornito indizi gravi e concordanti sulla fittizietà dell'operazione. Tra questi, la stipula del contratto di gestione dopo che l'immobile era già stato promesso in vendita e la totale assenza di prove sull'effettivo lavoro svolto dalla società estera. I giudici hanno ribadito che, a fronte di indizi di inesistenza, spetta al contribuente dimostrare l'effettività e l'inerenza dei costi, non bastando la sola regolarità formale delle fatture o dei pagamenti effettuati.
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Fideiussione omnibus: il cambio societario non libera il garante
Un garante si oppone al pagamento di un debito richiesto da un istituto di credito, sostenendo l'estinzione della sua fideiussione omnibus. La garanzia era stata concessa a favore di una società di persone, successivamente trasformata in società a responsabilità limitata. Il garante lamenta che la trasformazione abbia aumentato il rischio e che la banca abbia concesso ulteriore credito senza la sua autorizzazione, violando il dovere di buona fede. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che la trasformazione societaria non crea un nuovo soggetto giuridico e non estingue la garanzia. Inoltre, per ottenere la liberazione, il garante deve dimostrare che la banca conoscesse il reale peggioramento economico del debitore e abbia continuato a finanziarlo intenzionalmente. Non avendo fornito tale prova, il garante resta obbligato al pagamento.
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Demolizione illegittima: abbatte la casa altrui e paga i danni
Il Proprietario Confinante, preoccupato per la stabilità del proprio edificio, otteneva dal Tribunale un provvedimento di danno temuto che ordinava ai vicini di mettere in sicurezza le parti pericolanti del loro immobile. Tuttavia, anziché limitarsi a questo, il Proprietario Confinante procedeva alla demolizione illegittima dell'intero fabbricato altrui. I vicini agivano quindi in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del Proprietario Confinante al risarcimento di oltre 34.000 euro, ribadendo che l'ordine del giudice non autorizzava affatto la distruzione totale del bene, ma solo interventi mirati di consolidamento e messa in sicurezza.
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Restituzione nel termine: errore PEC e prova della tempestività
Due imputati propongono ricorso lamentando che il loro difensore non ha partecipato al processo d'appello a causa di un errore di notifica tramite PEC. La sentenza di condanna è così diventata definitiva. Gli imputati presentano istanza di restituzione nel termine per impugnare la sentenza, ma la Corte d'Appello la rigetta perché non viene dimostrata la data esatta in cui hanno avuto conoscenza del provvedimento, necessaria per verificare il rispetto del termine di dieci giorni. La Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi, confermando che la restituzione nel termine non può essere riqualificata d'ufficio come rescissione del giudicato, data la diversa natura dei due rimedi, e ribadisce che spetta al richiedente dimostrare la tempestività dell'istanza.
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Risarcimento danni per inadempimento contrattuale: no a stime
La Società Committente ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento dell'Appaltatore per ottenere il risarcimento danni per inadempimento contrattuale, quantificato in oltre 450.000 euro. Tale somma rappresentava i costi aggiuntivi pagati a terzi per completare i lavori di rivestimento di tre yacht, rimasti incompiuti. Il Tribunale ha respinto la domanda perché la società non ha provato i corrispettivi già versati all'appaltatore fallito, elemento indispensabile per calcolare l'effettivo danno subito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Gli Ermellini hanno chiarito che chi chiede il risarcimento deve allegare e dimostrare con precisione tutti i dati economici necessari a quantificare la perdita finanziaria, non potendosi limitare a contestazioni generiche o a invocare il principio di non contestazione senza aver prima dettagliato i fatti.
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Risoluzione del contratto d’opera: il cliente perde senza prove
Una tipografia ha chiesto la risoluzione del contratto d'opera nei confronti di un tecnico, lamentando la mancata riparazione del motore di una stampante. Il tecnico si è difeso sostenendo che l'accordo prevedeva solo il controllo delle spazzole e non la riparazione completa. I giudici di merito hanno rigettato la domanda, rilevando che la tipografia non aveva provato che l'accordo includesse la riparazione del motore, come confermato dai documenti di trasporto e dalle fatture. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha ribadito che chi richiede la risoluzione del contratto d'opera deve dimostrare l'esatto contenuto dell'obbligazione. Poiché i documenti provavano solo un intervento limitato, il tecnico non può essere ritenuto responsabile per il mancato funzionamento dell'intero macchinario.
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Onere della prova del pagamento: l’assegno non cancella il debito
Un'azienda fornitrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un'impresa cliente per il mancato pagamento di merci. L'impresa cliente si è opposta, presentando degli assegni per dimostrare di aver saldato il debito. La Corte d'Appello ha revocato il decreto, ritenendo che spettasse al creditore dimostrare che quegli assegni si riferissero ad altri rapporti commerciali. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del creditore, stabilendo un principio fondamentale sull'onere della prova del pagamento: quando il debitore eccepisce il pagamento tramite assegni, spetta a lui dimostrare il collegamento preciso tra i titoli consegnati e il debito contestato, e non al creditore provare il contrario. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rottamazione cartelle: pagare non basta senza la prova del debito
I Contribuenti hanno impugnato l'avviso di liquidazione con cui l'Amministrazione Finanziaria ha riqualificato alcune operazioni in cessione d'azienda. Durante il giudizio di Cassazione, la Società ha chiesto l'estinzione del processo per cessazione della materia del contendere, avendo aderito alla rottamazione cartelle e pagato l'intero debito. Tuttavia, i ricorrenti non hanno depositato la cartella di pagamento originaria. La Corte di Cassazione ha quindi rinviato la causa a nuovo ruolo, concedendo sessanta giorni per depositare la documentazione mancante e dimostrare il collegamento tra il pagamento effettuato e il debito contestato.
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Fisco contro Fondazioni: stop al rimborso imposte agevolate
Una fondazione bancaria ha richiesto il rimborso imposte agevolate ai fini IRPEG per gli anni dal 1994 al 1999, sostenendo di svolgere solo attività di utilità sociale dopo aver ceduto l'azienda bancaria. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, ritenendo che la fondazione gestisse ancora indirettamente l'attività bancaria tramite le sue quote di controllo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che spetta alla fondazione dimostrare di non aver esercitato alcuna influenza sulla banca controllata. Inoltre, la Corte ha chiarito che il Fisco può sempre contestare il credito chiesto a rimborso, anche se sono scaduti i termini per rettificare la dichiarazione dei redditi. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Dimissioni telematiche: senza procedura online l’atto è nullo
Un lavoratore contesta la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo di essere stato licenziato verbalmente. Il datore di lavoro afferma invece che il dipendente si sia dimesso spontaneamente. La Corte d'Appello dà ragione all'azienda per mancanza di prove sul licenziamento. La Corte di Cassazione ribalta la decisione: dal 2015, le dimissioni del lavoratore sono valide solo se presentate tramite la procedura di dimissioni telematiche sul portale del Ministero del Lavoro, a pena di inefficacia. Di conseguenza, in assenza della procedura online, le dimissioni informali non hanno alcun valore legale. La Suprema Corte accoglie il ricorso del lavoratore e rinvia la causa per un nuovo giudizio.
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Deduzione perdite su crediti: no alla scelta dell’anno comodo
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società commerciale ricavi non dichiarati derivanti da finti finanziamenti dei soci e l'indebita deduzione perdite su crediti relative a debitori falliti o cancellati negli anni precedenti, ma dedotte solo successivamente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che i versamenti dei soci in contanti, senza prova della loro reale disponibilità finanziaria, si presumono ricavi occulti. Inoltre, la deduzione perdite su crediti deve rispettare rigorosamente il principio di competenza temporale: le perdite vanno dedotte nell'anno in cui si acquista la certezza dell'irrecuperabilità (come la chiusura del fallimento o la cancellazione del debitore), e non quando il creditore dichiara di averne avuto conoscenza. La causa è stata rinviata alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame.
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Lavaggio dei DPI: l’azienda risarcisce il lavoratore
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un dipendente a ricevere un risarcimento per aver provveduto autonomamente al lavaggio dei DPI (dispositivi di protezione individuale), nello specifico una tuta ad alta visibilità. L'Azienda aveva omesso di adempiere al proprio obbligo di manutenzione. Il risarcimento, quantificato in via equitativa nella misura di un'ora di lavoro straordinario a settimana, era stato richiesto tramite decreto ingiuntivo. L'Azienda ha contestato il calcolo e la prova del credito, ma i giudici hanno ritenuto validi i conteggi basati sulle buste paga e sulle presenze effettive. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, ribadendo che la valutazione delle prove e la quantificazione equitativa del danno spettano al giudice di merito e non sono sindacabili se logicamente motivate.
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Licenziamento verbale: finta collaborazione costa cara alla TV
Una collaboratrice di una società televisiva, formalmente inquadrata con contratti autonomi, viene allontanata a voce dal posto di lavoro. La Corte d'Appello accerta la natura subordinata del rapporto e dichiara inefficace il licenziamento verbale, ordinando la reintegrazione e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, respingendo il ricorso della società. I giudici di legittimità ribadiscono che la lavoratrice ha pienamente dimostrato che l'interruzione del rapporto è dipesa da una precisa volontà datoriale di estrometterla, comunicata oralmente dalla responsabile del programma. L'azienda perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Finanziamenti dei soci: se manca la prova sono ricavi in nero
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società oltre ottocentomila euro di ricavi non dichiarati, ritenendo che i versamenti registrati come finanziamenti dei soci fossero in realtà utili aziendali nascosti. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, ritenendo le accuse del Fisco semplici sospetti. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la situazione, accogliendo il ricorso dell'ufficio tributario. I giudici hanno stabilito che, per smentire la presunzione di ricavi occulti, spetta alla società dimostrare la regolarità formale dei passaggi e l'effettiva disponibilità economica dei soci al momento del versamento. Inoltre, la Corte ha chiarito che la sola esibizione delle fatture non basta a dimostrare l'inerenza dei costi dedotti. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Lavaggio dei DPI: l’Azienda paga se non pulisce la tuta
Il Lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo per il risarcimento del danno derivante dal mancato lavaggio dei DPI (la tuta ad alta visibilità) da parte dell'Azienda. Il danno è stato quantificato in via equitativa calcolando un'ora di lavoro straordinario a settimana. L'Azienda ha contestato il calcolo delle ore e ha denunciato un'ingiusta inversione dell'onere della prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, confermando che spetta al giudice di merito valutare la genericità delle contestazioni e i conteggi basati sulle buste paga. L'Azienda perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Diritto all’assunzione: l’accordo c’è ma senza prove si perde
Un assistente di volo, già dipendente di una nota compagnia aerea in amministrazione straordinaria, ha chiesto il riconoscimento del proprio diritto all'assunzione presso la società subentrante. La richiesta si fondava su un accordo sindacale del 2008 volto alla ricollocazione del personale. La Corte di Cassazione ha chiarito che tale accordo costituisce un contratto a favore di terzi. Tuttavia, poiché l'accordo non conteneva i nomi dei lavoratori ma solo i criteri di selezione, spettava al lavoratore dimostrare rigorosamente il possesso dei requisiti e il fatto di essere stato ingiustamente scavalcato da altri candidati. Non avendo fornito questa prova, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando la decisione dei giudici di merito e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Equa riparazione: no al rigetto se i documenti sono telematici
Un cittadino ha richiesto l'equa riparazione per l'irragionevole durata di una procedura esecutiva immobiliare durata ben tredici anni. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che il richiedente non avesse assolto l'onere della prova per non aver depositato nuovamente i documenti della prima fase. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che nel processo civile telematico i documenti già inseriti nel fascicolo informatico sono pienamente visibili e acquisiti dal giudice dell'opposizione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato il decreto impugnato e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Liberazione del fideiussore: le eredi pagano i debiti societari
Le Eredi di un garante defunto hanno contestato la richiesta della Banca di pagare i debiti di una Società, invocando la liberazione del fideiussore ai sensi dell'articolo 1956 del codice civile. Le Eredi sostenevano che la Banca avesse concesso nuovi finanziamenti alla Società nonostante il peggioramento delle sue condizioni economiche e senza informarle. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle Eredi, confermando che spetta al garante dimostrare che la Banca conoscesse il reale dissesto della Società al momento dei prestiti. Poiché i bilanci societari mostravano un aumento dei ricavi, la Banca non poteva ritenersi in mala fede. Di conseguenza, le Eredi sono state condannate a pagare il debito ereditato.
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Azione revocatoria ordinaria: creditore batte la finta vendita
Una lavoratrice, creditrice di circa 150.000 euro nei confronti dei suoi ex datori di lavoro, ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata da questi ultimi a un terzo acquirente, che lo aveva poi trasferito a una società. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda. La Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'acquirente e della società. La Corte ha chiarito che per l'azione revocatoria ordinaria basta che l'atto renda più difficile o incerto il recupero del credito. Spetta al debitore dimostrare che il suo patrimonio residuo sia ampiamente sufficiente a coprire il debito, prova che in questo caso non è stata fornita in modo concreto, rendendo inutile anche la richiesta di una consulenza tecnica d'ufficio.
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Risarcimento danno da perdita di chance: medico vince contro ASP
Un dirigente medico ha richiesto il risarcimento dei danni subiti a causa della mancata attivazione, da parte dell'Azienda Sanitaria, della procedura di graduazione e pesatura degli incarichi. Tale omissione ha impedito al professionista di percepire la parte variabile dell'indennità di posizione dal 2007 al 2013. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Sanitaria, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata attivazione della procedura costituisce un inadempimento contrattuale. Di conseguenza, il dipendente ha pieno diritto al risarcimento danno da perdita di chance, liquidato in via equitativa, poiché l'omissione ha privato il medico della concreta possibilità di ottenere un trattamento economico superiore.
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