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Mobbing

47 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il mobbing (dall'inglese [to] mob «assalire, molestare»; quindi «molestia, angheria») nell'accezione più comune è un insieme di comportamenti aggressivi di natura fisica e verbale, esercitati da una persona o un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti, specie in ambito lavorativo aziendale, così da impedirgli di lavorare o porre insopportabili costrizioni nello svolgimento del lavoro stesso. Più in generale, il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo membro. Il termine viene spesso utilizzato nel mondo del lavoro. Può anche essere messo in atto da persone che abbiano una certa autorità sulle altre, in tal caso si parla di bossing. In etologia, il termine identifica i comportamenti aggressivi assunti da talune prede nei confronti di un predatore per intimorirlo e dissuaderlo dall’attacco.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Part-time pubblico: doppio lavoro senza autorizzazione? La Cassazione decide
Un Lavoratore, dipendente part-time di un Ente Locale, aveva assunto un secondo incarico a tempo parziale presso un altro Ente Locale senza chiedere preventiva autorizzazione. L'Ente Locale datore di lavoro lo ha licenziato. I giudici di merito avevano annullato il licenziamento. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro part-time non superiore al 50% non sono soggetti all'obbligo di autorizzazione per svolgere un secondo rapporto di pubblico impiego. La sentenza chiarisce l'ambito di applicazione della normativa sull'Incompatibilità dipendente pubblico part-time, respingendo il ricorso dell'Ente Locale.
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Revoca posizione organizzativa: il Comune vince, il dipendente perde
Un Lavoratore pubblico ha contestato la "revoca posizione organizzativa" e il suo spostamento di ufficio, ritenendoli un trasferimento illegittimo e un atto di mobbing. La Corte d'Appello aveva già respinto le sue richieste. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il cambio di ufficio all'interno dello stesso Comune non è un trasferimento se non c'è un significativo spostamento geografico. Inoltre, la "revoca posizione organizzativa" dovuta a riorganizzazioni interne non richiede una preventiva consultazione con il dipendente, a differenza dei casi legati a risultati negativi. Il ricorso del Lavoratore è stato quindi rigettato.
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Mobbing sul Lavoro: Quando i Conflitti Non Bastano per il Risarcimento
Una Lavoratrice ha citato in giudizio l'Università, chiedendo il risarcimento per dequalificazione professionale, demansionamento e mobbing sul lavoro. La Corte d'Appello aveva respinto la sua domanda, ritenendo assenti prove di un intento persecutorio. La Lavoratrice ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, stabilendo che i conflitti interpersonali o l'assegnazione a compiti diversi non configurano mobbing senza un chiaro disegno persecutorio unificante. Il ricorso è stato rigettato, con condanna della Lavoratrice alle spese.
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Mobbing sul Lavoro: Cassazione Rifiuta Ricorso, Azienda Non Responsabile
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una Lavoratrice che denunciava mobbing sul lavoro da parte dell'Azienda. I giudici di merito avevano già escluso sia il mobbing che lo straining, non riscontrando prove di comportamenti discriminatori o ritorsivi e ritenendo le allegazioni troppo generiche. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito e che l'obbligo di sicurezza del datore di lavoro (Art. 2087 c.c.) non implica una responsabilità oggettiva. La Lavoratrice non ha fornito prove sufficienti della condotta colposa dell'Azienda. Di conseguenza, la Lavoratrice ha perso la causa e dovrà pagare le spese legali.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione conferma la rottura della fiducia
Un Lavoratore ha impugnato il suo Licenziamento per giusta causa, motivato dalla vendita 'sottobanco' di merce aziendale. Ha anche chiesto il pagamento di lavoro straordinario non retribuito e il risarcimento per mobbing. I giudici di merito hanno respinto tutte le sue richieste, ritenendo il licenziamento legittimo per la rottura del vincolo fiduciario e le altre pretese troppo generiche. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibili o rigettando i motivi del ricorso del Lavoratore e condannandolo al pagamento delle spese legali.
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Demansionamento e Mobbing: Ricorso rigettato per prove insufficienti
Un lavoratore ha contestato in tribunale trasferimenti, demansionamento e mobbing, chiedendo il risarcimento dei danni e l'annullamento di una sanzione disciplinare. I giudici di primo e secondo grado hanno respinto le sue richieste. Il lavoratore ha quindi presentato ricorso in Cassazione, lamentando errori procedurali e una valutazione insufficiente del suo demansionamento e mobbing. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili o infondati tutti i motivi del ricorso, confermando le decisioni precedenti. Il lavoratore ha perso la causa e deve pagare le spese legali.
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Mobbing e demansionamento: la Cassazione respinge il ricorso della lavoratrice
Una lavoratrice ha chiesto il risarcimento danni per mobbing e demansionamento subiti da un Comune. I giudici di primo e secondo grado hanno respinto la sua domanda, pur riconoscendo un periodo di inattività. La lavoratrice ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la limitata istruttoria e l'errata valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le contestazioni riguardassero il libero apprezzamento delle prove da parte dei giudici precedenti, non censurabile in sede di legittimità. La decisione finale ha confermato l'impossibilità di riesaminare i fatti in Cassazione.
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Demansionamento nel Pubblico Impiego: Riorganizzazione Legittima o Danno?
Un ex Comandante della Polizia Municipale ha citato in giudizio il Comune per presunto demansionamento e mobbing, sostenendo di essere stato privato delle sue funzioni dirigenziali e di aver perso una posizione organizzativa. Il Tribunale aveva inizialmente riconosciuto un risarcimento, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, affermando che il dipendente non aveva diritto a mantenere un incarico specifico e che non c'era prova di mobbing. La Cassazione ha confermato la sentenza d'Appello, stabilendo che la riorganizzazione del servizio di polizia municipale era legittima e che la perdita della posizione organizzativa non configurava demansionamento. Il ricorso del Lavoratore è stato quindi respinto, confermando l'assenza di un diritto al risarcimento.
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Intento persecutorio nel mobbing tra sanzioni e doveri
Un'insegnante chiedeva il risarcimento danni al Ministero dell'Istruzione denunciando condotte mobbizzanti da parte della propria dirigente scolastica. La lavoratrice lamentava il trasferimento di classe e l'avvio di procedimenti disciplinari culminati in una sanzione di censura. I giudici hanno respinto la richiesta per l'assenza dell'intento persecutorio nel mobbing. L'azione del dirigente scolastico era giustificata da ragioni obiettive, quali esposti scritti di colleghi e genitori per comportamenti violenti, confermati da una specifica ispezione tecnica ministeriale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda, condannando l'insegnante al pagamento delle spese legali.
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Risarcimento danni da mobbing: tra sanzione e spese
Un dirigente medico ha impugnato una sanzione disciplinare e richiesto i danni per condotte persecutorie subite dal direttore sanitario. Il tribunale ha ridotto la sanzione ma ha rigettato la domanda risarcitoria per mancanza di prove. Il lavoratore ha proposto appello sostenendo di non aver mai avanzato una richiesta di risarcimento danni da mobbing, lamentando un vizio di ultra-petizione. I giudici di appello e la Corte di Cassazione hanno respinto la tesi del dipendente. L'atto introduttivo conteneva chiari riferimenti alle condotte persecutorie e chiedeva espressamente il ristoro dei pregiudizi subiti. La Suprema Corte ha confermato la correttezza della qualificazione della domanda e la condanna alle spese legali.
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Mobbing sul lavoro: prova e risarcimento del danno
Il caso riguarda un dipendente che ha citato in giudizio il datore di lavoro richiedendo il risarcimento per una malattia professionale derivante da mobbing sul lavoro. Il Tribunale ha analizzato diverse condotte, tra cui trasferimenti e sanzioni, concludendo che mancava la prova di un intento persecutorio sistematico. Il ricorso è stato rigettato poiché le scelte datoriali erano giustificate da reali esigenze organizzative o erano reazioni legittime a condotte indisciplinate del lavoratore.
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Mobbing sul lavoro: risarcimento e danno biologico
La Corte d'Appello ha confermato il diritto di una lavoratrice all'indennizzo per mobbing sul lavoro. Nonostante la contestazione dell'ente previdenziale, una nuova perizia medica ha accertato il nesso causale tra le condotte vessatorie del superiore e l'insorgenza di un disturbo da adattamento persistente, quantificando un danno biologico del 6%.
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Risarcimento danni per mobbing: no al danno senza prove
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento di una qualifica superiore e il risarcimento danni per mobbing e demansionamento contro la sua azienda. Il dipendente sosteneva di aver svolto mansioni di livello più elevato in un progetto aerospaziale e di essere stato poi trasferito a un reparto inferiore con finalità punitive. La Corte d'Appello ha respinto le domande per mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che per ottenere il risarcimento danni per mobbing non basta dimostrare un demansionamento, ma serve la prova rigorosa di un disegno persecutorio unificato volto a colpire il dipendente. Inoltre, la valutazione soggettiva del lavoratore sulle proprie mansioni non è sufficiente per ottenere l'inquadramento superiore.
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Demansionamento nel pubblico impiego: comandante perde il ruolo
Un dipendente comunale, per trent'anni comandante della polizia municipale, è stato assegnato al ruolo di responsabile della Protezione Civile. Il lavoratore ha fatto causa lamentando un demansionamento nel pubblico impiego e chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno chiarito che nel settore pubblico vige il principio dell'equivalenza formale delle mansioni, regolato dall'articolo 52 del decreto legislativo 165/2001. Poiché il nuovo incarico rientrava nella stessa categoria contrattuale (Categoria D) del precedente, non si configura alcuna dequalificazione professionale. La Corte ha inoltre escluso lo svuotamento delle mansioni, in quanto il lavoratore ha continuato a svolgere compiti effettivi, e ha condannato il dipendente al pagamento delle spese di giudizio.
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Onere della prova nel mobbing: quando la denuncia non basta
Un lavoratore ha fatto causa alla propria azienda e a un amministratore, lamentando di aver subito gravi condotte vessatorie che gli avrebbero causato danni alla salute, culminando nel licenziamento per superamento del periodo di comporto. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto le sue richieste per mancanza di prove concrete. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che l'onere della prova nel mobbing spetta innanzitutto al lavoratore. Egli deve dimostrare l'esistenza del danno, la nocività dell'ambiente lavorativo e il nesso di causa tra i due elementi. Solo dopo questo passaggio l'azienda deve provare di aver adottato tutte le misure di sicurezza necessarie. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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Scontri a scuola e trasferimento per incompatibilità ambientale
Un insegnante ha impugnato il provvedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale disposto dall'amministrazione scolastica a causa di gravi e ripetuti contrasti con colleghi e genitori degli alunni. Il docente ha inoltre richiesto il risarcimento dei danni lamentando di essere stato vittima di mobbing. La Corte d'Appello ha respinto le sue domande, ritenendo legittimo il trasferimento e generiche le accuse di mobbing. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il trasferimento per incompatibilità ambientale non ha natura disciplinare, ma risponde a esigenze organizzative volte a tutelare il buon andamento dell'ufficio. Inoltre, le accuse di mobbing devono essere supportate da precise e dettagliate circostanze di fatto fin dal primo atto di causa, non essendo sufficiente un generico rinvio a denunce o querele esterne.
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Risarcimento danni per mobbing: dipendente senza mansioni vince
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Ente Pubblico al risarcimento danni per mobbing in favore di una dipendente. La Lavoratrice era stata privata delle sue mansioni e lasciata in uno stato di totale inattività dopo il trasferimento alla gestione della biblioteca comunale. Questo svuotamento di funzioni ha causato alla donna un danno biologico e morale pari al 12%. L'Ente Pubblico ha contestato la decisione sostenendo che i fatti fossero coperti da un precedente giudizio e negando l'intento persecutorio. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso principale dell'amministrazione sia quello incidentale della lavoratrice (che chiedeva anche il danno esistenziale), confermando che la privazione dei compiti lavorativi configura una responsabilità contrattuale del datore di lavoro ai sensi dell'articolo 2087 del Codice Civile.
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Mobbing e demansionamento: Azienda condannata per abuso
Un lavoratore, divenuto parzialmente inidoneo per motivi di salute, viene dequalificato. La Cassazione conferma la condanna dell'azienda per mobbing e demansionamento. I giudici stabiliscono che il datore di lavoro può assegnare mansioni inferiori solo se dimostra l'assoluta impossibilità di ricollocare il dipendente in mansioni equivalenti, prova che in questo caso non è stata fornita. Le successive condotte persecutorie, unite al demansionamento, hanno integrato il mobbing, portando al risarcimento del danno alla salute e alla professionalità.
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Sanzione per Mobbing: Dipendente si Arrende in Cassazione
Un dipendente pubblico riceve una sanzione disciplinare per mobbing, consistente in 16 giorni di sospensione. La sanzione si basava su fatti già accertati in una precedente sentenza della Corte d'Appello, diventata definitiva. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento disciplinare, sostenendo diverse violazioni procedurali. Tuttavia, una volta giunto davanti alla Corte di Cassazione, ha rinunciato al ricorso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il processo estinto, rendendo definitiva la sanzione disciplinare per mobbing. La vicenda conferma che una condanna passata in giudicato può legittimamente fondare un'azione disciplinare.
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Mobbing e onere della prova: la guida legale
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle pretese risarcitorie di un lavoratore che lamentava episodi di Mobbing e il mancato pagamento di ferie e straordinari. La decisione sottolinea che l'allegazione dei fatti deve essere specifica: non basta denunciare un clima ostile, ma occorre dettagliare i singoli episodi e il disegno persecutorio. Per quanto riguarda le ferie, la firma delle buste paga unita alla mancata contestazione per anni ha costituito una prova presuntiva dell'avvenuto pagamento.
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