Mobbing sul lavoro: la conferma del risarcimento per danno biologico
Il fenomeno del mobbing sul lavoro rappresenta una delle criticità più rilevanti nell’attuale panorama del diritto del lavoro, non solo per la gravità delle condotte, ma anche per la difficoltà di dimostrare il nesso tra le vessazioni e la patologia sviluppata. Una recente sentenza della Corte d’Appello ha affrontato il caso di una dipendente sanitaria, vittima di un ambiente lavorativo ostile, confermando l’importanza delle perizie medico-legali nell’accertamento del danno.
I fatti del caso
La vicenda trae origine dalla domanda presentata da un’ostetrica che prestava servizio presso un’azienda ospedaliera. La lavoratrice lamentava di aver subito, tra il 2019 e il 2021, reiterate condotte vessatorie da parte del proprio coordinatore di reparto. Tali comportamenti, descritti dai testimoni come aggressivi, intimidatori e volti a delegittimare la professionalità della donna, avevano portato all’insorgenza di un quadro clinico di ansia e depressione, diagnosticato come disturbo da adattamento persistente.
In primo grado, il Tribunale aveva accolto il ricorso, condannando l’ente assicuratore alla corresponsione dell’indennizzo previsto dalla legge, parametrato a una menomazione dell’integrità psicofisica del 6%. L’ente ha tuttavia proposto appello, contestando la validità della prova testimoniale e la correttezza della quantificazione del danno, sostenendo l’assenza di un nesso causale diretto tra il lavoro e la malattia.
La decisione dell’organo giurisdizionale
La Corte d’Appello ha rigettato il ricorso dell’ente previdenziale, confermando integralmente la sentenza di primo grado. Il collegio giudicante ha disposto una nuova Consulenza Tecnica d’Ufficio (C.T.U.) affidata a una specialista in psicologia forense. Quest’ultima ha confermato in modo inequivocabile che l’origine della psicopatologia fosse riconducibile alle condizioni lavorative stressogene e alle condotte del superiore.
La Corte ha ritenuto che le deposizioni testimoniali fossero coerenti e attendibili, evidenziando un clima di costante tensione e isolamento della lavoratrice. Di conseguenza, il giudicato si è formato sulla sussistenza del mobbing, rendendo definitivo l’accertamento del comportamento illecito.
Le motivazioni
Le motivazioni della Corte si fondano sull’analisi rigorosa del quadro clinico della perizianda. Il C.T.U. ha evidenziato come il funzionamento psicologico della donna prima del 2019 fosse perfettamente adattivo e privo di vulnerabilità. La “discontinuità” è emersa proprio in coincidenza con l’arrivo del nuovo coordinatore e l’avvio delle dinamiche ostili.
In particolare, la sentenza sottolinea che la patologia psichica (codificata come F43.23 secondo i criteri DSM-5) è il risultato diretto di un processo di insorgenza graduale e progressivo in risposta a fattori stressogeni persistenti. Anche se la lavoratrice aveva cessato di lavorare sotto quel coordinatore nel 2021, la cronicizzazione dei sintomi e la necessità di trattamenti intensivi negli anni successivi confermano la gravità del danno subito.
Le conclusioni
Le conclusioni della Corte d’Appello ribadiscono un principio fondamentale: quando la perizia medica d’ufficio è frutto di un’indagine tecnica completa, adeguatamente motivata ed esente da vizi logici, il giudice deve attenervisi. La quantificazione del danno biologico permanente al 6% è stata giudicata corretta e congrua rispetto ai parametri di legge. L’appello dell’ente è stato quindi integralmente respinto, con condanna al pagamento delle spese di lite e di consulenza, tutelando definitivamente il diritto della lavoratrice alla salute e alla dignità professionale.
Come si può dimostrare di essere vittima di mobbing sul lavoro?
La prova si ottiene solitamente attraverso testimonianze di colleghi che confermino le condotte vessatorie e una perizia medico-legale che attesti il nesso tra tali comportamenti e l’insorgenza di una patologia psichica.
Quale indennizzo spetta in caso di danno biologico da mobbing?
L’indennizzo viene calcolato in base alla percentuale di menomazione accertata dai medici legali; nel caso specifico è stato riconosciuto un indennizzo parametrato al 6% di danno biologico permanente.
Cosa succede se il medico legale del tribunale non riconosce il nesso causale?
In caso di contestazioni, il giudice può disporre una nuova consulenza tecnica affidata a specialisti diversi, come avvenuto in questo caso in grado di appello per approfondire gli aspetti psicologico-forensi.