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Misura Di Sicurezza — Anno 2022

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142 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Di Sicurezza

Provvedimenti

Ricorso contro patteggiamento: scontro tra accusa e difesa
L'Imputato, condannato a seguito di patteggiamento per spaccio di sostanze stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. Anche il Procuratore Generale ha fatto ricorso per la mancata espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. La Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato a casi tassativi previsti dalla legge, escludendo il vizio di motivazione generico. Inoltre, l'espulsione per reati di droga non è una misura di sicurezza obbligatoria ma facoltativa, rendendo inammissibile l'impugnazione del Pubblico Ministero. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: stop all’errore dei giudici
Un cittadino straniero, condannato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, ha impugnato la sentenza d'appello. La Corte d'Appello aveva riconosciuto nella motivazione il venir meno dei presupposti per l'allontanamento dal Paese, ma aveva dimenticato di revocarlo nel dispositivo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la contraddizione tra motivazione e dispositivo va sanata eliminando la sanzione non più giustificata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la decisione limitatamente alla misura di sicurezza dell'espulsione, confermando nel resto la condanna e negando la concessione delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del condannato.
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Condotta regolare ma legami mafiosi: resta la pericolosità sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato per un anno la misura della libertà vigilata nei confronti di un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione della sua pericolosità sociale non potesse basarsi esclusivamente sui suoi trascorsi criminali in un clan ormai dissolto, evidenziando la propria condotta regolare e l'impegno nella ricerca di un lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che la condotta formalmente corretta non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale e visibile dissociazione dall'ambiente mafioso d'origine e se il contesto familiare e territoriale non offre garanzie di contenimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Termine per impugnare scaduto: la Procura perde il ricorso
Un cittadino straniero ha concordato una pena per spaccio di sostanze stupefacenti. Il Procuratore Generale ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando che il giudice non avesse valutato l'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato e la sua pericolosità sociale. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine per impugnare. La legge prevede infatti un limite di quindici giorni per presentare l'impugnazione contro le sentenze emesse in camera di consiglio, decorrente dalla comunicazione del deposito del provvedimento. Poiché il ricorso è stato depositato quasi un mese dopo la notifica, la Suprema Corte ha respinto l'istanza senza esaminare il merito della questione, confermando la sentenza di patteggiamento originaria.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: l’accordo non si tocca
Il Tribunale applica all'Imputato la pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione e 22.000 euro di multa a seguito di patteggiamento, disponendo anche l'espulsione dal territorio dello Stato. L'Imputato propone ricorso lamentando la mancata verifica di cause di non punibilità e contestando l'espulsione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che in tema di patteggiamento e ricorso per cassazione, la contestazione sulla mancata pronuncia di proscioglimento è generica se non indica le ragioni specifiche per l'assoluzione. Inoltre, l'espulsione è legittima poiché motivata sulla pericolosità sociale del soggetto, rivalutabile al momento dell'esecuzione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Cittadini italiani: no alla misura di sicurezza dell’espulsione
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte di appello di Brescia limitatamente all'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione nei confronti di tre imputati. I giudici di secondo grado avevano ordinato l'allontanamento dei tre soggetti dal territorio dello Stato a pena espiata, ritenendoli erroneamente cittadini stranieri. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei loro difensori, rilevando che i tre ricorrenti sono in possesso della cittadinanza italiana. Di conseguenza, l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione è stata dichiarata illegale ed eliminata dalla sentenza. I ricorsi degli altri coimputati, condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio, sono stati invece rigettati o dichiarati inammissibili, confermando le rispettive condanne e le sanzioni pecuniarie.
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Firma digitale p7m: la Cassazione salva il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile l'appello de Il Condannato contro l'esecuzione di una misura di sicurezza, sostenendo che l'atto inviato tramite PEC fosse privo di firma digitale. Il difensore ha fatto ricorso in Cassazione dimostrando che il file inviato possedeva l'estensione ".p7m", tipica della firma digitale CAdES. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la presenza dell'estensione dimostra la validità della firma digitale p7m. L'eventuale errore di lettura del software della segreteria o la stampa cartacea dell'atto non possono invalidare il deposito telematico. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Confisca dell’autovettura: via l’auto anche se non indispensabile
Il Tribunale di Verona ha applicato la pena concordata a due soggetti per furti in appartamento, disponendo anche la confisca dell'autovettura utilizzata per i colpi. Uno degli imputati ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la misura di sicurezza patrimoniale e sostenendo che il veicolo non fosse indispensabile per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la confisca dell'autovettura è legittima anche se il mezzo non è indispensabile per il reato, purché sia stato usato concretamente e sistematicamente per raggiungere il luogo del furto e trasportare la refurtiva. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e patteggiamento: espulsione dello straniero da valutare
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di patteggiamento con cui il Tribunale di Bergamo ha condannato a quattro anni di reclusione una cittadina straniera per spaccio di stupefacenti, omettendo però di disporre l'espulsione dello straniero come misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice di merito, pur avendo accertato la concreta pericolosità sociale della donna (inserita in una rete di spaccio e attiva anche sotto misura cautelare), non ha valutato l'applicazione della misura di sicurezza dell'allontanamento dal territorio dello Stato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente a questa omissione, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Patteggiamento e spaccio: l’espulsione dello straniero è d’obbligo
Un cittadino straniero, giunto in Italia con visto turistico, viene arrestato per spaccio di stupefacenti e concorda una pena tramite patteggiamento. Il Tribunale applica la pena ma omette di valutare l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione denunciando tale omissione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che anche in caso di patteggiamento il giudice ha l'obbligo di valutare la pericolosità sociale concreta del condannato ai fini dell'espulsione. Di conseguenza, la Cassazione annulla parzialmente la sentenza, ordinando al Tribunale di Brescia di riesaminare specificamente la necessità di applicare l'espulsione dello straniero.
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Ricorso per saltum: la Cassazione impone l’appello ordinario
Il Procuratore Generale ha proposto un ricorso per saltum in Cassazione contro la sentenza del Tribunale di Brescia che aveva condannato un cittadino straniero per spaccio di lieve entità, omettendo l'espulsione e concedendo le attenuanti generiche. Il Procuratore lamentava sia violazioni di legge sia vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che, qualora il ricorso per saltum contenga censure sulla motivazione, l'impugnazione deve essere obbligatoriamente convertita in appello ordinario. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello di Brescia per il giudizio di merito, accogliendo la necessità di una rivalutazione complessiva del caso.
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Coltivazione e arresto: no all’espulsione dello straniero
Due stranieri, arrestati per coltivazione di marijuana e furto di energia elettrica, concordano una pena con il patteggiamento. Il giudice applica la pena ma ordina anche l'espulsione dello straniero come misura di sicurezza, motivando la decisione con un semplice rinvio alla precedente ordinanza di custodia cautelare. La Corte di Cassazione annulla questa specifica decisione. I giudici chiariscono che l'espulsione dello straniero non è automatica e richiede un'analisi concreta e attuale della pericolosità sociale del soggetto. Non basta richiamare vecchi provvedimenti cautelari o fare riferimento a una generica professionalità criminale, soprattutto se gli imputati sono incensurati e hanno ottenuto le attenuanti generiche. Il caso torna al giudice di merito per una nuova valutazione.
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Confisca facoltativa: quando il patteggiamento non basta
Il Tribunale applicava all'Imputato, tramite patteggiamento, la pena di quattro anni di reclusione per detenzione di stupefacenti, disponendo l'espulsione dall'Italia e la confisca di denaro e telefoni. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di motivazione su tali misure. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche nel patteggiamento il giudice deve motivare la confisca facoltativa di beni non direttamente legati alla cessione di droga e valutare in concreto la pericolosità sociale per l'espulsione. La sentenza è stata annullata limitatamente a queste statuizioni con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca per equivalente: legittima anche se restituisci il maltolto
Due soggetti concordano una pena per usura tramite patteggiamento. Il Tribunale dispone anche la confisca dei loro beni. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la misura. La Suprema Corte rigetta il ricorso del primo imputato, condannato a una pena superiore a due anni, stabilendo che la restituzione del denaro alla vittima non esclude la confisca per equivalente, poiché risarcimento e sanzione dello Stato hanno finalità diverse. Al contrario, accoglie il ricorso del secondo imputato, condannato a una pena inferiore a due anni. Per quest'ultimo, infatti, la legge vieta la confisca per equivalente in caso di patteggiamento sotto i due anni, ammettendo solo quella diretta. La sentenza nei suoi confronti viene quindi annullata con rinvio.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve la motivazione
Tre imputati concordano un patteggiamento per associazione a delinquere e truffa. Il giudice applica la pena richiesta ma aggiunge d'ufficio la libertà vigilata per un anno, senza motivare la pericolosità sociale dei soggetti. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la mancanza di motivazione su questo punto. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la misura di sicurezza nel patteggiamento, se non concordata e se facoltativa (come nel caso dell'associazione a delinquere semplice), richiede una specifica motivazione sulla pericolosità sociale di ciascun condannato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente alla misura applicata e rinvia al Tribunale per un nuovo esame.
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Espulsione dello straniero: tra patteggiamento e lavoro regolare
Un cittadino straniero concorda una pena per reati di droga tramite patteggiamento. Il giudice applica anche la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero a pena espiata. L'imputato ricorre in Cassazione contestando la qualificazione giuridica del reato e l'applicazione dell'espulsione, sostenendo di essersi reinserito socialmente e lavorativamente. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che nel patteggiamento la qualificazione giuridica si può contestare solo per errore manifesto. Inoltre, confermano la legittimità della misura di sicurezza, poiché il giudice di merito ha adeguatamente accertato e motivato la concreta pericolosità sociale del soggetto, rispettando i criteri di legge. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo non evita la confisca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza di patteggiamento che lo aveva condannato a due anni e due mesi di reclusione per reati legati alle armi, disponendo anche la confisca dell'arma sequestrata. L'imputato lamentava la mancata verifica di cause di proscioglimento e l'assenza di un accordo sulla confisca. I giudici hanno chiarito che i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento sono tassativi e non includono la verifica generica del proscioglimento. Inoltre, la confisca delle armi è una misura di sicurezza obbligatoria per legge, che prescinde dall'accordo delle parti. L'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Fatto di lieve entità: lo spaccio organizzato non ha sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per spaccio continuato di cocaina e hashish. Uno dei ricorrenti ha rinunciato al ricorso, mentre per l'altro la Corte ha confermato la pericolosità sociale e l'espulsione dall'Italia. I giudici hanno negato la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità, evidenziando che l'attività non era affatto occasionale o minima. Gli imputati, infatti, gestivano uno spaccio organizzato con telefoni dedicati, veicoli e una clientela fidelizzata, garantendo continuità nelle vendite. La sentenza ribadisce che per riconoscere il fatto di lieve entità occorre una minima offensività complessiva della condotta, esclusa in questo caso dall'organizzazione e dal volume dei traffici. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di delinquenza abituale: stop ai giudici d’ufficio
Due soggetti vengono condannati per furto in un supermercato. Per uno di essi, il giudice dichiara d'ufficio lo stato di delinquente abituale, applicando la misura di sicurezza dell'assegnazione a una casa di lavoro. L'imputato ricorre in Cassazione lamentando la mancanza di una contestazione formale da parte del pubblico ministero. La Suprema Corte accoglie il ricorso e stabilisce che la dichiarazione di delinquenza abituale richiede una specifica contestazione dell'accusa durante il processo. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio la decisione limitatamente alla dichiarazione di abitualità e alla misura di sicurezza. Il ricorso del complice, che contestava la mancata concessione delle attenuanti già riconosciute in precedenza, viene invece dichiarato inammissibile.
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