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Misura Cautelare — Anno 2022

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789 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Riparazione per ingiusta detenzione negata anche se assolto
Il Ricorrente, assolto in primo grado dai reati di tentata estorsione e porto d'armi, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'uomo. Durante una telefonata intercettata, pur sapendo di essere controllato, egli aveva usato espressioni allusive a minacce e affermato di non poter parlare liberamente. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto: l'uso consapevole di un linguaggio allusivo e provocatorio verso le forze dell'ordine costituisce una grave imprudenza idonea a generare il sospetto di un reato, escludendo così il diritto all'indennizzo.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un cittadino rimasto agli arresti domiciliari per 359 giorni con l'accusa di usura, poi conclusasi con l'assoluzione. Nonostante l'esito favorevole del processo penale, i giudici hanno confermato che l'uomo ha tenuto una condotta gravemente colpevole. Egli aveva infatti realizzato un'operazione economica complessa e anomala: l'acquisto di un terreno a prezzo stracciato dal proprio debitore, aggirando i divieti contrattuali tramite un conto cointestato per incassare i canoni di locazione. Questa condotta ambigua ha generato una legittima apparenza di reato, giustificando la misura cautelare. Di conseguenza, il richiedente perde la causa e non riceverà alcun indennizzo dallo Stato, dovendo anche pagare le spese processuali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: niente multa senza interesse
Il Tribunale di Napoli aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per un uomo accusato di associazione mafiosa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione ma, nel frattempo, la misura cautelare è stata revocata da un altro provvedimento del giudice di merito. Di conseguenza, la difesa ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, i giudici hanno escluso la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende: il venir meno dell'interesse in un momento successivo alla presentazione del ricorso non equivale a una classica sconfitta processuale. L'imputato è stato condannato unicamente al pagamento delle spese del procedimento.
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Competenza per territorio per connessione: stop al processo unico
Il Tribunale di Roma ha confermato gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di auto. Il GIP aveva diviso i procedimenti, dichiarando la propria incompetenza per alcuni reati informatici, trasferiti a Roma. Il ricorrente ha impugnato la decisione, sostenendo che la competenza spettasse interamente alla Procura distrettuale di Roma per via della forza attrattiva dei reati informatici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la competenza per territorio per connessione richiede un legame effettivo tra i reati. Poiché i reati informatici erano del tutto autonomi rispetto all'associazione a delinquere, non operava alcuna attrazione della competenza. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Termine perentorio riesame: PEC fuori orario e arresto valido
L'Indagato, sottoposto agli arresti domiciliari per corruzione, ha chiesto l'annullamento della misura cautelare. La difesa sosteneva che il Pubblico Ministero avesse trasmesso in ritardo i documenti al Tribunale, violando il termine perentorio riesame di cinque giorni. La richiesta era stata inviata via PEC il 10 giugno oltre l'orario di apertura al pubblico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, se l'invio avviene fuori orario, l'ufficio prende atto della richiesta il giorno successivo. Inoltre, il giorno iniziale non si calcola nel computo dei cinque giorni. Di conseguenza, la trasmissione dei documenti avvenuta il 16 giugno è del tutto tempestiva e la misura cautelare resta valida.
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Offerta di sostanze stupefacenti: arresti anche senza droga
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato, accusato di aver proposto in vendita circa cento grammi di cocaina. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza di gravità indiziaria, poiché L'Indagato non aveva l'effettiva disponibilità immediata della droga al momento della trattativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di offerta di sostanze stupefacenti si perfeziona nel momento in cui il soggetto manifesta la disponibilità a procurare la droga a terzi. Non rileva la mancata consegna immediata o l'accettazione dell'acquirente, purché sussista la possibilità concreta di reperire la sostanza in tempi ragionevoli. Di conseguenza, L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: liberi e senza spese
L'Indagata aveva proposto ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che le applicava la misura degli arresti domiciliari per reati di corruzione e turbativa d'asta. Successivamente alla presentazione del ricorso, la misura cautelare è stata revocata e l'indagata ha formalmente rinunciato all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che, poiché la perdita di interesse deriva dalla revoca della misura (causa non imputabile alla ricorrente), non si configura una soccombenza virtuale. Di conseguenza, l'indagata non è stata condannata al pagamento delle spese processuali né alla sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende, ottenendo un esito favorevole sotto il profilo economico.
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Uso o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un indagato, ritenendolo partecipe di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti sulla base di alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che le conversazioni dimostravano unicamente l'acquisto ripetuto di piccolissimi quantitativi di droga per uso personale da un singolo fornitore. La Corte ha chiarito che l'acquisto per consumo personale non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o la consapevolezza di favorire il gruppo. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale per una nuova e più rigorosa valutazione degli elementi indiziari.
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Gravi indizi di colpevolezza: arresti annullati dopo tre anni
Il Tribunale di Catanzaro confermava la misura degli arresti domiciliari per il reato di spaccio a carico dell'Indagato. Quest'ultimo proponeva ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'attualità delle esigenze cautelari, dato il decorso di tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla colpevolezza, confermando che per le misure cautelari bastano indizi che fondino una qualificata probabilità di colpevolezza, senza il rigore del giudizio di merito. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso sull'attualità del pericolo di recidiva, ritenendo insufficiente la motivazione del Tribunale sul decorso del tempo. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente alle esigenze cautelari.
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Sospensione dei termini feriali: negata anche per il singolo furto
Il Tribunale del Riesame dichiarava inammissibile per tardività la richiesta di riesame presentata dall'Indagato contro la misura cautelare del divieto di dimora per furto di acqua potabile. L'Indagato sosteneva che si dovesse applicare la sospensione dei termini feriali poiché a suo carico era rimasta solo l'accusa di furto, essendo caduta quella di associazione a delinquere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione dei termini feriali non opera nei procedimenti per reati di criminalità organizzata, a prescindere dalla specifica posizione del singolo indagato o dal rigetto della singola accusa associativa. Inoltre, l'appello cautelare privo di motivi specifici è inammissibile.
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Riesame della misura cautelare: no al video se gli indizi bastano
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di dimora nei confronti di un soggetto accusato di furto aggravato. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata trasmissione e visione diretta del video del furto da parte dei giudici, contestando l'identificazione effettuata dalla polizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il riesame della misura cautelare non richiede la trasmissione di tutto il fascicolo, ma solo degli atti selezionati dal Pubblico Ministero. Inoltre, la presenza di altri indizi gravi e convergenti, come il ritrovamento della refurtiva, attrezzi da scasso, denaro contante e abbigliamento identico, rende superflua la visione diretta del filmato, confermando la solidità del quadro indiziario complessivo.
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Bancarotta fraudolenta: finto affitto e 500mila euro ai parenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore del settore della ristorazione contro la misura cautelare del divieto di dimora. L'uomo era accusato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Prima del fallimento della sua ditta individuale, l'indagato aveva affittato l'azienda a società fittizie gestite da parenti per continuare a incassare i profitti in nero, versando circa 500.000 euro sui conti dei familiari. Aveva inoltre cercato di ritardare il fallimento presentando una domanda di concordato preventivo del tutto irrealizzabile. La Suprema Corte ha confermato la validità della misura cautelare, ribadendo che il rischio di reiterazione del reato è concreto e che i giudici di legittimità non possono rivalutare i fatti già accertati nei gradi precedenti se la motivazione è logica e coerente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: assolto ma senza spese
Il Giudice per le indagini preliminari applicava la misura cautelare degli arresti domiciliari a un soggetto accusato di furto in concorso. Il Tribunale del Riesame ridimensionava le accuse ma confermava la misura. L'imputato proponeva ricorso per Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il Giudice dell'udienza preliminare pronunciava sentenza di non doversi procedere per non aver commesso il fatto, revocando la misura cautelare. Di conseguenza, il difensore presentava formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, trattandosi di una rinuncia dovuta al venir meno dell'interesse dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali né la sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Mandato di arresto europeo revocato: Cassazione ordina la liberazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino straniero per il quale la Corte d'Appello aveva disposto la consegna alle autorità estere in esecuzione di un mandato di arresto europeo. Il difensore del cittadino ha proposto ricorso denunciando violazioni di legge e vizi di motivazione. Durante il giudizio di legittimità, l'autorità giudiziaria estera ha revocato il provvedimento restrittivo originario. La Suprema Corte ha stabilito che la revoca del mandato di arresto europeo fa venire meno il presupposto stesso della procedura di consegna. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata e hanno ordinato l'immediata liberazione dell'uomo, dichiarando la cessazione di qualsiasi misura cautelare in corso.
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Gravi indizi di colpevolezza: incastrati dalle telecamere
Il Tribunale applicava a diversi indagati l'obbligo di firma per furti aggravati commessi sui mezzi pubblici. Gli indagati proponevano ricorso in Cassazione. Uno di essi presentava il ricorso personalmente, mentre gli altri contestavano la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e la validità del loro riconoscimento tramite telecamere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. Ha chiarito che il ricorso personale dell'imputato non è più consentito e che, in sede cautelare, per la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza è sufficiente un giudizio di qualificata probabilità di responsabilità, senza il rigore richiesto per la condanna definitiva. Inoltre, il riconoscimento informale da parte della polizia giudiziaria costituisce una prova atipica pienamente utilizzabile. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: stop alle spese di giustizia
Il Ricorrente, inizialmente sottoposto a custodia cautelare in carcere, ha proposto ricorso per Cassazione contro il diniego di sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. Nelle more del giudizio di legittimità, il Tribunale di Brindisi ha concesso gli arresti domiciliari al Ricorrente, il quale ha quindi formalizzato la rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che, quando la perdita di interesse si verifica dopo la presentazione del ricorso, la dichiarazione di inammissibilità non comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali o della sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Sostituzione della misura cautelare: buona condotta non basta
L'Imputato, condannato in primo grado a sei anni di reclusione per rapina aggravata e lesioni, ha richiesto la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, offrendo la disponibilità al braccialetto elettronico. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo persistente il pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che in sede di appello cautelare il giudice deve solo verificare la correttezza della motivazione sui nuovi elementi presentati, senza dover rivalutare l'intero quadro originario. Il semplice decorso del tempo in cella e la condotta regolare non costituiscono elementi di novità sufficienti a scardinare la proporzionalità della custodia in carcere.
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Revoca della misura cautelare: il tempo che passa non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro il diniego di revoca della misura cautelare. L'uomo sosteneva che il semplice trascorrere del tempo dai fatti contestati avesse affievolito le esigenze di custodia. I giudici hanno chiarito che, per ottenere la revoca della misura cautelare o la sua modifica, non basta invocare il passaggio del tempo, poiché questo aspetto è già regolato dalla legge sulla durata massima delle misure. È invece necessaria la presenza di elementi di fatto del tutto nuovi e concreti, idonei a modificare il quadro delle prove o a escludere i pericoli che avevano giustificato la restrizione della libertà. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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DNA e gravi indizi di colpevolezza: sigaretta decisiva
L'Indagato, accusato di concorso in rapina aggravata, ha impugnato l'ordinanza di custodia in carcere contestando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. La difesa ha sostenuto che il mozzicone di sigaretta su cui era stato rinvenuto il DNA dell'indagato fosse diverso da quello repertato sul luogo del delitto, a causa di una presunta discrepanza sulla marca del tabacco. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in sede di legittimità, non è possibile procedere a una nuova valutazione delle prove, ma solo verificare la coerenza logica della motivazione del giudice di merito. Quest'ultimo aveva già escluso in modo logico l'ipotesi di uno scambio di reperti, qualificandola come una congettura priva di riscontri concreti.
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Spaccio di lieve entità: no ai domiciliari per chi vende crack
Il Tribunale di Messina ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di aver ceduto ripetutamente crack a un ospite di una comunità terapeutica. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la gravità della condotta, aggravata dallo spaccio vicino a una struttura di recupero, esclude l'ipotesi di minore gravità. Inoltre, la valutazione sulla pericolosità del soggetto rende inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, rendendo implicito il rifiuto del controllo elettronico. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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