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Misura Cautelare — Anno 2022

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789 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Impugnazioni cautelari: l’errore di deposito costa 3000 euro
Il Tribunale del Riesame confermava l'obbligo di dimora per un soggetto accusato di reati di droga. La difesa proponeva ricorso per cassazione contestando l'uso di intercettazioni ambientali, ma depositava l'atto presso la cancelleria del Tribunale di Padova anziché di Venezia (che aveva emesso la decisione), facendolo giungere oltre i termini. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso in tema di impugnazioni cautelari. I giudici hanno chiarito che il ricorso deve essere presentato esclusivamente presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento. Inoltre, la difesa non ha allegato il decreto di autorizzazione delle intercettazioni, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Scarcerazione e gravi indizi di colpevolezza: vince la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva scarcerato L'Indagata. L'accusa ipotizzava un suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti basandosi su intercettazioni e sul rinvenimento di cocaina. Tuttavia, il Tribunale ha escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, rilevando il ruolo passivo della donna e l'assenza di un collegamento temporale e logico tra la droga sequestrata nel 2021 e i fatti contestati risalenti al 2018. La Cassazione ha confermato che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già logicamente analizzati nel merito, convalidando la scarcerazione dell'indagata.
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Carenza di interesse nel ricorso: stop se gli arresti cadono
L'Imputato, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per il reato di induzione indebita, ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego di revoca della misura. Successivamente, il giudice ha sostituito gli arresti domiciliari con il più lieve obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Di conseguenza, l'Imputato ha rinunciato al ricorso, non avendo più utilità concreta nel proseguire la battaglia legale contro una misura ormai non più attiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse nel ricorso. Questa decisione conferma che l'interesse a impugnare un provvedimento deve persistere per tutta la durata del giudizio, svanendo quando la situazione di svantaggio viene meno per altre vie.
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Attualità del pericolo di reiterazione: carcere anche dopo anni
Un uomo, accusato di tentato omicidio per aver assoldato due sicari contro il compagno dell'ex moglie, ha chiesto la revoca della custodia in carcere. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dal fatto e la convivenza pacifica nella stessa zona escludessero il rischio di nuovi reati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo di reiterazione non richiede l'imminenza di un nuovo reato o una specifica occasione per delinquere. Al contrario, essa indica la continuità nel tempo della pericolosità del soggetto, desumibile dalla sua personalità e da elementi recenti, come alcune intercettazioni telefoniche cariche di rancore e minacce esplicite registrate pochi mesi prima.
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Nullità della misura cautelare: se il PM omette le memorie
Il caso riguarda un indagato sottoposto a custodia in carcere per reati di droga. A seguito del trasferimento del procedimento per incompetenza territoriale, il nuovo Giudice per le indagini preliminari ha confermato la misura cautelare. Tuttavia, il Pubblico Ministero non ha trasmesso al nuovo giudice le memorie difensive precedentemente depositate dall'indagato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che l'omessa trasmissione degli atti difensivi determina la nullità della misura cautelare. La Suprema Corte ha chiarito che il Pubblico Ministero ha l'obbligo assoluto di trasmettere tutta la documentazione a favore dell'indagato, comprese le memorie scritte, senza poterne valutare autonomamente l'irrilevanza. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Sostituzione misura cautelare: nullo il no senza motivi
L'Indagato, detenuto in carcere per rapina e ricettazione, ha richiesto la sostituzione misura cautelare con gli arresti domiciliari dopo aver trovato una struttura idonea ad ospitarlo in Italia. Il Tribunale di Roma ha rigettato l'appello senza valutare i motivi presentati dalla difesa, tra cui il decorso del tempo e l'incensuratezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando un caso di omessa motivazione. I giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza e disposto il rinvio al Tribunale del Riesame per un nuovo esame, stabilendo che il giudice deve sempre motivare su tutti i punti sollevati dalla difesa e disporre accertamenti d'ufficio sulla struttura proposta invece di rigettare la richiesta direttamente.
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Concorso in estorsione: tra mediazione e paura di ritorsioni
Un mediatore, intervenuto su richiesta di un debitore in difficoltà per trattare con un esponente della criminalità locale inviato dal creditore, viene accusato di concorso in estorsione aggravata. Il Tribunale del Riesame conferma gli arresti domiciliari, ritenendo che il mediatore si fosse allineato alle richieste estorsive del criminale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa. I giudici di legittimità stabiliscono che gli indizi raccolti non dimostrano in modo univoco il concorso in estorsione. La reazione del mediatore, che si era tirato indietro dopo il mancato pagamento del debito, poteva derivare dal timore di ritorsioni e non dalla complicità con l'estorsore. La Suprema Corte annulla quindi l'ordinanza cautelare e rinvia il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Reato di evasione: la finta ignoranza non salva lo straniero
Un cittadino straniero, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari presso un ospedale, si è allontanato senza autorizzazione. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, lamentando la mancata traduzione in lingua nota del provvedimento del Tribunale del Riesame che disponeva la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno evidenziato che l'imputato comprendeva l'italiano e che, prima di fuggire, aveva chiesto ai sorveglianti il permesso di allontanarsi, ricevendo un esplicito rifiuto. Questo comportamento dimostra la sua piena consapevolezza del divieto, rendendo irrilevante la mancata traduzione formale dell'atto.
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Carenza di interesse e arresti revocati: niente spese per il ricorso
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, ha proposto ricorso per Cassazione contro il rigetto della sua richiesta di revoca della misura cautelare. Nelle more del giudizio di legittimità, il Tribunale di merito ha revocato gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'annullamento della misura ha fatto venir meno l'utilità pratica della decisione. La Corte ha inoltre stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali, in quanto la perdita di interesse deriva da un fatto sopravvenuto e imprevedibile al momento della presentazione del ricorso, escludendo così la soccombenza dell'Imputato.
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Inefficacia della misura cautelare: scontro tra Monza e Brescia
L'Indagato è stato arrestato in flagranza a Monza per un reato commesso a Brescia. Il Tribunale di Monza ha convalidato l'arresto applicando gli arresti domiciliari. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'inefficacia della misura cautelare ai sensi dell'articolo 27 del codice di procedura penale, sostenendo che il giudice competente di Brescia non avesse rinnovato la misura entro venti giorni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, se l'arresto avviene in un luogo diverso da quello del reato, il termine di venti giorni per la perdita di efficacia della misura decorre solo dopo una formale dichiarazione di incompetenza per territorio da parte del giudice che ha convalidato l'arresto. In assenza di tale dichiarazione, la misura rimane pienamente valida ed efficace.
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Inefficacia della misura cautelare tra arresto e competenza
L'Indagata, arrestata a Monza per un reato commesso a Brescia, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Milano che confermava gli arresti domiciliari disposti dal giudice della convalida di Monza. La difesa sosteneva l'inefficacia della misura cautelare per mancata tempestiva trasmissione e rinnovo degli atti da parte del giudice territorialmente competente di Brescia entro venti giorni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, se l'arresto avviene in un luogo diverso da quello del reato, l'inefficacia della misura cautelare scatta solo dopo una formale dichiarazione di incompetenza del giudice che ha emesso il provvedimento. Poiché tale dichiarazione formale non era avvenuta, la misura è rimasta pienamente valida. L'Indagata è stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca della misura cautelare: niente arresti domiciliari
Il Tribunale, accogliendo l'appello del Pubblico Ministero, aveva disposto gli arresti domiciliari per un indagato accusato di reati tributari e fallimentari, aggravando la precedente misura dell'obbligo di firma. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro questo aggravamento. Tuttavia, nelle more del giudizio, il Giudice per le indagini preliminari ha disposto la revoca della misura cautelare originaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che l'aggravamento di una misura non può sopravvivere se la misura di partenza viene revocata dal primo giudice. Di conseguenza, l'indagato vince la sua battaglia sul punto, non dovendo subire gli arresti domiciliari né pagare le spese processuali.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: no se l’affare sfuma
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'accusa si basava su una presunta mediazione commerciale tra una cosca calabrese e una multinazionale petrolifera per la fornitura di carburanti. La trattativa era però fallita senza produrre alcun accordo. I giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza cautelare con rinvio, stabilendo che per configurare il reato non basta una valutazione astratta della condotta. È invece necessario verificare, tramite un accertamento successivo (ex post), se l'attività dell'indagata abbia effettivamente rafforzato o conservato le capacità operative del sodalizio criminale, cosa che non può avvenire in presenza di semplici trattative preliminari rimaste prive di effetti concreti.
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Estorsione con metodo mafioso: finto aiuto, veri domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nei confronti del Complice, accusato di concorso in estorsione con metodo mafioso. La vicenda nasce dalle richieste estorsive rivolte all'Imprenditore per garantire la protezione del suo cantiere dai furti. Il Complice aveva inizialmente proposto un contratto di rimozione rifiuti come paravento, supportando poi attivamente le minacce del Coimputato, il quale evocava l'intervento di referenti mafiosi di zona. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Complice, ritenendo pienamente giustificata la gravità degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari, confermando l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso per la spendita del controllo del territorio.
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Custodia in carcere: bastano i gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina pluriaggravata. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'insufficienza degli elementi d'accusa, tra cui la scarsa qualità dei video di sorveglianza e la mancanza di un riconoscimento fotografico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione delle misure cautelari, bastano i gravi indizi di colpevolezza, intesi come una qualificata probabilità di responsabilità dell'indagato, e non serve la prova piena richiesta per la condanna definitiva. La Cassazione non può rivalutare i fatti se la decisione precedente è logica e coerente. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese di giudizio.
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Esigenze cautelari: incensurato ma pericoloso per la Cassazione
Un direttore di banca, accusato di associazione a delinquere finalizzata a truffe e riciclaggio, ha contestato la misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa sosteneva l'assenza di esigenze cautelari concrete e attuali, evidenziando lo stato di incensurato dell'uomo e il tempo trascorso dai fatti (tre anni di condotta esemplare). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato può essere desunto dalla gravità e dalla sistematicità delle condotte passate (ben 46 truffe in pochi mesi), che rivelano una spiccata pericolosità sociale. Il fatto che l'indagato svolga ancora funzioni bancarie analoghe giustifica pienamente la misura restrittiva.
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Misura cautelare: addio all’obbligo di firma se cambia il lavoro
Un imprenditore, indagato per aver truccato alcune gare d'appalto pubbliche, era stato sottoposto alla misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che l'indagato non lavorava più per l'impresa edile coinvolta e non si occupava più di appalti pubblici, facendo così venir meno il pericolo di commettere altri reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici del riesame non avevano motivato in modo adeguato la reale sussistenza e l'attualità del pericolo di recidiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando la cessazione immediata della misura cautelare per mancanza di proporzionalità e adeguatezza.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma con colpa grave
Un commerciante, inizialmente arrestato per concorso in estorsione aggravata e successivamente assolto, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per i 270 giorni trascorsi in custodia cautelare. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ritenendo che la condotta dell'uomo avesse concorso a causare la misura cautelare per colpa grave. Il commerciante si era infatti avvalso del supporto di soggetti legati alla criminalità organizzata per estromettere un concorrente dal mercato locale, accettando i loro metodi illeciti in cambio di una percentuale sui ricavi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del commerciante, confermando che la sua condotta spregiudicata e la consapevolezza dei metodi violenti dei suoi intermediari integrano la colpa grave, escludendo così qualsiasi diritto all'indennizzo.
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Custodia cautelare in carcere: associazione provata senza spacci
Il Tribunale di Salerno ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, pur avendo annullato le accuse per i singoli episodi di spaccio (reati-fine). L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assenza di prove sui singoli spacci escludesse la sua partecipazione all'associazione e che il tempo trascorso dai fatti escludesse il pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato associativo è autonomo rispetto ai singoli reati-fine. Inoltre, l'uso della propria attività commerciale come base logistica e il ruolo attivo nel sodalizio giustificano la custodia cautelare in carcere, superando anche la distanza temporale dai fatti, poiché la difesa non ha fornito prove contrarie per superare la presunzione di pericolosità prevista dalla legge.
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Divieto di dimora per il finto carabiniere già in cella
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura del divieto di dimora nel Comune di Roma nei confronti di un indagato per furto pluriaggravato e truffa. L'uomo, che si spacciava per carabiniere per derubare i cittadini, aveva contestato la misura poiché già detenuto in carcere per un'altra condanna. La Suprema Corte ha chiarito che lo stato di detenzione non impedisce l'emissione di una nuova misura cautelare, la cui esecuzione viene semplicemente sospesa. Il divieto di dimora è stato ritenuto pienamente giustificato dall'elevato pericolo di recidiva, desunto dai numerosi precedenti penali e dalla condotta seriale dell'indagato concentrata nel territorio romano.
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