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Messa In Mora

170 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Atto formale con cui il creditore intima al debitore di adempiere la propria obbligazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Contratto a progetto: rinuncia estingue giudizio in Cassazione
La Corte d'Appello aveva dichiarato la requalificazione di un contratto a progetto in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per una lavoratrice, condannando l'azienda al risarcimento dei danni. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione. Successivamente, l'azienda ha rinunciato al ricorso, e le altre parti hanno accettato. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato estinto il giudizio, con compensazione delle spese legali tra le parti, prendendo atto della rinuncia e della sua accettazione.
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Concorso vinto, assunzione ritardata: il risarcimento danno mancata assunzione
Una lavoratrice ha vinto un concorso pubblico per dirigente in una Azienda Sanitaria Locale nel 2006, ma è stata assunta solo nel 2012. Ha chiesto il risarcimento danno mancata assunzione per il ritardo. I giudici di merito hanno riconosciuto il risarcimento solo dalla messa in mora (richiesta formale) del 2011. La lavoratrice ha fatto ricorso, sostenendo che il risarcimento dovesse decorrere dall'approvazione della graduatoria (2006). La Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che, sebbene la vittoria del concorso dia diritto all'assunzione, il rapporto di lavoro si perfeziona con un contratto. Il risarcimento danno mancata assunzione per il ritardo decorre dalla messa in mora, salvo diverse specifiche nel bando.
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Simulazione assoluta della compravendita per evitare i debiti
Una garante di un debito bancario ha ceduto il proprio immobile subito dopo aver ricevuto la formale richiesta di pagamento da parte dell'istituto di credito. La banca creditrice ha agito in giudizio per fare accertare la simulazione assoluta della compravendita, sostenendo l'inesistenza del reale trasferimento di proprietà. I giudici hanno dichiarato l'atto fittizio a causa della mancata prova dell'effettivo pagamento del prezzo, dell'uso del mutuo per estinguere debiti pregressi e della mancata presa di possesso dell'immobile da parte degli acquirenti. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso dei compratori e ribadendo il divieto di depositare nuovi documenti nel giudizio di appello.
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Offerta della prestazione lavorativa e stipendi arretrati negati
Una lavoratrice ha avviato una causa contro la propria azienda per ottenere oltre 169.000 euro a titolo di stipendi non percepiti in un arco di nove anni. La donna sosteneva di aver subito una precedente interposizione illecita di manodopera. I giudici di merito hanno respinto integralmente la domanda economica. La decisione ha evidenziato che la dipendente non aveva formulato una tempestiva e valida offerta della prestazione lavorativa per mettere in mora il datore di lavoro. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile per la confusione delle censure e per l'impossibilità di rivalutare le prove in sede di legittimità.
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Tempo di vestizione: infermiere pagato e l’Azienda cede
Un infermiere ha agito contro l'Azienda Sanitaria per ottenere la retribuzione del tempo impiegato a indossare la divisa e a effettuare le consegne di turno. I giudici territoriali hanno accertato il diritto del dipendente. L'Azienda imponeva luoghi e tempi precisi per tali compiti, trasformando l'attività in lavoro effettivo. L'Ente pubblico ha presentato ricorso in Cassazione ma ha successivamente ritirato l'azione per sopravvenuta carenza di interesse. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Sanitaria, condannandola a pagare le spese legali. Il diritto al compenso per il tempo di vestizione rimane quindi confermato a favore del lavoratore.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro da autonomo a subordinato
Un collaboratore ha prestato servizio per vent'anni presso una grande azienda radiotelevisiva mediante ripetuti contratti di collaborazione autonoma. L'operatore svolgeva mansioni direttive e di coordinamento editoriale identiche a quelle del personale dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato la riqualificazione del rapporto di lavoro in subordinato a tempo indeterminato con livello apicale. I giudici hanno respinto le pretese aziendali di restituzione dei compensi autonomi erogati in passato e hanno escluso i limiti risarcitori forfettari. L'azienda deve ricostituire il rapporto e versare tutte le differenze retributive maturate dalla messa in mora.
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Responsabilità professionale dell’avvocato e parcella
Un cliente si oppone al decreto ingiuntivo richiesto dal proprio legale per compensi non saldati. Il cliente contesta la parcella, lamenta vizi nella notifica dell'atto e invoca la responsabilità professionale dell'avvocato per l'esito negativo di due cause precedenti. La Corte di Cassazione conferma la piena validità della notifica, chiarendo che un collaboratore di studio può richiedere la notificazione su delega verbale. Inoltre, la Suprema Corte stabilisce che la responsabilità professionale dell'avvocato sorge solo se il cliente dimostra che una difesa alternativa avrebbe garantito una probabilità concreta di vittoria. Gli Ermellini confermano anche che gli interessi di mora sul compenso decorrono dall'invio della parcella stragiudiziale e non dalla successiva ingiunzione. Il ricorso del cliente viene integralmente rigettato.
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Tempo di vestizione: l’Azienda perde e paga l’infermiere
Un infermiere ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria datrice di lavoro per ottenere il pagamento del tempo di vestizione e del passaggio consegne oltre l'orario di turno. I giudici di merito hanno accolto la domanda del lavoratore. La Corte d'Appello ha qualificato queste operazioni come lavoro effettivo soggetto a retribuzione, calcolando i crediti arretrati a ritroso a partire dalla formale messa in mora. L'Azienda Sanitaria ha presentato ricorso in Cassazione per contestare tale condanna. Durante il procedimento di legittimità, la stessa Azienda ha tuttavia rinunciato all'interesse a proseguire la causa. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente pubblico. Tale pronuncia conferma definitivamente il diritto del sanitario al compenso e condanna l'Azienda alle spese legali.
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Revoca Vendita Immobiliare: Restituzione Deposito Cauzionale Senza Interessi
Un'Azienda aveva versato un deposito cauzionale per l'acquisto di un immobile comunale tramite asta. La vendita fu poi revocata. L'Azienda chiedeva la restituzione del deposito e il pagamento degli interessi. Il Tribunale ordinò la restituzione del capitale ma negò gli interessi. La Corte d'Appello confermò questa decisione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, confermando che la restituzione deposito cauzionale era dovuta, ma non gli interessi, poiché non erano stati specificamente richiesti o previsti nel disciplinare di gara. L'Azienda deve pagare le spese legali.
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Tempo di vestizione e svestizione: l’Azienda paga lo straordinario
Un'infermiera ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria datrice di lavoro per ottenere il pagamento delle frazioni temporali dedicate a indossare la divisa e allo scambio delle consegne di turno. L'ente sanitario si è opposto, sostenendo che tali attività rientrassero nei meri doveri preparatori non retribuibili. I giudici hanno respinto le tesi dell'amministrazione. Il tempo di vestizione e svestizione costituisce vero e proprio orario di lavoro retribuibile quando il datore stabilisce luogo e momento dell'operazione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Azienda Sanitaria al pagamento delle somme arretrate a titolo di lavoro straordinario, oltre alle spese legali.
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Cessione di Ramo d’Azienda Illegittima: Retribuzioni non Risarcimento
Una lavoratrice ha chiesto il pagamento di somme all'Azienda originaria dopo che la `cessione di ramo d'azienda illegittima` era stata dichiarata inefficace. La Corte d'Appello aveva negato il pagamento, applicando il principio dell'aliunde perceptum (deducendo quanto guadagnato altrove). La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che le somme dovute in questi casi hanno natura retributiva, non risarcitoria. Di conseguenza, il principio dell'aliunde perceptum non si applica. La lavoratrice ha diritto a ricevere le retribuzioni non pagate, senza alcuna detrazione per quanto percepito lavorando per l'azienda cessionaria.
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Tempo di vestizione: l’ente sanitario deve pagare
Un'infermiera ha citato l'Azienda Sanitaria datrice di lavoro per ottenere il pagamento delle ore impiegate a indossare la divisa e a effettuare le consegne di fine turno. La Corte d'Appello ha riconosciuto il diritto al compenso nei limiti della prescrizione di cinque anni, qualificando tali minuti come orario di lavoro effettivo. L'ente sanitario ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che tali attività costituissero semplici atti preparatori non soggetti a retribuzione. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dell'ente. La Corte ha chiarito che il tempo di vestizione e il passaggio di turno costituiscono lavoro straordinario a tutti gli effetti quando il datore ne stabilisce luogo e modalità. Il datore di lavoro deve quindi retribuire integralmente tali compiti.
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Assegni falsificati: banca responsabile e concorso di colpa
Alcuni dipendenti infedeli hanno prelevato ingenti somme dal conto di un professionista incassando centinaia di assegni falsificati nell'arco di diversi anni. I giudici hanno accertato la negligenza dell'istituto di credito nel pagare i titoli nonostante le evidenti anomalie delle firme. La Corte d'Appello ha tuttavia applicato il concorso di colpa al 50% a carico del cliente per mancata vigilanza sui propri collaboratori, calcolando interessi e rivalutazione solo dalla messa in mora. La Corte di Cassazione ha confermato la corresponsabilità, ma ha chiarito che il risarcimento dovuto costituisce un debito di valore. Di conseguenza, gli accessori economici decorrono dalla data dei singoli prelievi illeciti e non dalla successiva costituzione in mora.
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Nullità contratti derivati: la banca deve restituire 540mila euro
Un'Azienda e alcuni investitori hanno citato in giudizio un Istituto di Credito per ottenere la restituzione delle somme versate per sei operazioni in strumenti finanziari. I primi tre contratti erano stati stipulati in assenza del prescritto contratto-quadro di negoziazione, mentre i successivi tre difettavano della causa di copertura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, confermando la declaratoria di nullità contratti derivati e la condanna alla restituzione di oltre 541.000 euro. I giudici hanno chiarito che la firma successiva del contratto-quadro non ha valore sanante retroattivo e che la prescrizione decennale è stata interrotta tempestivamente tramite lettera di messa in mora. L'istituto bancario deve quindi restituire l'intera somma indebitamente percepita e pagare le spese legali.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: applicazione e limiti
Due individui sono stati condannati per rapina aggravata a tre anni e quattro mesi di reclusione ciascuno. Uno dei condannati ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento di specifiche circostanze, tra cui l'attenuante del danno di speciale tenuità e il risarcimento del danno. L'altro ha contestato l'eccessività della pena stabilita in appello tramite concordato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. La Corte ha chiarito che l'attenuante del danno di speciale tenuità nella rapina richiede di valutare non solo il valore del bene rubato, ma anche la violenza o minaccia inflitta alla persona. Inoltre, il risarcimento deve essere spontaneo ed effettivo, non legato a un'azione giudiziaria per la restituzione. Chi concorda la pena in appello non può poi contestarne la severità in Cassazione.
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Compenso professionale del progettista: vittoria contro l’Ente
Una Società di Progettazione ha citato in giudizio un Ente Pubblico per ottenere il ricalcolo e il pagamento del compenso professionale del progettista a seguito dell'aumento del valore dell'opera pubblica per alcune varianti e della maggiore complessità dei lavori. L'Ente Pubblico ha rifiutato il pagamento, sostenendo l'assenza di un nuovo atto scritto per la variante. La Corte d'Appello ha riconosciuto il diritto della Società a ricevere il compenso ricalcolato sulla base del valore effettivo dell'opera, come previsto dal contratto originale. L'Ente Pubblico ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'Ente Pubblico, ritenendo i motivi inammissibili per la scorretta sovrapposizione delle censure e confermando che il compenso professionale del progettista era legittimamente commisurato all'importo finale dei lavori, con condanna dell'ente alle spese di giudizio.
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Appello incidentale tardivo: quando scatta l’inammissibilità
Un erede richiede il rimborso di quattro buoni fruttiferi postali. L'ente debitore eccepisce la prescrizione dei titoli. Il Tribunale riconosce il diritto al rimborso, ma la Corte d'Appello ribalta l'esito accogliendo la richiesta dell'ente postale. L'erede ricorre in Cassazione contestando l'ammissibilità dell'impugnazione avversaria. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'erede: l'appello incidentale tardivo proposto dall'ente è inammissibile poiché depositato a soli due giorni dall'udienza, in violazione del termine inderogabile di costituzione stabilito dal codice di procedura civile. La possibilità di impugnare oltre i termini ordinari non esonera dal rispetto delle scadenze per la costituzione in giudizio. La decisione viene cassata e la domanda dell'ente postale dichiarata inammissibile.
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Prescrizione spese condominiali: il bilancio non ferma il tempo
Un condomino ha impugnato una delibera assembleare che gli addebitava vecchie morosità relative a lavori straordinari approvati diversi anni prima, sostenendo l'avvenuta prescrizione spese condominiali. La Corte di Cassazione ha stabilito che i contributi per lavori di manutenzione straordinaria si prescrivono nel termine ordinario di dieci anni e non in quello quinquennale previsto per le spese ordinarie periodiche. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che la semplice approvazione del bilancio consuntivo annuale che riporta i debiti pregressi non costituisce un atto idoneo a interrompere il decorso del tempo, poiché privo di un'esplicita intimazione di pagamento. La sentenza di secondo grado è stata quindi annullata con rinvio per verificare la presenza di idonei atti interruttivi della prescrizione.
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Risoluzione del contratto d’appalto: ricorso generico respinto
L'Impresa Appaltatrice ha contestato la decisione di una pubblica amministrazione locale che aveva disposto la Risoluzione del contratto d'appalto per grave ritardo nell'esecuzione dei lavori pubblici. Dopo che i giudici di merito hanno confermato la legittimità dello scioglimento contrattuale, l'impresa si è rivolta alla Corte di Cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza. I giudici della Suprema Corte hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa. I motivi presentati si limitavano infatti a critiche generiche e astratte, senza contestare specificamente le motivazioni giuridiche della decisione impugnata e richiedendo un riesame dei fatti non consentito in sede di legittimità. L'Impresa è stata quindi condannata al pagamento delle spese di lite in favore delle controparti e al versamento di un ulteriore contributo unificato.
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Ritardata assunzione: il ricorso fa scattare il risarcimento
Una lavoratrice ha chiesto il risarcimento dei danni per la ritardata assunzione nel pubblico impiego, dovuta allo scorrimento ritardato di una graduatoria concorsuale. I giudici di merito avevano riconosciuto il danno patrimoniale solo a partire da una specifica lettera di sollecito inviata dalla lavoratrice all'ente sanitario. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che la notifica del ricorso al giudice amministrativo costituisce già una valida messa in mora del datore di lavoro. L'azione giudiziaria diretta a ottenere il posto fa scattare immediatamente il diritto al risarcimento, senza bisogno di ulteriori comunicazioni stragiudiziali. La causa tornerà in appello per ricalcolare i danni.
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