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Insinuazione Al Passivo — Anno 2023

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119 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Insinuazione Al Passivo

Provvedimenti

Responsabilità della banca: nessun indennizzo per la truffa
Gli Eredi della Risparmiatrice hanno impugnato la sentenza d'appello che escludeva la responsabilità della banca per la perdita di 210.000 euro. La somma, versata tramite assegni su un conto corrente intestato a un'associazione per costituire nuove società, era stata interamente prelevata da un promotore poi rivelatosi un truffatore. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha confermato che l'istituto di credito non aveva obblighi di protezione specifici verso i terzi non correntisti, né poteva rilevare anomalie nei prelievi ordinari effettuati dal delegato. Di conseguenza, viene esclusa qualsiasi responsabilità della banca per il danno subito dalla risparmiatrice, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio.
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Compenso del curatore fallimentare: tutela per l’ex curatore
Il caso riguarda la ripartizione del compenso tra due curatori fallimentari succedutisi nella gestione di una società. Il Tribunale aveva liquidato il compenso escludendo il primo curatore dalla partecipazione al procedimento e assegnandogli solo una quota basata sul passivo accertato, senza valutare l'attivo da lui generato tramite insinuazioni in altri fallimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del primo curatore, stabilendo che la determinazione del compenso del curatore fallimentare richiede la partecipazione attiva di tutti i soggetti interessati, nel pieno rispetto del principio del contraddittorio. Inoltre, il giudice deve motivare in modo dettagliato e personalizzato i criteri di ripartizione, valutando il reale apporto di ciascun professionista. La decisione impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Sanzioni in amministrazione straordinaria: quando non si pagano
Una società in amministrazione straordinaria ha impugnato una cartella di pagamento per IVA, sanzioni e compensi di riscossione. La Corte di Cassazione ha stabilito che le sanzioni in amministrazione straordinaria non sono dovute se il termine di pagamento del tributo scade dopo l'apertura della procedura concorsuale. In questo caso, infatti, l'imprenditore non è ancora inadempiente prima del decreto e, successivamente, le regole del concorso gli vietano di pagare, escludendo così la colpevolezza. Al contrario, la Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agente della riscossione sui compensi e sulle spese di esecuzione: la cartella di pagamento è legittima e la valutazione sulla debenza di tali oneri accessori spetta esclusivamente al giudice delegato della procedura concorsuale e non al giudice tributario.
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Insinuazione al passivo: estratti parziali e la banca perde
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un istituto di credito che chiedeva l'insinuazione al passivo del fallimento di una società per un saldo di conto corrente. Il Tribunale aveva escluso il credito a causa della mancata produzione del contratto di conto corrente e degli estratti conto integrali fin dall'inizio del rapporto. La Suprema Corte ha confermato che la banca ha l'onere di provare l'intero andamento del conto. Non basta presentare estratti conto parziali, anche se iniziano con un saldo positivo per il cliente, poiché non si possono escludere addebiti illegittimi nel periodo non documentato. La banca perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Iscrizione ipotecaria: banca perde la garanzia su beni altrui
Un istituto di credito chiedeva l'ammissione al passivo fallimentare di una società con il privilegio derivante da un mutuo fondiario. Il Tribunale riconosceva il privilegio solo in parte, escludendo i beni che al momento della concessione appartenevano al Demanio e non alla società debitrice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso principale della banca, confermando che l'iscrizione ipotecaria non produce effetti immediati su beni non ancora di proprietà del debitore al momento della firma del contratto. I giudici hanno chiarito che spetta al creditore dimostrare la proprietà dei beni ipotecati all'atto della concessione della garanzia. Di conseguenza, la banca perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, mentre il ricorso incidentale del fallimento è stato dichiarato inefficace per tardività.
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Prededuzione dei crediti: sì al diritto di prova, no alla priorità
Una Società Fornitrice ha chiesto l'ammissione al passivo di un'Azienda in Amministrazione Straordinaria per forniture di pneumatici, pretendendo la prededuzione dei crediti. Il Tribunale ha negato tale priorità, ritenendo che le forniture non riguardassero gli impianti produttivi essenziali (l'area a caldo dell'acciaieria), ed ha escluso una parte del credito per mancata prova della consegna, rifiutando i testimoni. La Corte di Cassazione ha confermato che la prededuzione dei crediti spetta solo per le attività strettamente indispensabili alla produzione primaria (fino alla bramma d'acciaio). Tuttavia, ha accolto il ricorso della fornitrice sulla parte di credito esclusa: il Tribunale ha sbagliato a rifiutare le prove testimoniali sulla consegna della merce usando argomenti validi solo per la prededuzione. La causa torna al Tribunale per un nuovo esame.
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Onere della prova: il committente non deve provare i ritardi
Un'azienda immobiliare (Il Committente) stipula un contratto di appalto con un'impresa edile (L'Appaltatrice) per completare degli edifici. A causa di gravi ritardi e dell'abbandono del cantiere, il Committente avvia una causa di risoluzione. Successivamente, l'Appaltatrice fallisce. Il Committente chiede quindi di essere ammesso al passivo fallimentare per ottenere il risarcimento dei danni. Il Tribunale respinge la richiesta, sostenendo che il Committente non abbia dimostrato il mancato completamento dei lavori. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Committente, stabilendo che sul tema dell'onere della prova spetta al debitore (o al fallimento) dimostrare di aver adempiuto correttamente ai propri obblighi, e non al creditore provare l'altrui inadempimento. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Opposizione allo stato passivo: lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento della sua ex azienda per crediti di lavoro. Il giudice delegato ha ammesso il credito con riserva, in attesa dell'esito di una causa di lavoro pendente. Il lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo per rimuovere la riserva. Il Tribunale ha accolto la domanda, ritenendo la riserva atipica e quindi non apposta, ammettendo il credito in via definitiva. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della curatela fallimentare. La Corte ha chiarito che la riserva atipica equivale a un'ammissione piena e che la curatela, se voleva contestare il credito, avrebbe dovuto proporre un'impugnazione autonoma nei termini di legge, non potendo farlo semplicemente difendendosi nel giudizio promosso dal lavoratore.
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Insinuazione al passivo: la sostanza vince sulla forma
Un'azienda di trasporti ha richiesto l'insinuazione al passivo dei propri crediti nei confronti di una grande acciaieria in amministrazione straordinaria, pretendendo il rango di credito prededucibile o privilegiato. Il Tribunale ha respinto la domanda ritenendo che il creditore avesse modificato inammissibilmente la propria richiesta (mutatio libelli) tra la fase iniziale e l'opposizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del vettore, stabilendo che non vi è stata alcuna mutatio libelli. I fatti costitutivi del credito erano chiari fin dall'inizio e spetta al giudice applicare la corretta qualificazione giuridica. La sentenza è stata cassata con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Insinuazione al passivo del TFR: spetta al lavoratore
Un lavoratore ha chiesto l'insinuazione al passivo del TFR maturato e non versato dall'azienda fallita al fondo di previdenza complementare. Il Tribunale ha respinto la domanda, ritenendo che il trasferimento del TFR al fondo costituisse una cessione del credito, legittimando solo il fondo ad agire. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il conferimento del TFR non equivale automaticamente a una cessione di credito. Salvo prova contraria, l'adesione al fondo configura una delegazione di pagamento. Poiché la delegazione si scioglie con il fallimento dell'azienda, il lavoratore conserva la legittimazione attiva per richiedere le somme non versate. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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TFR destinato a previdenza complementare: il lavoratore vince
Un lavoratore ha chiesto di inserire nel fallimento del datore di lavoro le quote di TFR trattenute in azienda e mai versate al fondo pensione. Il Tribunale ha respinto la domanda, ritenendo che solo il fondo fosse legittimato ad agire. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il conferimento del TFR destinato a previdenza complementare non costituisce una cessione automatica del credito, ma una delegazione di pagamento. Poiché questa delega si scioglie con il fallimento dell'azienda, il lavoratore recupera la legittimazione ad agire in proprio per recuperare le somme non versate, a meno che non venga provata una vera e propria cessione del credito a favore del fondo.
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Insinuazione al passivo e prescrizione: il fisco vince sul tempo
Un contribuente, socio illimitatamente responsabile di una società fallita, impugna alcune intimazioni di pagamento per debiti tributari, eccependo la prescrizione quinquennale di sanzioni e interessi. La Corte di Cassazione chiarisce che la presentazione della domanda di ammissione al passivo fallimentare determina l'interruzione della prescrizione del credito con effetti permanenti fino alla chiusura della procedura. Di conseguenza, un nuovo termine prescrizionale ricomincia a decorrere solo dopo la chiusura del fallimento, anche nei confronti del debitore tornato in bonis. La Suprema Corte accoglie quindi il ricorso del fisco sul tema dell'effetto sospensivo, confermando invece la prescrizione quinquennale per sanzioni e interessi autonomi. Il principio cardine stabilito riguarda l'efficacia dell'insinuazione al passivo e prescrizione dei crediti.
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Responsabilità personale dell’amministratore: sanzione valida
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un amministratore di una società fallita, confermando la sua sanzione per l'impiego di un lavoratore irregolare. L'Ispettorato del Lavoro aveva emesso un'ordinanza-ingiunzione per violazioni della normativa sul lavoro. L'amministratore sosteneva che, a causa del fallimento della società, il credito sanzionatorio dovesse essere richiesto tramite insinuazione al passivo fallimentare. I giudici hanno invece chiarito che la responsabilità personale dell'amministratore per le violazioni commesse nell'esercizio delle sue funzioni prescinde dal fallimento della società. Trattandosi di una sanzione diretta alla persona fisica, non soggetta a procedura concorsuale propria, l'amministrazione può legittimamente emettere l'ingiunzione direttamente nei suoi confronti. Di conseguenza, l'amministratore è stato condannato al pagamento della sanzione e delle spese processuali.
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Omessa vigilanza della CONSOB: risarcimento salvo dopo il crac
Un gruppo di risparmiatori ha citato in giudizio l'Autorità di Vigilanza per ottenere il risarcimento dei danni causati dal fallimento di due società finanziarie, denunciando l'omessa vigilanza della CONSOB. I giudici di merito avevano rigettato la domanda ritenendo il diritto prescritto e non provato il danno. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei risparmiatori. La Suprema Corte ha chiarito che l'insinuazione al passivo nel fallimento delle società finanziarie interrompe la prescrizione anche nei confronti dell'Autorità di Vigilanza, operando la responsabilità solidale per l'unicità del danno subito. Inoltre, i documenti presentati ordinatamente per ogni risparmiatore non possono essere considerati inutilizzabili solo perché privi di un indice analitico. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Insinuazione al passivo: risarcimento senza giudice del lavoro
Una lavoratrice ha richiesto l'insinuazione al passivo della banca datrice di lavoro, in liquidazione coatta amministrativa, per ottenere il risarcimento dei danni da demansionamento e trasferimento illegittimo. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo che l'accertamento spettasse al giudice del lavoro e che l'estinzione della causa di lavoro precludesse l'ammissione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che se la domanda ha natura esclusivamente patrimoniale ed è finalizzata alla partecipazione al concorso, la competenza spetta al giudice fallimentare e non a quello del lavoro. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Crediti e Codice antimafia: senza data certa si perde tutto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti privati e dal loro legale contro il rigetto dell'insinuazione al passivo dei loro crediti verso una società confiscata. La Corte ha chiarito che, in base al Codice antimafia, i crediti vantati verso soggetti sottoposti a sequestro devono essere supportati da documenti aventi data certa anteriore al sequestro stesso, per evitare frodi. Inoltre, il ricorso personale del legale è stato ritenuto inammissibile poiché, nel rito penale applicabile alle misure di prevenzione, è obbligatorio il patrocinio di un difensore abilitato al patrocinio dinanzi alla Cassazione, non potendo il professionista difendersi da solo. Di conseguenza, i creditori perdono definitivamente la possibilità di recuperare le somme richieste e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Ammissione al passivo del TFR: paga il fallimento, non l’INPS
Un lavoratore ha impugnato l'esclusione di diversi crediti, tra cui il trattamento di fine rapporto e alcuni risarcimenti danni, dallo stato passivo del fallimento della propria azienda datrice di lavoro. Il Tribunale aveva escluso la quota di TFR ritenendo che il debitore fosse il Fondo Tesoreria dell'INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso limitatamente a questa voce, stabilendo che il lavoratore ha pieno diritto all'ammissione al passivo del TFR anche per le quote maturate dopo il 2007 e non versate all'INPS. La Cassazione ha chiarito che il datore di lavoro fallito conserva la responsabilità del debito. Le altre richieste di risarcimento sono state dichiarate inammissibili per difetti formali del ricorso. La causa è stata rinviata al Tribunale per ricalcolare le somme spettanti al lavoratore.
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Accollo cumulativo: il lavoratore vince contro il fallimento
Un lavoratore ha chiesto l'insinuazione al passivo del fallimento della sua ex datrice di lavoro per crediti di lavoro. In precedenza, l'azienda aveva ceduto il ramo d'azienda a una nuova società con un accordo qualificato come accollo cumulativo. Il Tribunale ha ammesso il credito con riserva di preventiva richiesta di pagamento alla nuova società. Il Fallimento ha impugnato la decisione in Cassazione, contestando sia la regolarità delle notifiche sia l'ammissibilità di una riserva atipica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che la costituzione del Fallimento ha sanato ogni vizio di notifica e che l'eventuale illegittimità di una riserva atipica comporta l'ammissione piena del credito, privando il Fallimento dell'interesse a impugnare. Il lavoratore vince la causa.
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Fisco ko: illegittima l’iscrizione nei ruoli straordinari
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato l'annullamento di una cartella di pagamento emessa nei confronti di una società fallita. La cartella derivava da un'iscrizione nei ruoli straordinari basata su avvisi di accertamento che, nel frattempo, erano stati annullati dal giudice tributario con sentenze non ancora definitive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che l'annullamento giudiziale dell'atto impositivo presupposto, anche se non definitivo, toglie efficacia all'iscrizione a ruolo. Di conseguenza, l'ente impositore ha l'obbligo di adeguarsi alla decisione del giudice. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'ammissione al passivo fallimentare per crediti tributari non richiede necessariamente la previa iscrizione a ruolo, potendo basarsi su altri documenti probatori. Vince il Fallimento della società.
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TFR destinato a fondo pensione: il lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore aveva scelto di destinare le proprie quote di TFR maturando a un fondo di previdenza complementare. Tuttavia, l'azienda datrice di lavoro, successivamente fallita, aveva trattenuto queste somme senza mai versarle al fondo. Il Tribunale aveva escluso il credito del lavoratore dallo stato passivo, ritenendo che solo il fondo pensione fosse legittimato ad agire. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il TFR destinato a fondo pensione non ancora versato mantiene natura retributiva. Con il fallimento del datore di lavoro, il mandato al versamento si scioglie e la piena titolarità del credito ritorna al lavoratore, che può quindi insinuarsi al passivo in via privilegiata.
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