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Inadempimento — Anno 2022

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115 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Inadempimento

Provvedimenti

Isolamento acustico: l’hotel non è un’unica stanza per la legge
La Committente affida all'Impresa Appaltatrice la ristrutturazione di un complesso immobiliare da destinare a residenza turistico-alberghiera. Successivamente, la Committente contesta la presenza di gravi vizi, tra cui il mancato isolamento acustico delle singole unità abitative. La Corte d'Appello esclude l'applicabilità dei limiti di rumore previsti dal D.P.C.M. 5 dicembre 1997, ritenendo la struttura un'unica unità alberghiera. La Corte di Cassazione ribalta la decisione: le residenze turistico-alberghiere, pur avendo gestione unitaria, sono composte da distinti ambienti abitativi destinati alla permanenza di persone diverse. Di conseguenza, l'isolamento acustico deve rispettare i requisiti di legge sia per le pareti verticali sia per i solai. La Cassazione accoglie il ricorso della Committente e rinvia la causa alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Rimozione illecita ma nessun risarcimento del danno: vince il Comune
Una società pubblicitaria ha chiesto il risarcimento del danno al Comune per la rimozione illegittima di alcune fioriere con insegne pubblicitarie di sua proprietà. Nonostante l'illegittimità del comportamento dell'amministrazione, i giudici di merito hanno rigettato la domanda per mancanza di prove concrete sul danno subito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il risarcimento del danno non può essere concesso in via automatica o equitativa se il danneggiato non dimostra prima l'effettiva esistenza e la consistenza del pregiudizio economico subito, non bastando la sola condotta illecita della Pubblica Amministrazione.
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Inadempimento obblighi informativi: la banca perde e risarcisce
Due risparmiatori acquistano obbligazioni argentine e del gruppo Cirio tramite un istituto di credito. Successivamente, i clienti agiscono in giudizio lamentando l'inadempimento obblighi informativi da parte della banca, che non aveva adeguatamente segnalato la rischiosità dei titoli. La Corte d'Appello condanna la banca al risarcimento del danno, quantificato sottraendo al prezzo di acquisto le cedole riscosse e il valore residuo dei titoli. La banca ricorre in Cassazione contestando la quantificazione del danno. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile poiché le contestazioni riguardano profili esecutivi e non colgono la reale motivazione della sentenza impugnata. La banca perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Risarcimento danni per mancata assunzione: l’azienda paga ancora
Un lavoratore ottiene una sentenza definitiva che riconosce il suo diritto all'assunzione e al risarcimento dei danni fino al 2008. Poiché l'azienda continua a non assumerlo, il lavoratore avvia una nuova causa per chiedere il risarcimento danni per mancata assunzione per il periodo successivo, dal 2008 al 2011. La Corte d'Appello condanna l'azienda al pagamento di oltre 85.000 euro. L'azienda ricorre in Cassazione, sostenendo che il risarcimento non potesse estendersi oltre la prima sentenza. La Suprema Corte respinge il ricorso: l'inadempimento dell'azienda è continuato nel tempo e, non essendo ammissibili condanne per danni futuri non ancora verificatisi, il lavoratore doveva necessariamente proporre una nuova azione giudiziaria per tutelare i propri diritti.
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Rimborso tariffa depurazione: prova al gestore e non all’utente
Alcuni cittadini hanno richiesto il rimborso tariffa depurazione al gestore idrico a causa del malfunzionamento del depuratore locale. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo che spettasse agli utenti dimostrare il cattivo funzionamento dell'impianto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei cittadini, stabilendo un principio fondamentale: spetta al gestore del servizio idrico dimostrare il corretto funzionamento dell'impianto di depurazione nel periodo di fatturazione, e non all'utente provarne l'inefficienza. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio al Tribunale di Napoli per una nuova decisione.
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Contratto preliminare di compravendita: chi sbaglia risarcisce
I Promittenti Venditori hanno impugnato la decisione che dichiarava la risoluzione di un contratto preliminare di compravendita per loro inadempimento. Essi sostenevano che la Promissaria Acquirente non avesse la legittimazione attiva per agire in giudizio, avendo ceduto il contratto a un terzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimazione della Promissaria Acquirente, interpretando l'accordo con il terzo come una riserva di nomina in sede di rogito e non come una cessione di contratto. Inoltre, è stato accertato il grave inadempimento dei venditori, i quali non avevano pagato gli oneri comunali necessari per sbloccare i permessi di costruire, né si erano presentati davanti al notaio per liberare l'immobile dai pesi gravanti. Di conseguenza, i venditori perdono la causa e devono risarcire i danni.
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Contratto preliminare di compravendita: persa la caparra
Il caso riguarda un contratto preliminare di compravendita immobiliare. Il Promissario Acquirente, dopo aver versato una caparra confirmatoria di cinquantamila euro, non si presentava alla stipula del rogito definitivo. La Società Venditrice chiedeva la risoluzione del contratto per inadempimento. L'Acquirente si difendeva sostenendo di non aver ricevuto i documenti necessari. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'Acquirente possedeva già la documentazione ma aveva omesso di consegnarla al notaio da lui scelto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello: l'Acquirente è inadempiente per aver violato i doveri di correttezza e buona fede. Di conseguenza, la Società Venditrice ha vinto la causa e ha trattenuto legittimamente la caparra.
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Nullità del contratto di mutuo: debiti di terzi e validità
Il Debitore e i Terzi Garanti si oppongono all'esecuzione immobiliare promossa dalla Banca, eccependo la nullità del contratto di mutuo per difetto di causa concreta. Sostengono che la Banca abbia utilizzato la somma mutuata per ripianare debiti pregressi di soggetti terzi senza consenso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la validità del finanziamento. I giudici chiariscono che l'impiego delle somme erogate per estinguere passività precedenti non determina la nullità del contratto di mutuo per mancanza di causa. Tale utilizzo presuppone infatti che la somma sia stata comunque messa a disposizione del mutuatario. L'eventuale prelievo non autorizzato configura un mero inadempimento contrattuale della banca e non un vizio di validità del contratto originario.
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Turbata libertà degli incanti: assolto chi non paga l’asta
Un creditore avviava il pignoramento della casa del debitore. All'asta giudiziaria, il padre del debitore si aggiudicava l'immobile ma non versava il prezzo entro il termine, chiedendo chiarimenti sulle spese condominiali. I giudici di merito lo condannavano per il reato di turbata libertà degli incanti, ritenendo il mancato pagamento una manovra fraudolenta per ritardare lo sgombero. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'aggiudicatario. I giudici di legittimità hanno chiarito che il semplice mancato versamento del prezzo costituisce un mero inadempimento civile e non integra il reato di turbata libertà degli incanti, mancando l'utilizzo di mezzi violenti o fraudolenti idonei ad alterare la gara. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste.
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Validità del contratto di locazione: canone dovuto senza permessi
Il caso nasce dall'opposizione di un inquilino condannato a pagare i canoni arretrati per aver abbandonato un immobile commerciale senza preavviso. L'inquilino sosteneva la nullità dell'accordo per la mancanza del certificato di agibilità e dell'attestato di prestazione energetica (APE). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del contratto di locazione. I giudici hanno chiarito che l'assenza di autorizzazioni amministrative o della certificazione energetica non rende nullo il contratto, né costituisce automaticamente un vizio della cosa locata. Tali mancanze possono configurare un inadempimento del proprietario solo se quest'ultimo si era espressamente impegnato a ottenerle o se l'ottenimento è del tutto impossibile, gravando comunque sull'inquilino l'onere di provare il danno concreto subito.
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Contratto d’opera non ultimato: lavori a metà e niente pagamento
Un artigiano ha richiesto il pagamento per dei lavori eseguiti presso un ristorante. Il committente si è opposto, lamentando che le opere erano incomplete e difettose. I giudici di merito hanno risolto il contratto per colpa dell'artigiano. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha stabilito che, in caso di contratto d'opera non ultimato, non si applica la garanzia speciale per i vizi con il relativo termine di decadenza di sessanta giorni. Al contrario, si applicano le regole generali sulla risoluzione per inadempimento. Di conseguenza, il committente può chiedere lo scioglimento del contratto anche se non ha denunciato i difetti entro i sessanta giorni dalla scoperta. L'artigiano perde la causa e deve pagare le spese processuali aggiuntive.
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Risoluzione del contratto per inadempimento: no al riesame delle prove
L'Acquirente ha ottenuto dal Tribunale la risoluzione del contratto per inadempimento nei confronti della Società Venditrice, a causa di gravi violazioni contrattuali. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. La Società Venditrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta errata valutazione delle prove da parte dei giudici di merito, in particolare riguardo a una quietanza di pagamento e ad alcuni bonifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di cassazione. Di conseguenza, la Società Venditrice è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento del doppio del contributo unificato.
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Revocazione per errore di fatto: la svista non cancella il debito
Una società cliente si è opposta al pagamento delle prestazioni di tenuta della contabilità svolte da uno studio di consulenza, lamentando errori formali. Dopo il rigetto nei primi gradi e in Cassazione, la cliente ha proposto ricorso per revocazione per errore di fatto, sostenendo che i giudici avessero travisato le sue contestazioni alla consulenza tecnica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha stabilito che l'errore del giudice, per giustificare la revocazione, deve essere decisivo. Nel caso specifico, l'eventuale svista non avrebbe comunque cambiato l'esito della causa, poiché i giudici di merito avevano già accertato che le irregolarità contabili erano marginali, prontamente corrette e prive di danni reali, escludendo così un grave inadempimento contrattuale.
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Carburante annacquato: il guasto non basta per il risarcimento
Un automobilista ha chiesto il risarcimento dei danni subiti dalla propria vettura, sostenendo che il guasto fosse stato causato da carburante annacquato acquistato presso una stazione di servizio. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per mancanza di prove sul nesso di causalità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che, sebbene spetti al venditore dimostrare il corretto adempimento, l'acquirente deve comunque provare che il guasto sia stato causato specificamente da quel rifornimento e non da un lento accumulo di acqua nel filtro dovuto a precedenti pieni. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Responsabilità professionale del notaio: rogito e casa difforme
Un acquirente compra un appartamento scoprendo poi che il sottotetto non è abitabile per altezza insufficiente, contrariamente a quanto dichiarato dal venditore. L'acquirente chiede il risarcimento dei danni anche al professionista che ha redatto l'atto. La Corte d'Appello esclude la colpa di quest'ultimo, ritenendo che non dovesse verificare la conformità urbanistica. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso dell'acquirente. I giudici sanciscono la responsabilità professionale del notaio, il quale non può limitarsi a registrare la volontà delle parti. Egli deve compiere tutte le verifiche tecniche e giuridiche necessarie, rispettando l'obbligo di informazione e di consiglio per garantire la sicurezza dell'affare, salvo espresso esonero dei clienti.
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