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Giudice Dell'Esecuzione — Anno 2023

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1339 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Giudice Dell'Esecuzione

Provvedimenti

Reato continuato tra spaccio e mafia: la Cassazione dice no
Il Ricorrente ha chiesto il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per spaccio di stupefacenti commesso tra il 2000 e il 2004, e una per associazione mafiosa a partire dal 2004. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, escludendo un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che lo spaccio non poteva essere programmato fin dall'inizio come reato fine dell'associazione mafiosa, poiché quest'ultima è stata costituita solo successivamente. Inoltre, un periodo di detenzione di un anno ha interrotto l'unitarietà del progetto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'impossibilità di unificare le pene.
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Reato continuato: no allo sconto di pena tra rapina e spaccio
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato tra alcune condanne per spaccio di stupefacenti e una precedente condanna per rapina aggravata. La Corte d'appello ha accolto la richiesta solo per i reati di spaccio, escludendo la rapina a causa della diversa natura del reato e delle differenti modalità esecutive. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata valutazione globale degli indici di collegamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice vicinanza temporale o il fine di lucro non bastano a dimostrare un unico disegno criminoso iniziale, configurando altrimenti una mera abitualità a delinquere. Di conseguenza, Il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Medesimo disegno criminoso: no agli sconti di pena automatici
Il Condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per associazione finalizzata allo spaccio di droga e l'altra per ricettazione, lesioni ed estorsione aggravate dal metodo mafioso. La Corte d'assise d'appello ha respinto la richiesta, escludendo il medesimo disegno criminoso a causa della diversa natura dei reati e della parziale coincidenza temporale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per collegare i singoli reati all'associazione a delinquere, non basta un generico legame di utilita, ma serve la prova che tali reati fossero gia stati programmati al momento dell'adesione al gruppo criminale. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Competenza per l’esecuzione: scontro tra Tribunale e Appello
Il Tribunale di Napoli e la Corte di Appello di Napoli hanno sollevato un conflitto negativo circa la competenza per l'esecuzione di un incidente di esecuzione richiesto da un condannato. Il Tribunale riteneva competente la Corte d'Appello quale giudice che aveva emesso l'ultima sentenza irrevocabile. La Corte d'Appello ha invece rilevato che la sua decisione aveva modificato la sentenza di primo grado solo quoad poenam, cioè limitatamente alla misura della pena. La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto dichiarando la competenza del Tribunale di Napoli. Quando la riforma in appello riguarda esclusivamente il trattamento sanzionatorio, la competenza spetta infatti al giudice di primo grado.
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Conflitto di competenza: no a sconti per condanne definitive
Il Condannato, dopo una sentenza di patteggiamento irrevocabile nel 2021, ha richiesto la sostituzione della pena detentiva con i lavori di pubblica utilità. Sia il Giudice per le indagini preliminari sia il Tribunale di sorveglianza hanno dichiarato inammissibile la richiesta. La difesa ha quindi sollevato un presunto conflitto di competenza davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato insussistente il conflitto di competenza. I giudici hanno chiarito che le nuove pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia si applicano solo ai procedimenti non ancora definitivi al momento dell'entrata in vigore della riforma. Di conseguenza, gli atti sono stati restituiti al Giudice per le indagini preliminari di Milano, confermando l'inammissibilità della richiesta del Condannato.
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Reato continuato in sede esecutiva: no a congetture senza atti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per unificare diverse condanne per furto accumulate negli anni. Il Giudice dell'Esecuzione ha respinto la richiesta ritenendo i reati occasionali e distanti nel tempo, senza però acquisire ed esaminare le sentenze precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice ha l'obbligo tassativo di acquisire i provvedimenti di condanna prima di decidere. L'omessa acquisizione rende la motivazione del rigetto puramente congetturale e invalida. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso alla Corte d'Appello in diversa composizione per un nuovo esame.
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Sospensione condizionale della pena: no alla revoca non scritta
Il Tribunale, in veste di giudice dell'esecuzione, aveva revocato a un cittadino la sospensione condizionale della pena per non aver demolito alcune opere edilizie abusive. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sentenza di condanna originaria non avesse mai subordinato il beneficio della sospensione alla demolizione dei manufatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che né nel dispositivo né nella motivazione della condanna originaria era presente tale obbligo. Di conseguenza, la revoca si basava su un presupposto errato. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di revoca, ripristinando la sospensione condizionale della pena per il cittadino.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no al riesame e condanna
Il Ricorrente ha proposto ricorso contro la decisione della Corte d'appello che ha dichiarato inammissibile il suo incidente di esecuzione. L'uomo chiedeva di riesaminare il rigetto della sua precedente domanda di riparazione per ingiusta detenzione, invocando come novità una sentenza favorevole emessa in un caso analogo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice dell'esecuzione non può riaprire il merito di una decisione definitiva né rivalutare le prove già esaminate. Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no se la pena cala dopo
Il Condannato ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per aver espiato un anno e sei mesi di reclusione in eccedenza rispetto alla pena rideterminata. Originariamente condannato a quattordici anni, ha ottenuto successivamente in fase esecutiva il riconoscimento della continuazione tra i reati, con riduzione della pena a dieci anni e sei mesi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la riduzione della pena derivante dal riconoscimento della continuazione in fase di esecuzione non dà diritto all'indennizzo. Questo beneficio non corregge un errore originario o una custodia cautelare ingiusta, ma costituisce una valutazione successiva attivata su richiesta dell'interessato, escludendo così i presupposti per la riparazione per ingiusta detenzione.
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Reato continuato: no allo sconto se i crimini sono distanti nel tempo
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per unificare le pene relative a due condotte distinte: il favoreggiamento di un latitante nel 2010 e alcune estorsioni compiute tra il 2014 e il 2017, entrambe finalizzate ad agevolare un clan criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio nei suoi tratti essenziali. Nel caso specifico, l'estrema diversità tra i reati e il lungo intervallo temporale di oltre quattro anni escludono qualsiasi programmazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: stile di vita criminale o disegno unitario?
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede di esecuzione per unificare le pene di nove diverse sentenze di condanna per furto. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, evidenziando che i reati, commessi in un arco di tre anni con modalità differenti e su beni diversi, dimostravano una generica propensione a delinquere e non un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il bisogno economico quotidiano non configura un programma criminoso unitario, ma rappresenta un mero stile di vita illecito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto se i crimini sono distanti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede di esecuzione per diversi illeciti commessi. Il Tribunale ha respinto l'istanza evidenziando una distanza temporale di oltre quattro anni tra i fatti e la diversità dei beni giuridici lesi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un disegno criminoso unitario programmato fin dall'inizio, non configurabile in presenza di una semplice abitudine di vita illecita o di reati commessi a grande distanza di tempo e in modo estemporaneo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Reato continuato o scelta di vita? La Cassazione nega lo sconto
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per diversi illeciti commessi nell'arco di quattro anni, tra cui furto, porto abusivo d'armi ed estorsione. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti, la diversità dei complici e la natura estemporanea di alcune condotte. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un disegno criminoso unitario e non una generica scelta di vita improntata all'illegalità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione nel reato: no allo sconto tra Roma e Firenze
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione nel reato in fase esecutiva per reati commessi a Roma e Firenze. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa della distanza geografica di oltre 300 km, della diversita dei complici, delle differenti modalita esecutive e di un intervallo temporale superiore a quattro mesi tra i fatti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che la continuazione richiede un disegno criminoso unitario programmato fin dall'inizio, e non una semplice abitudine di vita improntata all'illecito. Il Condannato e stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena: no a sconti automatici
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del giudice dell'esecuzione che ha ricalcolato la sanzione per reati di droga. A seguito di una sentenza della Corte Costituzionale, il minimo edittale era sceso da otto a sei anni. Il Condannato pretendeva una riduzione automatica e proporzionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la rideterminazione della pena non deve seguire formule matematiche rigide. Il giudice dell'esecuzione deve invece valutare la gravità concreta del fatto e la proporzionalità della sanzione, usando i poteri discrezionali previsti dal codice penale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Reato continuato: no allo sconto se i delitti sono distanti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede di esecuzione per due episodi di violazione della legge sulle armi commessi a distanza di oltre due anni. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza evidenziando la mancanza di un disegno criminoso unitario, data la distanza temporale, la diversità delle persone offese e l'eterogeneità dei beni giuridici lesi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che la continuazione richiede una programmazione iniziale dei singoli reati e non può essere confusa con una generica scelta di vita improntata all'illegalità. Il Condannato è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Giudice dell’esecuzione: no a sconti di pena tardivi
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena inflitta nel 1999, lamentando la mancata applicazione dello sconto per il rito abbreviato non concesso all'epoca. Ha sostenuto che la sentenza avesse violato una pronuncia della Corte Costituzionale del 1991. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile chiedere al Giudice dell'esecuzione di rimediare a presunte violazioni di legge avvenute durante il giudizio di cognizione, specialmente se basate su pronunce costituzionali precedenti alla sentenza definitiva. Tali contestazioni andavano sollevate nei normali gradi di giudizio. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
Il Condannato, dopo aver subito una condanna per associazione mafiosa ed aver espiato un periodo di detenzione in eccesso, pretendeva di scomputare tale eccedenza e i relativi giorni di liberazione anticipata dalla pena inflitta con una seconda condanna per fatti successivi, nonostante il riconoscimento del reato continuato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la fungibilità della pena non è applicabile se il secondo reato è stato commesso dopo la detenzione subita per il primo. Ammettere il contrario creerebbe un inammissibile credito di pena per reati futuri, incentivando la commissione di nuovi illeciti. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato: no al cumulo di pene senza motivazione
Il Condannato ha impugnato l'ordinanza del giudice dell'esecuzione che, pur riconoscendo il reato continuato tra diverse condanne irrevocabili, ha rideterminato la pena complessiva senza motivare i singoli aumenti per i reati satellite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve sempre giustificare in modo dettagliato e distinto l'aumento di pena per ciascun reato minore. Questo serve a garantire la proporzionalità della sanzione ed evitare un mero cumulo materiale delle pene mascherato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento limitatamente al calcolo della pena, disponendo il rinvio a un nuovo giudice per una corretta rideterminazione.
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Decisione de plano: la Cassazione annulla il silenzio del giudice
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione di dichiarare non esecutiva una sentenza di condanna o di essere rimesso nei termini per fare appello. Il Giudice ha respinto la richiesta con una decisione de plano, ossia senza fissare l'udienza e senza sentire la difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la decisione de plano, adottata al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, viola il principio del contraddittorio. Questa violazione comporta la nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio degli atti al Giudice dell'esecuzione per un nuovo esame che rispetti le garanzie difensive.
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