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Favor Rei — Anno 2022

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168 provvedimenti applicano questo termine

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Provvedimenti

Continuazione dei reati: negato lo sconto a chi sceglie il crimine
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per due condanne irrevocabili legate allo spaccio di stupefacenti e all'associazione a delinquere. La Corte d'appello ha rigettato la richiesta per mancanza di un disegno criminoso unitario. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la continuazione dei reati richiede un preciso programma deliberato in origine e non una generica scelta di vita dedita al crimine. Per i reati associativi serve una dimostrazione specifica del collegamento tra i diversi sodalizi, non emersa in questo caso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per la vita da criminale
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per tre sentenze definitive, sperando in uno sconto di pena. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta a causa della diversità dei reati e del lungo periodo di tempo in cui sono stati commessi, elementi che dimostrano azioni improvvisate e non un piano unico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un unico programma criminoso iniziale e non può essere confuso con una scelta di vita dedicata al crimine. Quest'ultima condotta viene infatti punita con istituti come la recidiva e non premiata con sconti di pena. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no allo sconto per chi vive di crimine
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per unificare le pene di diverse sentenze definitive. Il giudice ha respinto la richiesta a causa della diversità dei reati e del lungo periodo di tempo trascorso. Il Condannato ha proposto ricorso, sostenendo che la sua appartenenza a un'associazione criminale dimostrasse un disegno unitario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la continuazione dei reati richiede la prova di un programma specifico e non può basarsi sulla semplice scelta di vita criminale o sull'affiliazione a una cosca. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per la vita da criminale
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per tre condanne irrevocabili relative a reati contro il patrimonio commessi tra il 2016 e il 2019. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa della diversità delle condotte e del lungo arco temporale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno chiarito che una condotta di vita dedita al crimine non equivale a un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Di conseguenza, non è possibile applicare lo sconto di pena previsto per il reato continuato, poiché le azioni erano occasionali e prive di un legame unitario originario. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: stile di vita criminale non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva per due condanne irrevocabili relative a violazioni delle misure di prevenzione. Il Giudice dell'esecuzione aveva rigettato la richiesta evidenziando la mancanza di un disegno criminoso unitario. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, specificando che la scelta di una vita improntata al crimine non equivale alla programmazione specifica richiesta per il reato continuato. Quest'ultimo istituto, volto a favorire il reo, richiede una preordinazione concreta e non la semplice ripetizione estemporanea di condotte illecite, che invece configura la recidiva o l'abitualità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Continuazione dei reati: vita criminale o disegno unico?
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per tre sentenze definitive. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa della diversità dei comportamenti illeciti. Il Condannato ha quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'esistenza di un collegamento tra le sue condotte. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che una condotta di vita dedita al crimine non equivale a un programma criminoso unitario. I reati, commessi in un ampio arco temporale e con modalità occasionali, escludono l'applicazione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reato continuato in fase esecutiva: no a sconti per stile di vita
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per diversi reati irrevocabili commessi tra il 1987 e il 1995, tra cui omicidio, estorsione, furto e riciclaggio. La Corte d'appello ha rigettato l'istanza evidenziando l'eterogeneità dei reati e l'ampio arco temporale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che la semplice scelta di una vita improntata al crimine non equivale a un disegno criminoso unitario. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato o scelta di vita criminale? Il verdetto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per unire le pene di diverse sentenze definitive riguardanti violenza privata e truffa. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa della diversità dei reati e del lungo periodo di tempo in cui sono stati commessi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ripetizione di reati diversi non dimostra un unico piano criminale programmato in anticipo, ma rivela una semplice scelta di vita orientata al crimine. Di conseguenza, non si applica lo sconto di pena previsto per il reato continuato, ma operano istituti come la recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Detrazione IVA: l’Azienda perde sui costi ma ottiene sanzioni ridotte
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento con cui il Fisco contestava l'indebita deduzione di costi infragruppo e l'illegittima detrazione IVA su contributi incondizionati versati alla grande distribuzione. La Corte di Cassazione ha confermato che i costi per servizi di gestione devono rispettare il principio di competenza ed essere imputati all'anno di esecuzione, anche se fatturati successivamente. Inoltre, ha stabilito che i contributi privi di controprestazione sono semplici passaggi di denaro fuori campo IVA, escludendo la detrazione IVA anche se erroneamente applicata in fattura. La Corte ha però accolto il ricorso limitatamente alla rideterminazione delle sanzioni, ordinando al giudice di rinvio di applicare le nuove norme più favorevoli all'Azienda.
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Reato continuato: no allo sconto se manca il disegno unico
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per unire le pene di due sentenze definitive riguardanti false dichiarazioni a pubblico ufficiale. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo le condotte prive di un disegno criminoso unitario. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la vicinanza temporale dei fatti dimostrasse la programmazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un programma criminoso unico e non una generica scelta di vita dedita al crimine. Le condotte del Condannato erano reazioni estemporanee per sfuggire ai controlli di polizia, prive di coordinamento preventivo. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Accertamento sintetico: il prestito societario non salva il socio
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento sintetico nei confronti de Il Contribuente, contestando un maggior reddito basato su spese significative, tra cui l'acquisto di un immobile per il figlio. Il Contribuente ha cercato di giustificare la spesa di 450.000 euro dimostrando che la somma proveniva da un finanziamento erogato da una società di cui era socio al 95%. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che il prestito ottenuto da una società controllata non esclude la capacità di spesa del socio, soprattutto in mancanza di un piano di rimborso rateale definito. Di conseguenza, l'esborso rimane riconducibile al patrimonio personale del contribuente, confermando la legittimità del recupero fiscale. Il Contribuente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Deduzione dei costi aziendali: fisco rigido ma sanzioni ridotte
Un'azienda assicurativa ha dedotto dal proprio reddito d'impresa i costi per una convention aziendale organizzata da un'altra società del gruppo a favore dei dipendenti di quest'ultima. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la deduzione dei costi aziendali, ritenendoli indeducibili. La Corte di Cassazione ha confermato l'indeducibilità delle spese, in quanto l'obbligo organizzativo e i relativi costi facevano capo alla banca capogruppo e non alla società assicurativa. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla rideterminazione delle sanzioni pecuniarie, ordinando al giudice di rinvio di applicare la normativa sopravvenuta più favorevole al contribuente per l'infedele dichiarazione.
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Abuso di informazioni privilegiate: colpevole ma con multa ridotta
Un manager finanziario è stato sanzionato dall'Autorità di Vigilanza per abuso di informazioni privilegiate, avendo rivelato a un fondo d'investimento dettagli su un'imminente operazione di acquisto azionario. La Corte d'Appello ha confermato la sanzione basandosi su indizi gravi e concordanti, come l'improvvisa interruzione delle comunicazioni e il successivo acquisto massiccio di azioni. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi di ricorso sulla responsabilità, confermando l'uso delle presunzioni. Tuttavia, ha accolto la necessità di rideterminare la sanzione pecuniaria. In seguito a una pronuncia della Corte Costituzionale, si deve infatti applicare retroattivamente il regime sanzionatorio successivo più favorevole. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la multa.
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Reingresso dello straniero espulso: no alla prescrizione facile
Un cittadino straniero, già espulso dall'Italia con divieto di rientro per cinque anni, è stato rintracciato a Bologna nel 2014. Condannato nei primi gradi di giudizio per il reato di reingresso dello straniero espulso senza autorizzazione, ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reingresso dello straniero espulso è un reato permanente, poiché la condotta illecita si protrae per tutta la durata della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal momento dell'accertamento del fatto (nel caso di specie, il 21 settembre 2014) e non dal momento del mero reingresso fisico. Al momento della sentenza d'appello, il termine di prescrizione non era pertanto ancora decorso.
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Ricalcolo della pena: perché la Cassazione ha negato lo sconto
Il Condannato ha richiesto il ricalcolo della pena sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale che ha ridotto il minimo edittale per i reati di droga da otto a sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I reati erano stati commessi nel 2009 e nel 2013, epoche in cui la legge applicabile prevedeva già un minimo di sei anni di reclusione. Di conseguenza, la pronuncia di illegittimità costituzionale del 2019 non ha alcun impatto sulla sanzione inflitta al ricorrente, in quanto la sua pena era già stata calcolata sulla base della cornice edittale più favorevole. Il Condannato è stato quindi condannato al pagamento delle sole spese processuali.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per colpi distanti
Il caso riguarda la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato in sede di esecuzione per un condannato. Il soggetto aveva commesso una tentata rapina a Napoli nell'agosto del 2014 e, dopo quasi tre mesi, due tentati furti nel casertano. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, rilevando la mancanza di un disegno criminoso unitario a causa della distanza temporale, della diversità geografica, delle differenti modalità esecutive e dei diversi beni presi di mira. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il reato continuato richiede una pianificazione iniziale specifica e non può essere confuso con una generica scelta di vita improntata al crimine. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: stile di vita criminale o piano unitario?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per cinque evasioni dagli arresti domiciliari compiute in sei mesi. Il ricorrente sosteneva che i fatti fossero legati da un unico disegno criminoso. I giudici hanno chiarito che la scelta di vita improntata al crimine non equivale a una programmazione unitaria dei singoli reati. Le evasioni sono state giudicate come decisioni autonome ed estemporanee, prive di una pianificazione preventiva. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rigetto della continuazione in sede esecutiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riduzione delle sanzioni tributarie: fisco salvo ma sanzioni giù
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato a un contribuente due avvisi di accertamento per maggior IRPEF, basati su indagini bancarie. Il contribuente ha impugnato gli atti, chiedendo anche la riduzione delle sanzioni tributarie in base a una nuova legge più favorevole entrata in vigore durante il processo di primo grado. I giudici d'appello hanno ritenuto inammissibile tale richiesta perché considerata nuova. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso sul punto, stabilendo che il giudice deve applicare d'ufficio la riduzione delle sanzioni tributarie se la norma più favorevole entra in vigore prima della decisione. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per ricalcolare le sanzioni, mentre sono stati confermati i recuperi d'imposta poiché il contraddittorio preventivo non è obbligatorio per i controlli a tavolino sulle imposte dirette.
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Reato di peculato: incassa i soldi della legna e perde il ricorso
Un funzionario pubblico, responsabile finanziario di una comunità montana, si è appropriato di oltre un milione di euro derivanti anche dalla vendita di legna da ardere, incassando direttamente i contanti dai cittadini. La difesa sosteneva che tale condotta costituisse truffa aggravata e non il più grave reato di peculato, sperando nella prescrizione. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per il reato di peculato. I giudici hanno chiarito che l'appropriazione di denaro pubblico, anche se ottenuta tramite prassi irregolari create dallo stesso funzionario, rientra nel reato di peculato poiché egli aveva la disponibilità del denaro proprio a causa del suo ruolo pubblico, senza bisogno di raggirare i cittadini paganti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Vincolo della continuazione: stop al cumulo senza motivazione
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione per ottenere la rideterminazione delle pene cumulative, invocando il vincolo della continuazione tra diversi reati. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta con una motivazione estremamente sintetica e priva di analisi approfondita. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice non può rigettare l'istanza in modo sbrigativo. La sentenza sottolinea che il provvedimento deve esplicitare chiaramente il percorso logico e i criteri di calcolo utilizzati. Una decisione priva di questi elementi presenta una motivazione apparente, che equivale a una totale mancanza di motivazione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo e più approfondito esame.
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