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Ex Tunc — Anno 2022

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93 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Ex Tunc

Provvedimenti

Incentivo all’esodo: la tredicesima spetta anche se c’è l’accordo
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della somma ricevuta per la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo che nel calcolo dell'incentivo all'esodo dovesse essere inclusa anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, ritenendo che l'accordo individuale firmato dalle parti escludesse tale voce e che una legge regionale interpretativa ne escludesse la computabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno chiarito che la nozione di retribuzione lorda include sempre la tredicesima mensilità. Inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale retroattiva ha effetto retroattivo (ex tunc) sui giudizi ancora in corso. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio e a ricalcolare la somma spettante al lavoratore.
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Esodo incentivato: la tredicesima spetta anche se esclusa
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo dell'indennità per l'esodo incentivato, sostenendo che la base di calcolo della retribuzione lorda dovesse comprendere anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, richiamando un accordo individuale e una legge regionale interpretativa che escludeva tale mensilità. La Corte Costituzionale ha però dichiarato illegittima la norma regionale retroattiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico, stabilendo che la tredicesima mensilità rientra pienamente nella nozione di retribuzione lorda utile per il calcolo dell'indennità. L'accordo tra le parti non poteva derogare alla legge, e gli effetti della sentenza costituzionale si applicano retroattivamente ai rapporti ancora aperti. L'Ente Pubblico perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Restituzione somme al netto: il lavoratore vince contro l’azienda
Un'azienda aveva pagato delle somme a un dipendente in esecuzione di una sentenza di primo grado. Successivamente, la sentenza veniva riformata in appello. La Corte d'Appello ordinava al lavoratore di restituire l'importo al lordo delle tasse versate all'erario. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che il dipendente deve effettuare la restituzione somme al netto di quanto effettivamente percepito. Il datore di lavoro non puo' pretendere il rimborso delle ritenute fiscali mai entrate nel patrimonio del lavoratore. Sarà l'azienda a dover richiedere il rimborso direttamente al fisco. La sentenza e' stata cassata con rinvio.
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Restituzione delle ritenute fiscali: l’azienda perde contro il dipendente
Un'azienda chiedeva a una ex dipendente la restituzione delle somme versate in forza di una sentenza poi annullata. L'azienda pretendeva il rimborso dell'importo al lordo, includendo la restituzione delle ritenute fiscali versate allo Stato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che il lavoratore deve restituire solo quanto effettivamente percepito, ossia l'importo al netto delle tasse. Spetta al datore di lavoro richiedere il rimborso delle ritenute direttamente all'amministrazione finanziaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: la revoca azzera tutto
Il Tribunale di sorveglianza ha revocato con effetto retroattivo l'affidamento in prova ai servizi sociali concesso a un condannato, stabilendo che il tempo trascorso in prova non venisse calcolato come pena scontata. Il difensore ha impugnato la decisione contestando la retroattività della revoca. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la revoca retroattiva è pienamente legittima se il comportamento del condannato si rivela così negativo da dimostrare, fin dall'inizio, la totale mancanza di adesione al percorso di risocializzazione. Di conseguenza, il ricorrente perde il beneficio e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Riduzione del capitale per perdite: la delibera tardiva è valida
Due soci di minoranza hanno impugnato la delibera di una società a responsabilità limitata che, a distanza di anni dall'emersione di gravi perdite, aveva azzerato e ricostituito il capitale sociale. I soci sostenevano che il ritardo dell'amministratore nel convocare l'assemblea avesse causato lo scioglimento automatico e irreversibile della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la riduzione del capitale per perdite al di sotto del limite legale non impedisce all'assemblea di deliberare la ricostituzione anche a distanza di tempo. L'obbligo di convocazione senza indugio rileva solo per la responsabilità degli amministratori. La delibera di ricostituzione opera come condizione risolutiva, eliminando con efficacia retroattiva lo scioglimento della società.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la contabilità non basta
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'impresa di pelletteria la detrazione di costi e IVA relativi a fatture emesse da ditte ritenute "cartiere", configurando l'ipotesi di operazioni oggettivamente inesistenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, chiarendo le regole sull'onere della prova. Spetta inizialmente all'Amministrazione Finanziaria dimostrare, anche tramite indizi e presunzioni semplici (come la mancanza di dipendenti o attrezzature dei fornitori), la fittizietà delle transazioni. Una volta forniti questi indizi, spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni. La Corte ha stabilito che la regolare contabilità o i pagamenti formali non bastano a superare la contestazione, poiché facilmente falsificabili, e che la buona fede del contribuente non è configurabile se le prestazioni non sono mai state eseguite. La sentenza d'appello favorevole al contribuente è stata quindi cassata con rinvio.
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Prescrizione della pena: quando il nuovo reato blocca la scadenza
Un condannato per estorsione ottiene la sospensione della pena, ma commette un nuovo reato entro i cinque anni. La sospensione viene revocata e successivamente gli viene concesso l'indulto. A causa di un ulteriore reato, anche l'indulto viene revocato. La difesa sostiene che la prima condanna sia ormai estinta per prescrizione della pena, calcolando il termine dalla data di commissione del secondo reato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che, in caso di revoca della sospensione condizionale, la prescrizione della pena decorre dal giorno in cui diventa definitiva la sentenza di condanna per il nuovo reato, e non dal momento in cui il reato è stato commesso. Di conseguenza, la pena non era prescritta e la revoca dell'indulto è legittima.
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Annullamento dell’atto presupposto: addio all’ipoteca del fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha iscritto un'ipoteca sui beni del fondo patrimoniale di un contribuente per garantire il pagamento di sanzioni tributarie. Il contribuente ha impugnato l'atto. Nel frattempo, la Corte di Cassazione ha annullato definitivamente l'atto di contestazione originario da cui derivava il debito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, confermando che l'annullamento dell'atto presupposto fa venire meno la base giuridica della cartella di pagamento e, di conseguenza, rende del tutto illegittima l'ipoteca. L'annullamento dell'atto presupposto ha infatti un'efficacia retroattiva che cancella il debito e travolge tutti i provvedimenti successivi. Il contribuente ottiene così la cancellazione dell'ipoteca e la condanna dell'ente creditore al pagamento delle spese di giudizio.
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Sequestro antimafia e IMU: scontro tra Comune e azienda
Un Ente Locale ha emesso un avviso di accertamento IMU per l'anno 2015 nei confronti di una Società sottoposta a sequestro antimafia. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento parziale dell'atto. Per il periodo successivo al sequestro, opera la sospensione del versamento delle imposte: il tributo è temporaneamente inesigibile e l'ente non può emettere accertamenti finché non si individua il proprietario definitivo. Al contrario, per il periodo precedente al sequestro, l'accertamento è pienamente legittimo, anche se il Comune dovrà insinuarsi al passivo della procedura per riscuoterlo. La sentenza chiarisce i confini tra sequestro antimafia e IMU, respingendo sia il ricorso dell'Ente Locale sia quello della Società.
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Reintegra annullata ma resta l’interesse ad agire per i danni
Un lavoratore, reintegrato dopo un licenziamento illegittimo, subisce un trasferimento e un demansionamento nella nuova sede. Successivamente, la sentenza di reintegra viene annullata. I giudici d'appello dichiarano quindi la fine del processo per mancanza di interesse del dipendente. La Corte di Cassazione ribalta questa decisione, stabilendo che il lavoratore conserva un concreto interesse ad agire in giudizio. Anche se il rapporto di lavoro si è interrotto, il dipendente ha il diritto di far accertare l'illegittimità del comportamento del datore di lavoro subito durante il servizio. Questo accertamento è fondamentale per poter richiedere in futuro il risarcimento dei danni.
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Misure di prevenzione: l’assoluzione non cancella la confisca
Il ricorrente ha chiesto la revoca delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale e della confisca di beni, disposte nel 1998, sostenendo che la sua successiva assoluzione per gli stessi fatti e l'evoluzione della giurisprudenza internazionale costituissero motivi validi per l'annullamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che un semplice mutamento giurisprudenziale, anche se consolidato, non rappresenta un 'fatto nuovo' idoneo a giustificare la revoca retroattiva delle misure di prevenzione già definitive. Inoltre, il ricorso si limitava a riproporre gli stessi motivi del precedente appello senza contestare specificamente la decisione impugnata. Di conseguenza, le misure di prevenzione e la confisca restano confermate, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: truffa e revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, con effetto retroattivo. La decisione è scaturita dalla denuncia per due episodi di truffa commessi durante il periodo di prova, ritenuti incompatibili con la misura alternativa. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la vicenda derivasse da debiti pregressi e da un assegno dato in garanzia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso si basava su contestazioni di fatto non documentate, non esaminabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il condannato ha perso definitivamente il beneficio e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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