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Evasione

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1212 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Ricorso per cassazione inammissibile: confermata condanna per evasione
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso per cassazione inammissibile presentato da un uomo condannato per il reato di evasione. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, della specifica attenuante per l'evasione e l'applicazione della recidiva. I giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti spettano esclusivamente ai giudici di merito. La Cassazione non può riesaminare gli elementi di fatto già logicamente motivati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a un anno, un mese e dieci giorni di reclusione, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione e attenuanti generiche: la Cassazione nega lo sconto
Il Ricorrente, condannato per il reato di evasione a un anno e quattro mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, il giudice non deve analizzare ogni singolo elemento sollevato dalla difesa, ma può limitarsi a valorizzare i fattori decisivi. Nel caso specifico, la presenza di precedenti penali e le modalità di esecuzione del reato sono state ritenute ragioni sufficienti per negare lo sconto di pena. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: lo stato di necessità non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a otto mesi di reclusione per il reato di evasione. La difesa sosteneva la presenza di uno stato di necessità, ma la Suprema Corte ha ribadito che non può procedere a una nuova valutazione dei fatti già esaminati dai giudici di merito. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: nessuna tenuità per chi è recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione per il reato di evasione. La difesa chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il riconoscimento di una circostanza attenuante. La Suprema Corte ha chiarito che l'esclusione della punibilità non può essere concessa quando la condotta non è occasionale, come nel caso di specie, in cui L'Imputato aveva già riportato una precedente condanna per lo stesso reato di evasione poco tempo prima. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato tutte le richieste difensive, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si può impugnare
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di evasione, ha concordato in appello una riduzione della pena a otto mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione della sua responsabilità e l'inapplicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, una volta perfezionato il concordato in appello con la pubblica accusa, l'imputato non può rimettere in discussione la misura della pena liberamente concordata e ritenuta congrua dal giudice di secondo grado, poiché l'accordo presuppone l'accertamento definitivo della responsabilità penale già avvenuto nel giudizio precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: uscire per bisogno non evita la condanna
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si è allontanato da casa senza autorizzazione. Per giustificare la fuga, ha invocato lo stato di necessità, sostenendo di essersi recato dal sindaco per richiedere un sussidio economico indispensabile per il proprio sostentamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del destinatario della misura. I giudici hanno chiarito che integra il reato di evasione qualsiasi allontanamento non autorizzato dal luogo di detenzione domiciliare. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza percorsa o i motivi personali del soggetto. Lo stato di necessità è stato escluso poiché l'uomo non aveva preventivamente richiesto i necessari permessi di uscita per provvedere alle proprie esigenze primarie. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: salvare la nipote non basta
Un uomo, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, è stato sorpreso dalle forze dell'ordine fuori dalla propria abitazione e dalle relative pertinenze. Arrestato in flagranza, l'uomo ha giustificato l'allontanamento sostenendo di essere uscito per salvare la nipote da un presunto pericolo imminente. Il Tribunale ha convalidato l'arresto per il reato di evasione. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'ingiustizia del provvedimento e invocando lo stato di necessità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in sede di legittimità contro la convalida dell'arresto, non si possono ridiscutere i fatti o le giustificazioni personali, ma solo verificare la regolarità formale della procedura. Di conseguenza, l'arresto per evasione dagli arresti domiciliari è stato confermato e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali.
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False generalità per evitare l’arresto: sì al riesame della pena
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari è stato fermato dalla polizia stradale fuori dalla propria abitazione. Per evitare l'accusa di evasione, ha fornito false generalità agli agenti dichiarando un nome fittizio. La polizia ha scoperto la sua vera identità trovando il documento sotto il sedile dell'auto. Condannato nei primi gradi, l'imputato ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità per il reato di false generalità, precisando che il reato si consuma immediatamente al momento della dichiarazione menzognera. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata concessione delle sanzioni sostitutive, poiché i giudici d'appello non avevano motivato adeguatamente il diniego. La sentenza è stata annullata con rinvio solo su questo punto.
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Arresto per evasione dai domiciliari: il citofono rotto non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento di arresto per evasione dai domiciliari nei confronti di un'indagata che non aveva risposto al citofono durante un controllo di polizia. L'indagata si era difesa sostenendo che il citofono fosse guasto e che si trovasse in casa. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che la polizia poteva ragionevolmente sospettare una simulazione del guasto per coprire un allontanamento non autorizzato. Il giudice della convalida deve infatti limitarsi a verificare la ragionevolezza della scelta della polizia al momento dell'arresto, senza accertare la colpevolezza finale. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Cane scappa nel cortile: è reato di evasione dai domiciliari
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dall'abitazione per raggiungere il cortile condominiale adiacente. Fermato dai Carabinieri, ha giustificato il gesto sostenendo di essere uscito d'urgenza per recuperare il proprio cane scappato in giardino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che il motivo della condotta non esclude il dolo, ossia la consapevolezza di violare il divieto di allontanamento. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché l'evasione è avvenuta solo due settimane dopo l'inizio della misura cautelare e l'imputato possiede numerosi precedenti penali che dimostrano una spiccata capacità a delinquere.
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Lavoro esterno e fuga: quando si configura il reato di evasione
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari con permesso di lavoro veniva sorpreso dalla Polizia Stradale a bordo di un'auto privata in compagnia di un estraneo, lontano dal luogo di lavoro. Dopo aver fornito false generalità agli agenti, il soggetto si dava alla fuga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione e per false dichiarazioni. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione al lavoro esterno non sospende la misura cautelare, ma ne sostituisce solo temporaneamente il luogo. Di conseguenza, qualsiasi allontanamento non autorizzato configura pienamente il reato di evasione, a nulla rilevando la breve durata dell'assenza o la pretesa mancanza di dolo, smentita peraltro dalla fuga e dalle false generalità fornite.
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Reato di evasione: la scusa dell’urgenza smentita dalla compagna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione e false dichiarazioni a pubblico ufficiale. L'uomo si era allontanato dal proprio domicilio senza autorizzazione, giustificando il gesto con un presunto stato di necessità. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che al momento del controllo la compagna dell'imputato era alla guida dell'auto, escludendo così qualsiasi urgenza o bisogno insormontabile che costringesse l'uomo a violare la misura cautelare. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: niente sconti di pena senza disegno unitario
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra diverse condanne definitive per evasione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il Tribunale di Latina ha rigettato l'istanza, evidenziando la distanza temporale e la diversita delle condotte: l'ultima evasione era finalizzata esclusivamente a commettere il reato di spaccio, senza legami con i precedenti episodi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno stabilito che, sebbene il giudice dell'esecuzione debba considerare le precedenti valutazioni di continuazione, puo legittimamente escludere l'unificazione dei reati fornendo una motivazione logica e dettagliata sulle differenze e sull'assenza di un unico disegno criminoso originario. Il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: l’uso del coltello cancella la tenuità
Un uomo sottoposto ai domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione, integrando il reato di evasione, e ha molestato per due volte la vicina di casa minacciandola con un coltello. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo a causa di una semi-infermità mentale unita all'assunzione volontaria di alcol e sostanze stupefacenti, richiedendo anche l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assunzione volontaria di sostanze non esclude la colpevolezza e che l'uso ripetuto di un'arma contro la vicina impedisce di considerare l'azione come scarsamente offensiva. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: allontanarsi da casa costa carissimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. Il soggetto si era allontanato dal proprio domicilio senza autorizzazione, venendo rintracciato in un altro comune dopo ricerche delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha ribadito che i motivi personali dell'allontanamento sono irrilevanti. Inoltre, ha escluso l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della durata dell'assenza, della distanza dal domicilio e della presenza di precedenti penali specifici che configurano la recidiva. L'imputato è stato condannato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Reato di evasione: condannato chi viola gli orari di lavoro
Il Ricorrente, sottoposto a una misura restrittiva con autorizzazione ad allontanarsi solo per motivi di lavoro, è stato sorpreso all'esterno della propria abitazione in orari non consentiti e quando l'attività lavorativa era ormai cessata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del soggetto, confermando che il rintraccio fuori casa al di fuori delle fasce orarie autorizzate integra pienamente il reato di evasione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: condannato chi sale di due piani
Il Detenuto, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione per recarsi in un appartamento situato due piani sopra il suo per acquistare droga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che anche lo spostamento all'interno dello stesso condominio viola i limiti della misura cautelare. È stata inoltre confermata la recidiva a causa dei numerosi precedenti penali specifici del soggetto.
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Reato di evasione dai domiciliari: finta visita e condanna
Un uomo sottoposto alla misura dei domiciliari si è allontanato da casa dichiarando di doversi recare dal medico per controlli sanitari. I Carabinieri hanno però accertato che il soggetto non si era mai presentato presso l'ambulatorio, nonostante le telefonate di avviso di uscita e rientro. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dai domiciliari, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. La Suprema Corte ha chiarito che l'allontanamento con un falso pretesto integra pienamente il reato, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: anche un breve allontanamento costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di evasione. L'imputato si era allontanato dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari senza alcuna autorizzazione. La Suprema Corte ha ribadito che, per configurare il reato di evasione, è sufficiente il solo allontanamento non autorizzato dal domicilio. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza dello spostamento o i motivi personali che hanno spinto il soggetto a eludere la vigilanza. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Oltre il portone: quando scatta il reato di evasione
Il caso riguarda un uomo sottoposto a una misura restrittiva che è stato sorpreso dalla polizia giudiziaria all'esterno del portone del proprio condominio. La Corte di Cassazione ha confermato che superare la soglia dell'abitazione, anche solo per trovarsi nell'area condominiale esterna, configura pienamente il reato di evasione. Il ricorrente ha cercato di contestare la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della recidiva, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso del tutto inammissibile. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, confermando la gravità della violazione delle prescrizioni imposte dall'autorità giudiziaria.
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