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Estinzione Del Processo — Anno 2022

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303 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Estinzione Del Processo

Provvedimenti

Rinuncia al ricorso: quando la causa si estingue senza spese
Nel caso in esame, un cittadino straniero ha proposto ricorso in Cassazione contro il Ministero dell'Interno. Successivamente, lo stesso cittadino ha presentato una formale rinuncia al ricorso, decidendo di non proseguire con il giudizio. La Suprema Corte ha preso atto di questa volontà e ha dichiarato l'estinzione del procedimento. Riguardo alle spese legali, i giudici hanno stabilito che nulla deve essere rimborsato all'amministrazione pubblica, poiché quest'ultima si era costituita in giudizio al solo fine di partecipare all'udienza di discussione, senza svolgere attività difensive complesse. Il processo si chiude così senza alcuna condanna economica.
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Definizione agevolata: senza prove di pagamento la causa continua
Una società ha impugnato un avviso di accertamento per il recupero di IVA e imposte dirette. Durante il giudizio in Cassazione, la società ha chiesto l'estinzione del processo dichiarando di aver aderito alla definizione agevolata e di aver pagato il dovuto. Tuttavia, la documentazione allegata non provava l'effettivo pagamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in mancanza di prove certe sul versamento delle somme, non è possibile dichiarare l'estinzione. Di conseguenza, i giudici hanno rinviato la causa a nuovo ruolo per integrare il contraddittorio tra le parti sulla questione dei pagamenti.
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Definizione agevolata delle controversie tributarie: lite chiusa
L'Amministrazione Finanziaria aveva contestato a un'Associazione Sportiva e ai suoi membri la perdita della qualifica di ente non profit, richiedendo il pagamento di imposte e sanzioni. Dopo alterne vicende nei primi gradi di giudizio, la controversia è giunta in Cassazione. Nel frattempo, l'Associazione Sportiva ha presentato domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie ai sensi del Decreto Legge n. 119 del 2018, estendendo gli effetti anche ai soci coobbligati. Poiché l'ufficio fiscale non ha notificato alcun diniego né richiesto la trattazione della causa nei termini di legge, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, la lite fiscale si è conclusa definitivamente a favore dei contribuenti che hanno aderito alla sanatoria.
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Definizione agevolata ferma il fisco: Cassazione rinvia la causa
Un avvocato impugna una cartella di pagamento per IRAP, IVA e sanzioni relative agli anni 2000 e 2001. Dopo alterne vicende nei primi gradi di giudizio, il contribuente ricorre in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il professionista deposita una memoria documentando di aver ottenuto diversi provvedimenti di sgravio e di aver aderito, per la parte residua, alla definizione agevolata prevista dalla legge, provvedendo al pagamento delle relative rate. La Corte di Cassazione, preso atto di questi sviluppi che potrebbero portare all'estinzione del giudizio, rinvia la causa a nuovo ruolo. Dispone quindi un termine di sessanta giorni per consentire all'Agenzia delle Entrate di interloquire sui documenti presentati dal contribuente.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia che salva la lavoratrice
Una Lavoratrice, assistente di volo, impugna il proprio licenziamento intimato all'esito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il provvedimento, ordinando la reintegrazione e il risarcimento del danno. Le Società datori di lavoro propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente notificano la formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo per rinuncia, confermando implicitamente la decisione d'appello favorevole alla Lavoratrice. Le Società ricorrenti vengono condannate al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore della Lavoratrice, in quanto la rinuncia non richiede l'accettazione della controparte per produrre l'estinzione, ma comporta l'obbligo di rifondere i costi legali causati dall'impugnazione.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Le Società Datrici di Lavoro hanno impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una dipendente, ordinandone la reintegrazione. La Corte d'Appello aveva accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le società del gruppo. Prima della decisione della Cassazione, le aziende hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo e ha condannato le società rinuncianti al pagamento delle spese di giudizio in favore della lavoratrice. La condanna alle spese si basa sul principio della soccombenza virtuale, poiché i motivi di ricorso delle aziende sarebbero stati comunque rigettati alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale sulla responsabilità solidale del gruppo societario.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da due società di trasporto aereo strettamente collegate, ottiene in appello la reintegra nel posto di lavoro. I giudici di merito accertano infatti l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra le due imprese. Le società propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente vi rinunciano formalmente. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo per rinuncia. Tuttavia, applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici supremi condannano le aziende al pagamento delle spese di giudizio in favore del lavoratore. La Cassazione conferma che, in base ai precedenti, il ricorso delle società sarebbe stato comunque respinto, convalidando l'illegittimità del licenziamento e il diritto del dipendente alla reintegrazione e al risarcimento.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’azienda si arrende e paga
Un assistente di volo ottiene in appello la dichiarazione di illegittimità del proprio licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro. Le società datrici di lavoro propongono ricorso in Cassazione per contestare la decisione. Successivamente, prima dell'udienza, le medesime società notificano la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per rinuncia. Nonostante la mancata accettazione della rinuncia da parte del lavoratore, la Corte condanna le società rinuncianti al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore del lavoratore, confermando che la rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza di appello. Il lavoratore vince definitivamente, mantenendo il diritto alla reintegrazione e al risarcimento.
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Aliunde perceptum: il risarcimento pieno batte i tagli dell’azienda
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dall'Azienda. La Corte d'appello dichiara illegittimo il recesso, ordina la reintegrazione e condanna l'Azienda al risarcimento del danno con il limite di dodici mensilità, detraendo direttamente l'aliunde perceptum di circa cinquemila euro da tale tetto massimo. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso incidentale della lavoratrice, chiarisce le modalità di calcolo del risarcimento. Il principio stabilito prevede che l'aliunde perceptum debba essere sottratto dal danno totale effettivamente subito (le retribuzioni perse dall'estromissione alla reintegra) e non dal tetto massimo delle dodici mensilità. Poiché il danno effettivo, anche dopo la detrazione, superava ampiamente il limite legale, la lavoratrice ha diritto all'intera indennità risarcitoria di dodici mensilità, senza alcuna decurtazione.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una compagnia aerea ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una assistente di volo, disponendone la reintegrazione. Successivamente, l'azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando la definitività della decisione precedente a favore della lavoratrice. Nonostante la rinuncia, la Suprema Corte ha condannato la società al pagamento delle spese processuali in favore della dipendente, stabilendo che la rinuncia non cancella l'obbligo di rimborsare i costi legali sostenuti dalla controparte per difendersi.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una lavoratrice ha impugnato il proprio licenziamento collettivo ritenendolo illegittimo. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, accertando che le due società datrici di lavoro costituivano un unico centro di imputazione aziendale, e ha ordinato la reintegrazione. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno depositato una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo. Tuttavia, poiché la lavoratrice non ha accettato la compensazione delle spese legali, i giudici hanno applicato il principio della soccombenza virtuale. La Cassazione ha condannato le società al pagamento delle spese di giudizio, confermando che il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto e che il licenziamento collettivo era illegittimo.
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Licenziamento collettivo: rinuncia al ricorso ma spese alle aziende
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da due società collegate, ha ottenuto in appello la reintegrazione nel posto di lavoro. I giudici di secondo grado hanno infatti accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le imprese. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando la vittoria del lavoratore. Applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici hanno condannato le aziende al pagamento delle spese legali, poiché il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto in base ai precedenti orientamenti giurisprudenziali favorevoli al dipendente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: vittoria senza scontro
Un'azienda di servizi ambientali ha notificato a una carrozzeria alcuni avvisi di accertamento per la tariffa d'igiene ambientale (TIA). La carrozzeria ha contestato l'applicazione dell'IVA e delle sanzioni, ottenendo ragione in appello. L'azienda ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione ma, prima dell'udienza, ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dalla controparte. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per l'estinzione del giudizio. Di conseguenza, la sentenza d'appello favorevole alla carrozzeria è passata in giudicato, diventando definitiva. La Corte ha inoltre compensato le spese di giudizio ed escluso il pagamento del doppio contributo unificato, poiché l'inammissibilità è sopravvenuta e non originaria.
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Definizione agevolata: la pace fiscale della società salva il socio
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento per maggiori imposte nei confronti di una Società di persone. Un Socio ha impugnato l'atto, ma nel frattempo la Società ha aderito alla definizione agevolata per lo stesso debito d'imposta, determinando l'estinzione del proprio giudizio. La Corte di Cassazione ha stabilito che la definizione agevolata perfezionata dalla società coobbligata estende i suoi effetti benefici anche al socio. Di conseguenza, il processo è stato dichiarato estinto, con spese a carico di chi le ha anticipate.
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Definizione agevolata: la capogruppo paga e salva la controllata
Una società controllante e una controllata avevano optato per il consolidato fiscale. L'Agenzia delle Entrate ha emesso due accertamenti: uno di primo livello sulla controllata e uno di secondo livello sulla controllante. La società controllante ha aderito alla definizione agevolata per chiudere la lite sul secondo livello. La Corte di Cassazione ha stabilito che la definizione agevolata perfezionata dalla società controllante estingue anche la causa sul primo livello riguardante la società controllata. Di conseguenza, il processo è stato dichiarato estinto.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle spese extra
Un'azienda di servizi ambientali ha impugnato la decisione favorevole a una ditta contribuente in merito alla Tariffa Igiene Ambientale (TIA). Prima della decisione della Suprema Corte, il gestore ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dalla controparte. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio e la compensazione delle spese. I giudici hanno chiarito che l'estinzione per rinuncia esclude l'obbligo di versare il raddoppio del contributo unificato, data la natura eccezionale e sanzionatoria della norma.
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Definizione agevolata delle liti: il fisco perde sul diniego
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato una vendita di quote societarie effettuata da un'azienda a favore di un'altra società come una vera e propria cessione d'azienda, richiedendo le relative imposte proporzionali di registro, ipotecarie e catastali. Durante il giudizio di Cassazione, la società contribuente ha presentato domanda di definizione agevolata delle liti ai sensi del decreto legge n. 119 del 2018, pagando la prima rata prevista. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per avvenuta definizione della lite. I giudici hanno chiarito che il precedente diniego di una diversa sanatoria, relativa a una legge del 2017, non impedisce il perfezionamento della nuova procedura agevolata, che si è conclusa regolarmente in assenza di un formale diniego da parte dell'amministrazione finanziaria.
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Riassunzione del processo: la PEC non fa scadere i termini
Una società opponente ha impugnato un decreto ingiuntivo ottenuto da un'impresa edile, successivamente dichiarata fallita. Il curatore fallimentare ha informato l'opponente del fallimento tramite PEC. Successivamente, il giudice ha dichiarato l'interruzione del giudizio in udienza. L'opponente ha provveduto alla riassunzione del processo entro tre mesi dall'udienza, ma il Tribunale ha dichiarato l'estinzione, ritenendo che il termine decorresse dalla ricezione della PEC. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'opponente, stabilendo che il termine perentorio per la riassunzione del processo decorre esclusivamente dal momento in cui la dichiarazione giudiziale di interruzione viene formalmente portata a conoscenza delle parti, e non dalla semplice conoscenza di fatto dell'evento interruttivo.
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Definizione agevolata delle controversie tributarie: lite chiusa
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che annullava parzialmente un avviso di accertamento per tasse non pagate da una società di persone, coinvolgendo il socio. Durante il giudizio di Cassazione, Il Socio ha presentato domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie ai sensi del decreto legge 119 del 2018, pagando le rate previste. Poiché nessuna delle parti ha richiesto la prosecuzione del giudizio entro il termine stabilito dalla legge e non vi è stato alcun rifiuto da parte del Fisco, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Le spese giudiziarie sono rimaste a carico della parte che le ha anticipate, confermando la chiusura definitiva della lite fiscale.
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Equo indennizzo legge Pinto: la passività cancella il risarcimento
Una società ha richiesto un equo indennizzo legge Pinto per l'irragionevole durata di un processo civile durato oltre quindici anni in primo grado. Tuttavia, nel successivo grado di appello, la società è rimasta contumace e la causa si è estinta per inattività delle parti. La Corte d'Appello ha quindi revocato l'indennizzo inizialmente concesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che la valutazione della durata del processo deve essere globale e non limitata a una sola fase. Inoltre, la contumacia e l'estinzione per inattività fanno scattare la presunzione legale di assenza di danno, che la società non ha superato con prove concrete. Vince il Ministero della Giustizia: nessun indennizzo è dovuto.
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