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Esigenze Cautelari — Anno 2023

502 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Esigenze Cautelari

Provvedimenti

Appello cautelare: l’errore del PM salva l’indagato
Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la richiesta di custodia in carcere per L'Indagato, rilevando sia l'assenza di gravi indizi sia la mancanza di esigenze cautelari. Il Pubblico Ministero proponeva appello cautelare contestando unicamente la valutazione sui gravi indizi, senza sollevare obiezioni sulle esigenze cautelari. Il Tribunale accoglieva l'appello applicando il divieto di dimora. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione del Tribunale. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'appello cautelare del Pubblico Ministero era originariamente inammissibile per difetto di interesse. Infatti, contestare solo gli indizi lasciando intatta la decisione sulla mancanza di esigenze cautelari non avrebbe comunque potuto portare all'applicazione della misura restrittiva. Di conseguenza, L'Indagato ottiene la revoca definitiva del divieto di dimora.
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Stato di bisogno nell’usura: la Cassazione tutela le vittime
Un uomo, accusato di estorsione e usura, ha impugnato l'ordinanza che disponeva per lui gli arresti domiciliari. La difesa contestava la credibilità delle vittime e la sussistenza dell'aggravante dello Stato di bisogno nell'usura, sostenendo che il denaro servisse per aiutare familiari all'estero o per festeggiare il capodanno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di bisogno consiste in un qualunque impellente assillo economico che limita la volontà della vittima, indipendentemente dalla causa che lo ha generato. La Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Esigenze cautelari nel reato associativo: arresti in famiglia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico gestita dalla propria famiglia. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari nel reato associativo, facendo leva sulla giovane età, sull'incensuratezza della donna e sul tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il forte vincolo familiare e l'inserimento stabile nella rete di spaccio superano la presunzione di non pericolosità derivante dallo stato di incensurata. Di conseguenza, la richiesta di annullamento della misura cautelare è stata respinta, confermando la legittimità degli arresti domiciliari e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e il trasferimento dell'indagato dal Piemonte alla Calabria dimostrassero l'assenza di esigenze cautelari. I giudici hanno invece stabilito che, per i reati di mafia, la presunzione di pericolosità può essere superata solo con la prova certa del recesso dall'associazione. Il semplice decorso del tempo o il trasferimento geografico non bastano a dimostrare l'allontanamento definitivo dal clan, specialmente se il soggetto manteneva i contatti con la cosca madre. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Appello cautelare: se l’Accusa sbaglia, l’indagato vince
Il Giudice per le indagini preliminari respingeva la richiesta di custodia cautelare per Il Ricorrente, rilevando sia l'assenza di gravi indizi sia la mancanza di esigenze cautelari. L'Accusa proponeva appello cautelare contestando solo la mancanza di indizi, senza impugnare la decisione sulle esigenze cautelari. Il Tribunale accoglieva l'appello applicando il divieto di dimora. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la misura. I giudici hanno stabilito che l'appello cautelare dell'Accusa era inammissibile fin dall'inizio: non avendo contestato la mancanza di esigenze cautelari, l'eventuale accoglimento sui soli indizi non avrebbe comunque permesso di applicare alcuna misura, rendendo l'impugnazione priva di utilità pratica.
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Custodia cautelare in carcere: annullata la misura senza prove
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti e morte come conseguenza di altro delitto. Il Tribunale aveva giustificato la massima misura restrittiva basandosi su generici carichi pendenti per reati contro la persona e sulla consumazione degli illeciti in casa. La Suprema Corte ha rilevato che tali elementi non dimostrano una reale dedizione professionale al narcotraffico né un concreto pericolo di recidiva specifica. Di conseguenza, i giudici hanno stabilito che la motivazione del Tribunale era carente e apodittica, ordinando un nuovo esame delle esigenze cautelari.
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Misure cautelari personali: il legame col clan supera il tempo
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte di un clan mafioso e di un'associazione dedita allo spaccio. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi e la persistenza delle esigenze alla base delle misure cautelari personali, sostenendo di essere un semplice amico di famiglia e che il tempo trascorso avesse annullato la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni dimostrano la sua piena disponibilità verso il clan e la gestione di una cassa comune per la droga. Inoltre, il mero decorso del tempo non supera la presunzione di pericolosità sociale, specialmente se l'indagato continua a frequentare gli esponenti del gruppo criminale. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere resta confermata.
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Custodia cautelare in carcere: il corriere resta dietro le sbarre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto indagato di associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa contestava la mancanza di motivazione autonoma sulle esigenze cautelari e il ruolo di semplice corriere dell'indagato, chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che, in presenza di reati associativi complessi, la motivazione sulle esigenze cautelari può accomunare cumulativamente le posizioni dei coindagati se basata sulle medesime modalità di commissione del reato. Inoltre, la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere non è stata superata, data la professionalità dimostrata e i costanti rapporti con più membri del gruppo criminale. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Obbligo di dimora confermato: inutile invocare la revoca passata
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di dimora nei confronti di un soggetto indagato per concorso in traffico di ingenti quantitativi di stupefacenti. Il ricorrente contestava l'attualità e la concretezza del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che una misura analoga fosse stata revocata in un procedimento connesso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché generico e volto a richiedere una inammissibile rivalutazione del merito. I giudici hanno evidenziato che l'obbligo di dimora è pienamente giustificato dal ruolo attivo dell'indagato, che disponeva delle chiavi di un'azienda per occultare la droga, e dai suoi precedenti penali, elementi che dimostrano una radicata capacità a delinquere e un rischio concreto di commettere nuovi reati.
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Carcere e spaccio: il tempo non cancella le esigenze cautelari
Un indagato, accusato di far parte di un gruppo di fornitori di droga per un'associazione criminale, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il decorso del tempo e un percorso di affidamento in prova per un altro reato avessero affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla concretezza e sull'attualità del pericolo di recidiva spetta esclusivamente al giudice di merito. Poiché l'ordinanza del Tribunale del Riesame era ampiamente e logicamente motivata, evidenziando l'ingente traffico di stupefacenti e il ruolo di spicco dell'indagato, la decisione non può essere contestata in sede di legittimità. Il ricorrente resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Misure cautelari personali: arresti confermati nonostante il rinvio
Il Tribunale del Riesame ha disposto gli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di stupefacenti. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice e contestando la sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le misure cautelari personali. I giudici hanno chiarito che la motivazione per rinvio agli atti dell'accusa è legittima se accompagnata da una rielaborazione critica. Inoltre, il pericolo di reiterazione del reato è stato ritenuto concreto e attuale a causa dei contatti stabili con fornitori e clienti, rendendo la misura applicata proporzionata.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullata la misura
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare degli arresti domiciliari emessa nei confronti di un imprenditore immobiliare. L'indagato era accusato di tentata estorsione e di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato una cosca locale. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della difesa limitatamente all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e alla sussistenza delle esigenze cautelari. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale del Riesame non ha motivato in modo concreto quale sia stato l'effettivo e specifico contributo fornito dall'indagato al sodalizio criminale, né quali vantaggi ne siano derivati. Di conseguenza, i giudici dovranno rivalutare la gravità degli indizi per tale reato e l'effettiva necessità della misura restrittiva, tenendo conto dell'età e della salute dell'indagato.
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Mancano le esigenze cautelari: libero dopo 4 anni
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per un uomo accusato di ricettazione e associazione a delinquere. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza delle esigenze cautelari a causa del lungo tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che erano passati oltre quattro anni tra l'ultimo reato contestato (novembre 2018) e l'applicazione della misura (gennaio 2023). In assenza di elementi concreti che dimostrassero un pericolo attuale di recidiva, il trascorrere del tempo esclude la necessità di limitare la libertà personale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza cautelare, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato.
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Esigenze cautelari: il tempo batte la gravità del reato mafioso
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un soggetto accusato di estorsione aggravata da metodo mafioso, commessa nel 2018. L'indagato avrebbe fornito l'auto per la riscossione del denaro. La difesa ricorreva in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando il lungo tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza, ma ha accolto il ricorso sul tema delle esigenze cautelari. I giudici hanno stabilito che il decorso di cinque anni dai fatti, in assenza di nuovi reati, attenua la presunzione di pericolosità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, rinviando il caso al Tribunale per valutare se esista ancora un pericolo concreto e attuale che giustifichi il carcere.
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Messaggero ma complice: estorsione aggravata dal metodo mafioso
Il Tribunale del Riesame confermava la misura degli arresti domiciliari per il fratello di un esponente di spicco di un clan locale, accusato di estorsione consumata e tentata. L'indagato si difendeva sostenendo di aver solo riferito messaggi senza conoscere il contenuto illecito delle richieste e contestava la sussistenza delle esigenze cautelari per via del tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che le intercettazioni dimostrano la piena consapevolezza dell'indagato, il quale puntava persino a trattenere per sé una quota del denaro estorto. È stata confermata l'estorsione aggravata dal metodo mafioso, attuata tramite la forza intimidatrice del clan sul territorio, e la legittimità della misura cautelare poiché il pericolo di recidiva rimane concreto.
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Attualità del pericolo: comunità terapeutica non evita l’obbligo
Il Tribunale di Catania ha applicato la misura dell'obbligo di dimora nei confronti di un soggetto indagato per furti e associazione a delinquere, ritenendo sussistente il rischio di reiterazione del reato. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza del requisito dell'attualità del pericolo poiché si trovava ricoverato in una comunità terapeutica lontana dal luogo dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede la certezza di un'imminente occasione per delinquere, ma una valutazione complessiva sulla personalità del soggetto e sulla gravità dei suoi precedenti. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata e L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga. L'indagata gestiva la cassa comune del gruppo criminale e pagava i corrieri. La difesa sosteneva che la confessione dell'indagata e il tempo trascorso dai fatti dovessero attenuare la misura. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati di associazione finalizzata al narcotraffico opera una presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo ha una valenza neutra e non basta a superare tale presunzione, soprattutto se la confessione tenta di minimizzare la gravità dell'organizzazione. Di conseguenza, la misura carceraria resta l'unica idonea a garantire le esigenze di sicurezza.
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Lieve entità dello spaccio: quando la rete organizzata la esclude
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la misura del divieto di dimora per spaccio di cocaina. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo la modesta quantità della droga e l'assenza di organizzazione. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame, evidenziando che l'indagato gestiva un'intensa attività di spaccio con numerosi clienti, ingenti profitti e una rete strutturata di collaboratori e autisti pagati in denaro o droga. Tali elementi escludono la lieve entità dello spaccio e confermano la sussistenza di un concreto e attuale pericolo di recidiva, giustificando pienamente il mantenimento della misura cautelare applicata.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato ma complice degli zii
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano scoperto un laboratorio sotterraneo per la coltivazione di marijuana gestito dai parenti dell'indagato, mentre a casa di quest'ultimo erano stati rinvenuti oltre un chilo di droga e denaro contante. La Suprema Corte ha ritenuto legittima la misura cautelare, evidenziando la gravità dei fatti e l'elevato rischio di reiterazione del reato all'interno del nucleo familiare. Nonostante la successiva sostituzione della misura con gli arresti domiciliari da parte del GIP, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Pericolo di reiterazione del reato: arresti anche con lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di coltivazione di hashish e furto d'acqua tramite manomissione del contatore. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo che il decorso di quattro mesi dai fatti e la presenza di un lavoro regolare escludessero il pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il breve tempo trascorso non attenua la pericolosità sociale se l'attività illecita era complessa, organizzata e non occasionale. Inoltre, la Corte ha chiarito che la posizione cautelare di ogni coindagato va valutata autonomamente, giustificando misure diverse in base alla personalità e al ruolo ricoperto.
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