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Esclusione Del Socio

12 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'atto con cui una società cooperativa espelle uno dei suoi membri per gravi motivi previsti dalla legge o dallo statuto sociale, interrompendo il rapporto associativo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Esclusione del socio: se mancano le prove la delibera è nulla
Una società in nome collettivo ha deliberato l'esclusione del socio contestandogli svariati addebiti, tra cui prelievi ingiustificati, uso personale di beni aziendali e concorrenza sleale. Gli eredi del socio hanno impugnato la delibera. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno dichiarato illegittima l'esclusione, ritenendo le accuse non provate, generiche o prive della gravità richiesta dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che l'esclusione del socio richiede un inadempimento grave, idoneo a ostacolare l'attività sociale. La valutazione su tale gravità spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, la società perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: si chiude la lite tra soci
Alcune aziende agricole socie impugnavano la loro esclusione da una cooperativa agricola, deliberata per violazione dell'obbligo statutario di produrre e conferire pomodori. Dopo che il lodo arbitrale e la Corte d'Appello avevano confermato la legittimità dell'esclusione, i soci proponevano ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima dell'udienza, i soci hanno presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dalla cooperativa, con contestuale accordo sulle spese di lite. La Suprema Corte ha preso atto di tale accordo e ha dichiarato l'estinzione del giudizio.
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Esclusione del socio lavoratore: il limite tra critica e fango
Il caso riguarda un fisioterapista, socio di una cooperativa sociale, escluso dalla società con conseguente perdita del posto di lavoro per aver inviato una lettera fortemente denigratoria ai vertici aziendali e a soggetti esterni, tra cui l'ente pubblico committente. La missiva criticava l'organizzazione del lavoro e la mancata assunzione del fratello del dipendente. Il lavoratore ha impugnato la delibera invocando il diritto di critica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della esclusione del socio lavoratore. I giudici hanno accertato che le espressioni usate non costituivano una legittima critica, ma erano animate da un intento puramente denigratorio e da risentimenti personali legati a vicende familiari, danneggiando l'immagine della cooperativa presso terzi.
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Esclusione del socio: la morte non cancella i danni della s.n.c.
La Corte di Cassazione affronta una lite tra due fratelli soci di una s.n.c. che chiedevano reciprocamente l'esclusione del socio e il risarcimento dei danni per mala gestio. A seguito del decesso di uno dei soci, la Corte chiarisce che la domanda di esclusione diventa priva di oggetto, ma sopravvive l'interesse a decidere sulle richieste di risarcimento danni contro gli eredi. La Suprema Corte rigetta il ricorso del socio superstite, confermando l'inammissibilità della sua tardiva richiesta di revoca dell'amministratore. Accoglie invece il ricorso incidentale degli eredi del socio defunto, poiché la Corte d'Appello ha erroneamente ritenuto assorbiti i loro motivi di impugnazione senza fornire alcuna motivazione reale. La causa viene rinviata per un nuovo esame delle domande risarcitorie degli eredi.
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Esclusione del socio: quando il sospetto perde contro la legge
Una società di persone decide l'esclusione del socio accusandolo di concorrenza sleale e di aver concesso macchinari in comodato gratuito a una ditta terza riconducibile alla moglie. I giudici di merito annullano la delibera, ritenendo le condotte non abbastanza gravi da compromettere l'attività sociale. Il socio amministratore ricorre in Cassazione. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando l'annullamento della delibera. La Corte stabilisce che la valutazione sulla gravità dell'inadempimento spetta esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'esclusione del socio viene dichiarata definitivamente illegittima, con la vittoria degli eredi del socio estromesso.
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Esclusione del socio: occupare il pontile costa caro
Un associato è stato escluso da un'associazione nautica per aver rifiutato di rimuovere la propria imbarcazione di dodici metri dal pontile comune. La barca, autorizzata solo temporaneamente, occupava due posti barca impedendo l'accesso agli altri soci. L'associazione ha quindi deliberato l'esclusione del socio per comportamento antisociale e contrario alla buona fede. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, dichiarando inammissibile il ricorso dell'associato. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dello statuto e la valutazione della gravità della condotta spettano esclusivamente ai giudici di merito. L'associato, avendo violato il principio di correttezza e causato disagi, perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Esclusione del socio: addio all’alloggio cooperativo
Due ex soci di una cooperativa edilizia si opponevano al rilascio degli alloggi loro assegnati in via provvisoria, chiedendo il trasferimento definitivo degli immobili e il risarcimento dei danni. La cooperativa eccepiva la loro avvenuta esclusione per gravi inadempimenti, già accertata in via definitiva dal Consiglio di Stato. La Corte d'Appello respingeva le domande degli ex soci applicando il principio della ragione più liquida: senza la qualità di socio, non sussiste alcun diritto all'assegnazione degli immobili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli ex soci, confermando che l'avvenuta esclusione del socio preclude qualsiasi pretesa sugli alloggi e condannandoli al rilascio immediato e al pagamento delle spese processuali.
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Esclusione del socio: addio alla quota se lo statuto lo prevede
Due società venivano escluse da una società consortile e ne chiedevano la liquidazione delle quote di capitale. La società consortile si opponeva richiamando lo statuto che, rinviando all'articolo 2609 del codice civile, prevedeva l'accrescimento delle quote in favore degli altri soci senza liquidazione. I giudici di merito rigettavano la domanda di rimborso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci esclusi. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione dello statuto spetta al giudice di merito e che l'esclusione del socio, in presenza di clausole di accrescimento, comporta la perdita della quota a favore degli altri consorziati per compensare la perdita di potere contrattuale della struttura.
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Esclusione socio lavoratore: negligenza grave e licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della delibera di esclusione del socio lavoratore adottata da una cooperativa sociale. La lavoratrice era stata accusata di gravi mancanze, tra cui l'omissione di cure essenziali a un paziente fragile e l'aver indotto una collega a falsificare la documentazione. Secondo i giudici, tali comportamenti, deliberati e dolosi, hanno irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia. La Corte ha stabilito che la condotta era sufficientemente grave da giustificare non solo il licenziamento per giusta causa, ma anche la misura più drastica dell'esclusione dalla compagine sociale, respingendo il ricorso della lavoratrice.
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Esclusione del socio: concorrenza sleale e sanzioni processuali
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della esclusione del socio di una società di trasporti, accusato di aver violato il divieto di concorrenza e di non aver prestato la propria opera lavorativa come pattuito. Il socio uscente aveva impugnato la delibera assembleare sostenendo l'illegittimità del provvedimento e chiedendo, a sua volta, l'estromissione dell'altro socio amministratore. I giudici di merito hanno rigettato le sue istanze, rilevando prove documentali dell'attività concorrente svolta tramite un'altra impresa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che il giudice non può sostituirsi alla volontà dei soci nelle decisioni gestionali. Inoltre, il ricorrente è stato condannato per responsabilità aggravata per aver insistito nel giudizio nonostante una proposta di definizione anticipata negativa, configurando un abuso del processo.
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Clausola statutaria S.r.l.: recesso e lavoro
Alcuni soci di minoranza, ex dirigenti di una società del gruppo, hanno impugnato una clausola statutaria S.r.l. che li obbligava a cedere le proprie quote al valore di patrimonio netto al momento della cessazione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena validità della clausola. Ha chiarito che non si tratta di un'ipotesi di esclusione del socio, ma di una legittima causa convenzionale di recesso obbligatorio, legata al venir meno di un requisito soggettivo previsto dallo statuto stesso (il rapporto di lavoro), e non necessita di una delibera assembleare.
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Convocazione assemblea: il Tribunale ordina la riunione
Un socio di minoranza ha richiesto la convocazione di un'assemblea per deliberare sull'esclusione del socio di maggioranza per presunti atti di concorrenza sleale. Di fronte al rifiuto del consiglio di gestione, che ha sollevato dubbi sulla validità della clausola statutaria e sull'opportunità della richiesta, il socio si è rivolto al Tribunale. Quest'ultimo, ai sensi dell'art. 2367 c.c., ha accolto il ricorso, ordinando la convocazione assemblea. La decisione si fonda sul principio che il controllo degli amministratori sulla richiesta dei soci è limitato alla legittimità formale e non può estendersi al merito della questione, che è di esclusiva competenza dell'assemblea stessa.
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