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Domanda Riconvenzionale — Anno 2023

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382 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Domanda Riconvenzionale

Provvedimenti

Risoluzione del contratto per inadempimento: ko l’appaltatore
Un'azienda di affissioni ha fatto causa a un Comune per contestare l'interruzione del contratto di appalto. Il Comune ha risposto chiedendo la risoluzione del contratto per inadempimento a causa di continui disservizi e ritardi. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente pubblico, ritenendo gravi le violazioni dell'appaltatrice. La Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità dei disservizi spetta solo al giudice di merito. Di conseguenza, è stata confermata la risoluzione del contratto per inadempimento, con la condanna dell'azienda al pagamento delle spese legali.
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Contratto a progetto: lavoro extra smentito dai patti scritti
Il Lavoratore ha collaborato per anni con L'Azienda tramite diversi contratti con la formula del contratto a progetto. Successivamente, ha richiesto il pagamento di differenze retributive per presunte giornate lavorative aggiuntive rispetto a quelle pattuite. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo il compenso proporzionato al lavoro svolto e non provate le prestazioni extra. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del collaboratore. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e che non vi erano prove di accordi per giornate lavorative ulteriori. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Incarico dirigenziale pubblico: l’accordo cancella i ricorsi
Un dirigente pubblico ha impugnato la cessazione anticipata del suo contratto di lavoro, avvenuta a causa di una legge regionale di riorganizzazione. Il dirigente chiedeva il pagamento delle retribuzioni originarie, contestando la legittimità del nuovo termine contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle sue richieste. I giudici hanno stabilito che la risoluzione del precedente rapporto era stata concordata e accettata dalle parti con l'accettazione di un nuovo incarico dirigenziale pubblico per la durata residua. Di conseguenza, l'accordo transattivo non è sindacabile in sede giudiziale e il dirigente perde la causa, dovendo anche pagare le spese processuali aggiuntive.
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Clausola compromissoria valida anche senza firma congiunta
L'Azienda Fornitrice ha richiesto il pagamento di forniture di olio all'Azienda Acquirente. Quest'ultima ha risposto contestando la qualità della merce e richiedendo il risarcimento dei danni tramite domanda riconvenzionale. La Corte d'Appello ha dichiarato improponibile la richiesta di risarcimento davanti al giudice ordinario a causa di una clausola compromissoria che devolveva le controversie a un arbitrato irrituale. L'Azienda Acquirente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'invalidità della clausola per mancata firma congiunta sul documento di acquisto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola compromissoria è valida anche se stipulata tramite scambio di proposta e accettazione scritte non contestuali. Di conseguenza, l'Azienda Acquirente deve pagare la fornitura e avviare un arbitrato per i danni.
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Usucapione decennale: confini cancellati dal titolo d’acquisto
Un proprietario ha citato in giudizio il vicino per stabilire i confini tra i loro terreni e recuperare una porzione di terreno occupata. Il vicino si è difeso chiedendo l'accertamento dell'avvenuta usucapione decennale dell'area contesa. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dato ragione al vicino, accertando l'usucapione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario originario. I giudici hanno chiarito che l'atto di acquisto del vicino, contenente precisi riferimenti catastali, era un titolo idoneo a far scattare l'usucapione abbreviata. Il ricorrente è stato inoltre condannato per lite temeraria a causa della manifesta infondatezza del ricorso.
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Usucapione di un terreno: il vicino vince e il proprietario paga
Il proprietario di un fondo ha citato in giudizio il vicino lamentando l'occupazione abusiva di una porzione di terreno e chiedendo il ripristino dei confini. Il vicino si è difeso proponendo una domanda per ottenere l'usucapione di un terreno, sostenendo di aver posseduto l'area per oltre vent'anni. I giudici di merito hanno accolto la tesi del vicino, riconoscendo l'usucapione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove e dei testimoni spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato anche per responsabilità aggravata.
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Usucapione ventennale: perde la terra chi la abbandona per anni
Il Comproprietario di alcuni terreni agricoli ha citato in giudizio il Possessore, accusandolo di occupazione abusiva. Il Possessore si è difeso chiedendo che venisse accertata l'avvenuta usucapione ventennale dei terreni, avendoli coltivati e recintati per oltre vent'anni. Dopo la morte del Possessore, la causa è proseguita contro gli eredi. I giudici di merito hanno accolto la richiesta di usucapione ventennale. Il Comproprietario ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la condanna a pagare le spese legali ad alcuni familiari estromessi dal processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e chi chiama in causa soggetti non legittimati deve comunque pagarne le spese legali in caso di estromissione. Vince la famiglia del Possessore.
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Muro di confine: l’accordo amichevole cancella la demolizione
Una proprietaria chiede l'accertamento della comunione di un muro di confine e il rimborso delle spese. I vicini si oppongono, chiedendo l'arretramento della struttura. La Corte d'Appello accerta l'esistenza di un accordo amichevole del 1994 per la costruzione del muro, escludendo violazioni di distanze. I vicini ricorrono in Cassazione contestando tale ricostruzione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: la valutazione sull'esistenza dell'accordo è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito. Inoltre, la Cassazione conferma la discrezionalità del giudice nel compensare le spese legali in caso di soccombenza reciproca. I ricorrenti perdono definitivamente la causa e vengono condannati a pagare una sanzione di quattromila euro alla cassa delle ammende per aver presentato un ricorso manifestamente infondato.
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Giudicato sostanziale e usucapione: vietato riaprire la causa
Un'azienda ha chiesto la restituzione di alcuni terreni occupati senza titolo da un privato. In un precedente giudizio agrario, il privato aveva tentato di far valere l'usucapione speciale, ma la sua domanda era stata dichiarata inammissibile perché presentata in ritardo. Successivamente, il privato ha avviato una nuova causa autonoma per vedersi riconoscere l'usucapione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che il giudicato sostanziale copre sia il dedotto sia il deducibile. Poiché il privato non aveva fatto valere tempestivamente l'usucapione nel primo processo, non poteva più proporre la stessa richiesta in un secondo momento. La Suprema Corte ha quindi rigettato definitivamente la domanda di usucapione del privato.
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Giurisdizione sulle penali contrattuali: privato batte la PA
Una società di trasporti marittimi ha ottenuto dei decreti ingiuntivi contro un'amministrazione regionale per ottenere la revisione dei prezzi del servizio. L'ente pubblico si è opposto richiedendo il pagamento di penali per presunte violazioni nello svolgimento del servizio. La società ha quindi sollevato la questione di giurisdizione. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che la giurisdizione sulle penali contrattuali e sulla revisione dei prezzi spetta al giudice ordinario. Infatti, l'applicazione delle penali e la richiesta di adeguamento delle tariffe rientrano nella fase esecutiva del contratto, dove le parti agiscono su un piano di parità e non vi è l'esercizio di poteri autoritativi pubblici.
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Giurisdizione sulle penali contrattuali: P.A. contro privato
Una società di trasporti marittimi ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una Regione per la revisione dei prezzi contrattuali. La Regione si è opposta, chiedendo in via riconvenzionale il pagamento di penali per inadempimento del servizio. La Corte di Cassazione, risolvendo il conflitto sulla giurisdizione sulle penali contrattuali, ha stabilito che l'intero giudizio spetta al giudice ordinario. Sia la richiesta di revisione dei prezzi basata su criteri automatici, sia l'applicazione delle penali per inadempimento, rientrano in un rapporto paritetico tra le parti. Non essendoci l'esercizio di poteri autoritativi o discrezionali da parte della Pubblica Amministrazione, la controversia appartiene al giudice ordinario, che dovrà ora decidere sul merito della causa.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: errore costa caro
Un avvocato ha assistito una lavoratrice in una causa di lavoro senza impugnare il primo licenziamento, rendendo impossibile applicare la tutela del trasferimento d'azienda. Nonostante la sconfitta in primo grado, il professionista ha proseguito la lite nei gradi successivi, causando ingenti spese legali alla cliente. Quest'ultima ha quindi contestato la richiesta di parcella dell'avvocato, chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità professionale dell'avvocato. I giudici hanno stabilito che, sebbene l'obbligazione del difensore sia di mezzi, insistere in giudizi palesemente infondati dopo una prima sentenza sfavorevole costituisce una grave negligenza. L'avvocato perde la causa e deve risarcire la cliente pagando le spese processuali.
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Uso della cosa comune: il contratto vince sulla legge generale
Una società venditrice ha chiesto il rilascio di una porzione di locale caldaia occupata da una società acquirente oltre il limite del 25,5% stabilito nel contratto di compravendita. La Corte d'Appello ha respinto la domanda applicando la regola generale sull'uso della cosa comune (Art. 1102 c.c.), ritenendo che l'occupazione in eccedenza non impedisse il pari uso dell'altro comproprietario. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della venditrice. I giudici hanno stabilito che l'accordo contrattuale prevale sulla legge generale: se le parti concordano un limite preciso, questo va rispettato. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per una nuova decisione.
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Nullità del contratto di conto corrente: firma in bianco inutile
Una società di costruzioni e i suoi garanti si opponevano ai decreti ingiuntivi emessi da una banca per saldi passivi di conto corrente. Una correntista eccepiva la nullità del contratto di conto corrente poiché il modulo di apertura era stato firmato in bianco. La Corte d'Appello respingeva l'opposizione, rilevando che la correntista aveva comunque autorizzato per iscritto l'addebito e riconosciuto il debito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno chiarito che la contestazione della valutazione delle prove operata nei gradi di merito non è ammessa in sede di legittimità, confermando la validità del debito accertato attraverso il comportamento concreto e i documenti contabili della correntista.
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Azione di rivendicazione: scontro tra proprietà e usucapione
Una società proprietaria di un appartamento ha promosso un'azione di rivendicazione contro un'occupante per ottenere il rilascio dell'immobile. L'occupante ha eccepito l'acquisto per usucapione. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda della società per mancato assolvimento della probatio diabolica, ritenendo insufficiente la sola produzione del titolo d'acquisto. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società, stabilendo che il rigore probatorio dell'azione di rivendicazione si attenua se il convenuto oppone un'usucapione iniziata in epoca successiva al titolo del rivendicante o se non contesta l'originaria appartenenza del bene. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Divisione ereditaria: decide il foro del defunto, non dei beni
Il Coerede ha promosso una causa davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto per ottenere la divisione ereditaria parziale di alcuni immobili situati a Lipari, appartenenti alla defunta madre. Gli altri coeredi hanno eccepito l'incompetenza territoriale di quel tribunale, sostenendo che la causa spettasse al Tribunale di Messina, luogo in cui si era aperta la successione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Coerede, confermando la competenza del Tribunale di Messina. La Suprema Corte ha stabilito che la regola del foro della successione si applica non solo alla divisione dell'intero patrimonio, ma anche alla divisione ereditaria di singoli beni, purché interamente compresi nell'eredità. Di conseguenza, il processo deve ricominciare a Messina.
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Integrazione della domanda: quando la difesa è automatica
Un Ente Pubblico ha citato in giudizio due comproprietari per l'occupazione abusiva di un'area di sua proprietà, chiedendone il rilascio e il risarcimento dei danni. I convenuti hanno eccepito la nullità dell'atto di citazione. Il Tribunale ha ordinato l'integrazione della domanda. Successivamente, i giudici di merito hanno condannato i comproprietari al rilascio del suolo e al risarcimento. I comproprietari hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi procedurali legati alla mancata formale rimessione in termini per difendersi dopo l'integrazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'integrazione della domanda fa scattare automaticamente per il convenuto il diritto di presentare nuove difese e domande riconvenzionali, senza necessità di un formale provvedimento del giudice. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione di beni demaniali: privato perde contro lo Stato
Il caso riguarda la richiesta di una cittadina di vedersi riconosciuta l'usucapione di beni demaniali, nello specifico un immobile diroccato situato nel borgo storico di Bussana Vecchia. L'Agenzia del Demanio si è opposta, sostenendo la natura demaniale e l'interesse storico-artistico del bene, confermato da un decreto ministeriale del 2000. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cittadina, confermando che i beni pubblici di interesse storico e culturale appartengono al demanio pubblico e sono assolutamente inalienabili. Di conseguenza, non possono essere oggetto di usucapione di beni demaniali, anche prima di un formale provvedimento amministrativo di vincolo, se le loro caratteristiche intrinseche ne testimoniano il valore culturale. La ricorrente perde la causa e viene condannata a pagare le spese legali.
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Decoro architettonico: intonaco contro pietra a vista
Una proprietaria ha citato in giudizio il vicino per alcune opere abusive. Il vicino ha risposto con una domanda riconvenzionale, contestando alla donna di aver coperto di intonaco bianco la facciata del piano superiore dell'edificio, originariamente in pietra a vista, alterando l'estetica del palazzo. La Corte d'Appello ha ordinato alla proprietaria la rimozione dell'intonaco per ripristinare lo stato originario. La donna ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la contestazione sul decoro architettonico fosse una difesa nuova e tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che parlare di "stravolgimento strutturale" equivale a contestare l'alterazione del decoro architettonico. Di conseguenza, la proprietaria ha perso la causa e deve ripristinare la facciata in pietra a vista a sue spese.
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Rivalsa IVA senza fattura: il committente vince contro l’impresa
Un committente ha affidato a un'impresa edile la ristrutturazione di un immobile. Sorge una controversia sui pagamenti e sui difetti delle opere. L'appaltatore riceve acconti per 21.000 euro senza emettere fattura. La Corte d'Appello calcola l'imposta sull'intero importo dei lavori, sottraendo poi l'acconto. La Cassazione accoglie il ricorso del committente, stabilendo che la rivalsa IVA senza fattura non è ammessa. Per gli acconti non fatturati al momento del pagamento, l'imposta non può essere pretesa dal cliente. Inoltre, la Suprema Corte rileva una motivazione apparente nella riduzione dei danni operata in appello, rinviando la causa per un nuovo esame.
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